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Cose che mi ha insegnato Andrea Pirlo

E che solo il Genio di Brescia poteva fare.

Di Fabio Montaguti

Il 6 giugno 2015 Andrea Pirlo giocava la sua ultima partita con la maglia di una squadra italiana. Dopo quasi 600 giorni, però, devo confessare che a me questo periodo non è ancora bastato: Andrea Pirlo mi manca da morire. La mia storia d’amore con Mozart è stata una di quelle in cui sei un po’ succube del partner, ne accetti comportamenti non propriamente corretti – come ad esempio un gol segnato contro la tua squadra del cuore – o ascolti senza battere ciglio e con gli occhi languidi dichiarazioni del tipo «È facile giocare con Kakà» quando invece il tuo cuore vorrebbe sentirsi dire «Sarebbe bellissimo servire un taglio in profondità di Fabio sulla fascia destra».

Una delle svolte che hanno segnato la mia idolatria è datata giugno 2012, Italia-Inghilterra, quarti di finale degli Europei: con la Nazionale sotto nel punteggio dopo due tiri nella sequenza finale dei rigori, Pirlo segna il suo penalty con un cucchiaio tanto dolce per gli azzurri quanto beffardo per gli inglesi; ma il momento epico è mezz’ora dopo, quando, seduto sul divanetto dello studio Rai all’interno dello stadio, Pirlo dichiara, con voce calma ma sicura, a chi gli chiedeva il perché di quella scelta così azzardata: «Eh, ho visto Hart molto carico e bisognava fargli abbassare la cresta». Quell’istante, quello dell’intervista post-partita, pur avendogli visto giocare centinaia di gare in una dozzina d’anni, è una chiave di volta della mia adorazione per Andrea Pirlo. È stato quello il momento in cui ho capito il motivo del sangue freddo che lo contraddistingue in ogni sua giocata: io non ho adorato un uomo, ma un cyborg privo di qualsiasi emozione, costruito in una fabbrica segreta del bresciano, con pezzi di ricambio di supereroi andati in pensione.

 

Il mio rapporto d’amore calcistico con Pirlo è partito decisamente in sordina: l’ho considerato, in rigoroso ordine cronologico:

– un giovane e talentuoso trequartista, molto tecnico, ma senza il passo per spaccare a metà le difese avversarie;

– il tipico centrocampista offensivo di una tipica squadra di provincia, di quelli da prendere obbligatoriamente per puntare alla vittoria del fantacalcio;

– il trascinatore della Nazionale under 21 a un Campionato europeo (miglior giocatore e capocannoniere del torneo con doppietta in finale) che poteva anche non ripetersi, come già capitato ad altri carneadi, in prima squadra;

– il classico, per quel periodo, assegno da plusvalenza di bilancio staccato sulla tratta Inter-Milan / Milan-Inter.

Semi-final Germany v Italy - World Cup 2006

Poi, improvvisamente, Carlo Mazzone nel Brescia 2000/01 lo sposta davanti alla difesa, per farne il regista vero e proprio della squadra. Oltre che il momento esatto della mia folgorazione per Andrea Pirlo, la connection Pirlo regista-Baggio attaccante è una delle chiavi del settimo posto del Brescia di Carlo Mazzone in serie A. Ma come ogni storia d’amore che si rispetti, anche questa mi ha spiegato alcuni importanti concetti:

1) Che una bella trovata commerciale e un’indovinata strategia di marketing possono sintetizzare al meglio centinaia di articoli, aneddoti, cronache e racconti sulla straordinaria predisposizione di questo calciatore a risolvere problemi. Decine e decine di calciatori professionisti, messi in difficoltà dal pressing asfissiante degli avversari, oppure timorosi di tentare una giocata decisiva all’ultimo minuto di una partita con il risultato in bilico, hanno risolto il loro problema con una semplice scappatoia: passare la palla ad Andrea Pirlo. In queste sei semplici parole sono racchiusi la stima e la deferenza che questo calciatore fantastico ha saputo raccogliere nella sua scintillante carriera; il suo viso corredato dai lunghi capelli e dalla barba è l’istantanea di una leadership tecnica di straordinaria eccellenza, a cui allenatori e compagni nel corso degli anni hanno affidato le loro sorti.

2) Che a Parma l’atmosfera è indiscutibilmente più rarefatta che in altre zone dell’Italia: non si spiegherebbe altrimenti questa traiettoria che da circa 35 metri sembra non scendere mai, per adagiarsi sotto l’incrocio del secondo palo. La partita finirà 1-0 per il Milan che a maggio vincerà lo scudetto. Durante l’esultanza di squadra per quel gol Ronaldinho, non l’ultimo arrivato, si lascia andare a plateali gesti entusiastici: non si è mai abbastanza brasiliani per non meravigliarsi dopo aver visto dal vivo prodezze di questo genere.

 

3) Che è importante mostrare ai nostri conoscenti e amici continuità nei comportamenti, ma che un buon impatto iniziale è sempre fondamentale nei rapporti. Accade così che il primo luglio 2011 uno dei più grandi calciatori al mondo dell’ultimo decennio firma il suo trasferimento a parametro zero da una grande a una delle più acerrime rivali. Nel corso della sua carriera il numero di assist vincenti per il cursore di fascia che taglia alle spalle del terzino avversario avrà raggiunto le quattro dozzine, ma quello per Lichtsteiner, nel primo quarto d’ora della prima partita allo Juventus Stadium, è fondamentale per far capire al pubblico presente a quale stirpe appartenesse il nuovo arrivato.

 

4) Che la maggior parte di noi, probabilmente, non ricorda la sua reazione quando la propria compagna gli ha detto per la prima volta «Ti amo». Dove eravamo? Al cinema? In pizzeria? Boh. Ma che la maggior parte di noi ricorda perfettamente cosa pensava al 118esimo minuto di una delle più belle partite dell’Italia che io ricordi, sulla corta respinta della difesa dopo il calcio d’angolo di Del Piero: ricordo perfettamente di aver urlato a Pirlo, come se da Dortmund potesse sentirmi, «Dai, cazzo, calcia in porta!!!». Troppo facile: rinunciando alla conclusione dal limite dell’area e attirando su di sé il pressing di due avversari, ha servito con un no look pass un pallone con il contagiri a Grosso per uno degli assist più importanti della storia della nostra Nazionale.

 

5) Che chi ben incomincia, è a metà dell’opera. Giugno 2006, Italia-Ghana: la prima partita degli azzurri in un grande torneo (Mondiali o Europei) è sempre preceduta da innumerevoli previsioni, spesso eccessivamente pessimistiche, sulla forza dell’avversario. Al termine di un primo tempo bloccato contro un Ghana fortissimo a livello fisico, Pirlo riceve la palla al limite dell’area su un calcio d’angolo battuto velocemente all’indietro; il suo destro sfiora alcune teste e si infila all’angolo basso sul secondo palo.

 

6) Che, a volte, la combinazione di belle cose che possono capitarci nello stesso periodo è davvero commovente: centesima presenza in nazionale; al Maracanà; gol; non so se ve lo ricordate, questo gol. Certamente il portiere messicano nell’occasione è tutt’altro che irreprensibile, ma voglio pensare che sia stato il Dio del pallone a tarpargli il tuffo per consentire a quell’arcobaleno abbagliante di entrare in porta.

 

7) Che i super eroi sanno essere molto crudeli, nel loro essere infallibili e primi della classe. Il derby Juventus-Torino del novembre 2014 sembra terminare 1-1. Al 93esimo minuto Vidal intuisce che il suo calcio in porta verrebbe ribattuto dai difensori e appoggia indietro il pallone ad un barbuto centrocampista dallo sguardo triste, il cui tiro sembra dapprima un pretenzioso tentativo a “o la va o la spacca”, poi si trasforma in una stilettata ai cuori granata fino a scuotere la rete intrisa di pioggia.