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Il giovane Nagelsmann

Dall'infortunio alla panchina precocissima: come Julian Nagelsmann, a soli 29 anni, sta impressionando la Bundesliga grazie al proprio gioco.

Di Gian Marco Porcellini

Se è vero che il termine cinese “weiji”, a dispetto di quanto predicato da certi leader motivazionali, non racchiuda al proprio interno il duplice concetto di “crisi” e “opportunità”, la storia di Julian Nagelsmann potrebbe essere elevata a esempio per dare conferma a una credenza fallace. La carriera da giocatore interrotta a soli 21 anni da un infortunio al ginocchio come anticamera di un riscatto sotto forma di precoce, quanto esaltante, esperienza da allenatore, che lo vede dall’11 febbraio del 2016, da quando cioè ha 28 anni, 6 mesi e 19 giorni, alla guida della prima squadra dell’Hoffenheim. L’unica squadra imbattuta tra i maggiori campionati europei assieme al Real Madrid. Per la cronaca Nagelsmann non è il più giovane tecnico della storia della Bundesliga in quanto il primato appartiene a Bernd Stober, che a 24 anni ha guidato per una sola partita il Saarbrucken il 23 ottobre 1976 nella trasferta di Colonia, perdendo 1-5. Ma è un semplice dettaglio all’interno di una narrazione il cui protagonista ha letteralmente bruciato le tappe.

La prima parte del racconto sul classe 1987 termina con l’infortunio subito nel 2006 in una partita contro l’Eintracht Francoforte, quando militava da terzino destro nell’Under 19 del Monaco 1860 :«A 13 anni mi presentai a un allenamento dell’Augsburg e mi presero. Poi andai al Monaco 1860, ma mi feci male al ginocchio. Tornai all’Augsburg, ma la cartilagine del ginocchio continuava a darmi problemi, così decisi di ritirarmi». Proprio durante il ritorno in biancorosso (2006-’08) incrocia l’attuale tecnico del Borussia Dortmund Thomas Tuchel«Ebbi la fortuna di incontrare Tuchel che allenava la seconda squadra. Lui mi fece innamorare del calcio visto con gli occhi del mister. Gli devo molto», racconta Nagelsmann, che al tramonto della sua esperienza da giocatore si approccia alla sua futura professione collaborando con lo stesso futuro tecnico del Borussia Dortmun. In che modo? Scoutizzando gli avversari dell’Ausburg. Nel corso di questi mesi i media hanno enfatizzato il legame tra i due coach, tanto che alla vigilia del match di campionato di qualche settimana fa, ha voluto puntualizzare che: «Non ho un rapporto particolare con lui, è lo stesso che ho con gli altri 16 coach della Bundesliga», dopo che già a Fox Sports Italia aveva dichiarato che «innegabilmente Tuchel mi ha formato, ma io ho le mie idee».

MANNHEIM, GERMANY - AUGUST 23: The Fans of TSG 1899 Hoffenheim celebrate after winning during the Bundesliga match TSG 1899 Hoffenheim against Borussia Moenchengladbach at the Carl Benz stadium in Mannheim on August 23, 2008 in Mannheim, Germany. (Photo by Thorsten Wagner/Bongarts/Getty Images)

E pensare che subito dopo il ritiro ha ammesso ad un’intervista alla Cnn fa di non volerne più sapere del calcio. Al tramonto del suo percorso da calciatore si era iscritto alla facoltà di Economia, per poi passare a Scienze Motorie. «Un giorno all’università ho ricevuto una chiamata dalle giovanili del Monaco 1860. Subito mi è tornata la febbre del calcio, era altissima. Ho abbandonato la laurea, mi son messo a studiare per diventare allenatore». È il 2008 e viene inserito nello staff tecnico dell’Under 17. Nel 2010 il passaggio all’Hoffenheim, dove nel 2011 diventa head coach dell’Under 17. Due anni più tardi – è il gennaio del 2013 – entra a far parte dello staff della prima squadra – periodo in cui l’ex portiere Tim Wiese gli appiccica l’etichetta  di “Mini Mourinho” – per poi essere nominato in giugno tecnico dell’Under 19.

Nel 2014 Nagelsmann diviene il più giovane vincitore del campionato di categoria, sfiorando il bis l’anno successivo, quando perderà la finale con lo Schalke 04. Nel mezzo, secondo il The Guardian, si sarebbe proposto al Bayern Monaco per guidare l’Under 23, salvo poi decidere di restare nella piccola frazione di Sinsheim. La vera svolta giunge però il 27 ottobre del 2015, data in cui l’Hoffenheim comunica a Nagelsmann che sarebbe diventato l’allenatore della prima squadra a partire dalla stagione 2016/17. La società è costretta a rivedere le tempistiche: il tecnico ad interim Huub Stevens, subentrato a sua volta a campionato in corso, si dimette a causa di problemi di salute e il coach in erba viene subito catapultato tra i grandi. Nagelsmann prende in mano un Hoffenheim con un piede in Zweite Liga, conducendo la squadra a una salvezza quasi insperata, grazie a 23 punti in 14 partite. In questa stagione sta facendo ancora meglio: dopo 16 giornate i biancazzurri si trovano in quinta posizione, ad appena un punto dalla zona Champions League.

La vittoria contro la sorpresa Colonia.

Per provare a capire la volontà da parte del club del Baden-Wurttemberg nel puntare fermamente su un giovanissimo – una mossa che il Rhein-Neckar-Zeitung aveva bollato come “trovata pubblicitaria” – va contestualizzata la posizione di Nagelsmann all’interno dell’ultima generazione di allenatori tedeschi, conosciuta anche come quella dei “Laptop trainer”. Tecnici che si sono affacciati in Bundesliga tra i 30 e i 40 anni senza particolare esperienza da giocatori, figli del processo di rinnovamento e formazione intrapreso dalla Federazione negli ultimi 15 anni, che si avvalgono anche della tecnologia per elaborare il proprio stile di gioco, depurato da sovrastrutture o dogmatismi imposti “dall’alto”. Così come va considerata la storia recente dell’Hoffenheim, una società di una frazione di 3000 abitanti che per quasi un secolo ha bazzicato le serie minori, prima di essere acquistata e modernizzata dall’industriale dell’informatica Dietmar Hopp. Ed essere promosso in Bundesliga nel 2008. «Julian ha 29 anni, io 37. Insieme abbiamo meno anni di Arsene Wenger» una sorta di manifesto programmatico, quello del direttore tecnico Alexander Rosen.

Hoffenheim's forward Sandro Wagner celebrates scoring the 1-1 goal during the German first division Bundesliga football match between TSG Hoffenheim and Hamburg SV in Sinsheim, southern Germany, on November 20, 2016. / AFP / DANIEL ROLAND / RESTRICTIONS: DURING MATCH TIME: DFL RULES TO LIMIT THE ONLINE USAGE TO 15 PICTURES PER MATCH AND FORBID IMAGE SEQUENCES TO SIMULATE VIDEO. == RESTRICTED TO EDITORIAL USE == FOR FURTHER QUERIES PLEASE CONTACT DFL DIRECTLY AT + 49 69 650050 (Photo credit should read DANIEL ROLAND/AFP/Getty Images)

Ma ciò non toglie che la scelta di affidare ad un 28enne la panchina di una squadra a -8 punti dalla zona salvezza abbia rappresentato un rischio d’impresa significativo. E non è certo una questione di talento, quanto semmai di quale grado di leadership un gruppo sia disposto riconoscere ad una guida coetanea. «Ricordo il primo incontro con la squadra e il discorso che feci, dopo essermelo preparato tutta la notte precedente. Ero molto teso, lo spogliatoio a un certo punto mi sembrò enorme. Dovevo stare attento non solo a quello che avrei detto, ma anche ai modi, ai movimenti del corpo. È fondamentale se sei un allenatore. Ma andò tutto bene. In quel momento ho capito che saremmo stati una squadra».  Naturalmente il suo rapporto con la rosa non può essere autarchico, bensì aperto al confronto. «Ci sono due fattori chiave: uno è la tua intelligenza sociale, l’altro la conoscenza calcistica. Se questi restano in equilibrio, i giocatori capiscono che puoi insegnare loro qualcosa a livello tecnico. E l’età viene dimenticata piuttosto rapidamente (…) Coinvolgo sempre gli atleti nel decision-making: sebbene l’ultima parola ce l’abbia io, non voglio che mi seguano come dei soldati. Devono avere le proprie opinioni e avanzare le loro idee».

Un rapporto se vogliamo “informale” e carico di passione, che non sfocia nell’amicizia: «Ho un rapporto aperto con i giocatori, e la mia età lo facilita. Ma non potrò mai essere un loro amico. Anche nelle giovanili, finito l’allenamento, ognuno per la sua strada. Perché bisogna sempre averne la guida, salda. La tattica conta solo per il 35-40% del risultato finale. Il resto lo fa il rapporto con i calciatori. Puoi essere un genio del calcio, ma se hai un cattivo rapporto con il gruppo il successo durerà poco e con molte squadre fallirai».

Il gegenpressing spiegato da Nagelsmann.

Scendendo nel tecnico, se quella spagnola è la filosofia secondo lui più similare alla sua, ha riconosciuto come lo stile dell’Hoffenheim sia stato influenzato dal Red Bull Lipsia allenato da Ralf Rangnick la passata stagione. «Il Lipsia ha subito un interessante sviluppo. All’inizio provocavano principalmente situazioni in cui perdevano la palla per poi riconquistarla in zone pericolose. Ma la maggior parte degli avversari occupava una posizione così bassa che non si presentava l’occasione per farlo. Hanno dovuto rivedere qualcosa. Metto molta enfasi sul nostro comportamento quando non abbiamo la palla, ma non provocherò mai la perdita del possesso. Oggi servono sia soluzioni con la palla, almeno quanto quelle senza». Se la perdita del pallone non è mai forzata, spesso diventa la scorciatoia più rapida per risalire il campo. In che modo? Superando la linea di pressione con un lancio diretto alle punte ed accorciando in zona palla.

Sulla pressione del Borussia Dortmund, Baumann lancia direttamente sugli attaccanti. Wagner anticipa Bender, Uth si impossessa della seconda palla e, allungando la linea difensiva giallonera, crea lo spazio per la conclusione di Demirbay. Benvenuti sul pianeta Hoffenheim.

Un calcio dove fase difensiva ed offensiva si fondono in un’unica transizione: la fase di non possesso è finalizzata al recupero palla in zone alte del campo, mentre il possesso palla può diventare uno strumento per difendersi. Parliamo in effetti di una squadra che, pur non essendo in grado di avanzare con regolarità attraverso il palleggio a causa di un difetto diffuso di qualità ed elementi creativi, ha fatto comunque registrare il 53,5% di possesso palla nonché l’81,9% di precisione nei passaggi. Queste cifre si spiegano prendendo in esame la costruzione bassa alla base della fase offensiva, scandita da una paziente circolazione perimetrale tra i cinque difensori che talvolta si appoggiano al mediano per consolidare il possesso, per poi provare a risalire attraverso la conduzione di uno dei due laterali o di una mezzala che si apre.

Il mantra dell’Hoffenheim: lanciare e accorciare.

Se la manovra non riesce ad avere ampiezza, si verticalizza sulle punte – due tra Uth, Kramaric e Wagner, quest’ultimo a quota 9 gol e 115 duelli vinti – capaci di sfruttare il loro mix di fisicità e dinamismo per vincere le seconde palle. I compagni assecondano gli attaccanti accorciando in avanti per aumentare la densità in zona palla e recuperare quindi la sfera in zone pericolose, o eventualmente indurre l’avversario all’errore. La conditio sine qua non nel calcio di Nagelsmann è una squadra corta, ancora meglio con una linea difensiva alta. In questo modo si restringe il campo ed è più facile innescare la pressione anche ad inizio azione.

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Si difende corti a 50 metri dalla propria porta anche su palla scoperta.

È un gioco non esaltante a livello estetico, anche a causa dell’interpretazione meccanica, ma oltre ad avere un’applicazione coerente e lineare in tutte le sue fasi, ha il pregio di provare a coprire i limiti della rosa: la scarsa creatività negli ultimi due terzi di campo e i bug nella difesa passiva. L’allenatore classe 1987 aveva inaugurato il campionato con un 4-3-3 troppo ambizioso per le qualità della sua squadra, considerate le difficoltà in fase di possesso. Per far uscire il pallone dalla difesa si ricorreva sistematicamente all’abbassamento del play basso, a quel punto facilmente controllabile dagli avversari. Con il riferimento centrale schermato e le due mezzali (inizialmente Rupp e Rudy) più inclini ad alzarsi oltre la prima linea di pressione, l’azione subiva una tensione verticale senza un’adeguata occupazione degli spazi e senza soprattutto aver disorganizzato il sistema difensivo avversario. Va da sé che in più di una circostanza la squadra, dopo aver lanciato lungo ed essere salita, provasse a recuperare palla malgrado diversi uomini aperti o sopra la linea della palla.

Quando però si riusciva a condurre la palla nel secondo terzo di campo, la struttura posizionale offensiva che ne scaturiva, garantiva la superiorità nella zona centrale del campo, con le punte esterne che stringevano la propria posizione e una mezzala (solitamente Rudy) che si inseriva nello spazio intermedio. Diversamente l’Hoffenheim provava ad allargare il campo (con alterne fortune) grazie alle catene terzino-interno-esterno alto.

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La struttura posizionale offensiva del 4-3-3: gli attaccanti esterni Kramaric e Rupp entrano dentro il campo, Rudy occupa l’half space, l’altra mezzala Polanski si propone sul corto mentre uno dei due terzini, qui Toljan, si alza per dare ampiezza alla manovra.

Con il passaggio al 5-3-2 alla 5a giornata, legato anche all’assenza di ali pure in rosa, a fronte di una struttura offensiva più povera, Nagelsmann è riuscito a garantirsi un possesso palla più solido. Che passa attraverso un’uscita del pallone pulita grazie all’uomo in più in difesa, Vogt, centrocampista centrale reinventato difensore. Ma anche grazie alla personalità e alla qualità nel trattare la palla del centrale di destra Sule, probabilmente l’elemento più talentuoso in rosa. Tra le novità del nuovo sistema, in cui non variano i principi di gioco, lo spostamento di capitan Rudy davanti alla difesa con mansioni da metodista – più per mancanza di alternative che per vocazione del numero 6, autore comunque di 2,6 intercetti a partita – e l’inserimento delle mezzali Demirbay – 2,1 passaggi chiave e 2,4 dribbling completati, il migliore della squadra in entrambe le stats – e Amiri con lo scopo di aumentare la presenza e la creatività nella metà campo avversaria. «»

La pass map evidenzia l’interconnessione tra i 5 difensori e l’alto numero di palloni toccato da Demirbay.

Accorgimenti che hanno apportato sì delle migliorie, ma che non hanno risolto definitivamente le criticità iniziali. Nello specifico non è cresciuto in maniera tangibile il rendimento collettivo su situazioni di difesa posizionale, in cui la squadra smarrisce le distanze a causa di letture individuali pessime o perché il marcatore si fa attrarre dalla palla, perdendo il riferimento con l’avversario. Ancora peggio quando si tratta di coprire l’ampiezza del campo: la lentezza negli scivolamenti laterali è una costante dell’Hoffenheim che, muovendosi sul lato forte con colpevole ritardo, in seconda battuta tende a scoprire il centro dell’area e il lato debole.

Per questo Nagelsmann predilige una fase difensiva aggressiva. E quando salta il primo pressing, si difende in avanti, ricorrendo spesso al fallo, ben 16,2 ogni 90 minuti. La sensazione quindi di una squadra over performing, analizzando il numero medio di tiri concessi, 13,9 (l’undicesima formazione della lega in questa classifica) si acuisce considerando che l’Hoffenheim, al di là del fatto che non era certo partito per un obiettivo così ambizioso come la zona Europa, per risalire il campo e produrre il proprio volume offensivo è condannato a vincere quanti più duelli individuali possibili. E che per fare ciò è imprescindibile un’intensità costante. Certo, le palle inattive, che finora hanno fruttato 8 dei 28 gol totali, costituiscono un ottimo espediente, ma a lungo andare l’assenza di un piano gara alternativo come di un elemento in grado di uscire dal contesto con una giocata individuale, rischia di costare punti e posizioni. D’altro canto Julian Nagelsmann ha già vinto la sua scommessa: conferire un’identità netta ad una rosa nonostante i palesi limiti strutturali. E dimostrare che si può allenare, e bene, anche a 29 anni.

Nella prima situazione l’Hoffenheim riesce a coprire male entrambe le fasce, nella seconda fa quasi tenerezza Zuber, che vorrebbe accorciare su Thiago Alcantara, dimenticandosi però di Rafinha che gli sfila alle spalle.