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La scelta giusta?

Da Grenier a Deulofeu e Halilovic: cinque talenti, ancora in cerca di affermazione, che hanno cambiato squadra nel corso di questo mercato.

Di Alfonso Fasano

Cinque storie di questo mercato di gennaio. Ex wonderkid, o comunque prospetti giovanili di alto livello, ceduti in prestito perché ricostruiscano la loro carriera. Cinque storie di talenti sprecati, che però è ancora possibile recuperare. Forse.

Lazar Marković

Ci sono amori calcistici che scoppiano all’improvviso, e in cui è bellissimo vivere anche se sono monodirezionali, addirittura non corrisposti. Il mio per Lazar Marković fa parte di questo gruppo qui, nel senso che Lazar Marković ha fatto di tutto, dopo il colpo di fulmine, per deludermi. L’ho conosciuto una sera di fine aprile 2014, si giocava la semifinale di andata di Europa League. Era Benfica-Juventus, e Marković era il trequartista di destra del 4-2-3-1 di Jorge Jesus, un altro signore cui sono particolarmente affezionato. A distanza di anni, per questo pezzo, ho rivisto su Youtube gli highlights personali di Marković riferiti a quella partita. Non mi era mai capitato, di rivivere quella serata. Devo dire che le sensazioni, se possibile, sono addirittura esasperate rispetto ad allora.

Quella dell’infatuazione, innanzitutto. Perché Marković sorprende, mi sorprende ancora oggi, per la calma del più forte. Per l’eleganza assoluta che conferisce a ogni giocata, a ogni singolo tocco di palla. Anche quando rientra in difesa, quando appoggia l’esterno basso Maxi Pereira in copertura, Marković danza sul campo senza mai perdere il contatto con la palla, che poi è il contatto con la realtà della partita. È un’espressione di gioco distante anni luce dal concetto di giocoliere serbo o comunque slavo, eppure racconta la stessa assoluta qualità.

Stagione 2012/2013. Ovvero, Lazar Marković a 18-19 anni

L’altra sensazione che cresce è la rabbia, per quello che poteva essere e non è stato. Non è ancora statoPoche settimane dopo quel match con la Juventus, Marković viene acquistato dal Liverpool per 20 milioni di sterline. È la terza stagione di Rodgers sulla panchina di Anfield, è l’annata in cui il tecnico nordirlandese tenta la ristrutturazione post-Suárez attraverso un mercato all’insegna dell’hype più puro (insieme a Marković arrivano Origi, Emre Can e Alberto Moreno) e della volontà di costruire nuove stelle partendo da chiavi narrative diverse, come il riscatto (Balotelli), la poliedricità (Lallana), il carneade che diventa eroe dell’era pre-Vardy (Rickie Lambert). Le risposte di Marković sono contraddittorie, anche perché forse è contraddittorio il suo impiego. Alle prime due partite da titolare in Premier, quarta e sesta giornata, seguono otto match senza scendere in campo. Rientra a inizio dicembre, poi si fa espellere in Champions League per condotta violenta e sarà squalificato per quattro giornate. Durante la stagione successiva, in prestito al Fenerbahçe, spiega di non aver nessun problema con Rodgers, solo che all’improvviso «mi sono trovato fuori squadra, senza una ragione. È lui ad essere cambiato da un giorno all’altro».

La verità, forse, sta nel mezzo. Anche in Turchia, seppure con la scusante di una squadra ricca di grandi calciatori offensivi (Nani, Diego Ribas da Cunha, Van Persie), è Marković che non riesce a imporsi. Non è solo colpa sua, è stato infatti costretto ai box per 147 giorni da una serie di infortuni. Come spiegato da Jack Lusby sul sito thisisanfield, a una prima parte di stagione positiva è seguita una seconda rallentata dai problemi fisici e dalla concorrenza di Nani sulla “sua” fascia destra. L’ultima occasione non sfruttata è finita pochi giorni fa. Il nuovo incontro con Jorge Jesus, allo Sporting Lisbona, era un’idea suggestiva, potenzialmente bellissima. Lo stesso Marković, arrivato in biancoverde, confessò di aver scelto i Leões proprio per «lavorare di nuovo con Jesus». Il tecnico di Amadora, il 25 gennaio 2017, ha spiegato che Marković «non gioca da un anno e mezzo, si è trovato in difficoltà ad adattarsi alla velocità dello Sporting. Non ha più senso che resti qui, non abbiamo più bisogno di 27 calciatori più tre portieri e Gelson ha iniziato alla grande la stagione». 

Ho rivisto Lazar Marković mentre scrivevo, su Youtube ci sono gli highlights personali del suo esordio con la maglia dell’Hull City. Le Tigers in casa contro il Manchester United, per la semifinale di League Cup. Lo stesso numero 50 del Benfica, una mobilità e una sicurezza che sembrano ridotte. No, non è più il mio Lazar Marković. Poi, però, lancia sulla destra un pallone perfetto per l’inserimento di Meyler, tocco al centro e gol di Niasse. Tutto perfetto, anche se diverso da quello che ricordavo. Forse non è finita, forse Lazar può ancora ricambiare il mio amore, senza deludermi di nuovo. Certi sentimenti si modificano, ma non finiscono mai. Non ricordo chi l’ha scritto la prima volta, se l’ho memorizzata e riportata nel modo giusto. Ma so che ora è così, potrebbe essere così. A 23 anni da compiere, per Lazar Marković c’è ancora tempo. 

Alen Halilović

Davide Coppo, in un pezzo corale di fine 2015 su Undici, ha scritto: «Guardare Alen Halilović è un’esperienza di una tale bellezza che mi fa venire le farfalle nello stomaco». I video skills del fantasista croato su Youtube, in effetti, raccontano un esemplare purissimo di fuoriclasse in erba, una sorta di trattato sulla classe calcistica inscatolato in una confezione di gran lusso: i capelli biondi e lunghi che cadono su un volto angelico, chiarissimo che sembra quasi albino, il fisico compatto, le gambe rapidissime, il piede sinistro come estensione mobile del corpo e insieme della palla. Eppure, è ancora presto. Il punto è qui: più che di talento sprecato, o incompreso, la sua è una storia di acerbità reale e verificata. È ancora una storia così. Dopo le promesse da wonderkid nella Dinamo Zagabria e gli assaggi al Barcellona, l’occasione del prestito responsabilizzante viene sfruttata a metà. Allo Sporting Gijón edizione 2015/2016, Halilović si presenta con il gol che vedete sotto. Siamo alla settima giornata, in realtà Alen ha già fatto segnare due assist vincenti. Il gol, però, è sempre un’altra cosa. È una certificazione. In questo caso, è un’attestazione di bellezza assoluta. 

Due tocchi

Il resto della stagione è meno entusiasmante. Al di là dei gol, che alla fine saranno solamente tre, il contributo nella creazione del gioco si affievolisce con il passare del tempo. Solo cinque assist in tutto e 21 key passes in 36 presenze per 2346 minuti di gioco, che fanno 65′ a partita e quindi una sostituzione sempre pronta. La nuova esperienza si basa sulla narrativa del riscatto: quello precoce di Halilović, quello storico e storicamente inseguito dell’Amburgo. L’approccio è simile a quello vissuto nelle Asturie, anzi ancora di più: impatto di Halilović è immediato, fortissimo. Prima partita di Coppa di Germania, turno preliminare agostano in casa dello Zwickau. Alen entra dalla panchina, recupera il pallone in pressing, converge da destra verso il centro con il suo tipico movimento, la palla incollata al piede, ovviamente quello sinistro, la testa alta e rivolta verso la porta, i capelli che danzano a tempo. Il tempo di vedere la luce, di piazzare il tiro a giro. Un gol accecante, as usual. 

Un vizio

Tre giorni fa, in conferenza stampa, Alen Halilović ha detto di essere «contento» della sua squadra, di «ammirare il progetto e il sistema di gioco» in cui si ritrova a giocare. Il Las Palmas l’ha preso in prestito, e l’ha già fatto esordire nel match casalingo contro il Valencia. Insomma, ad Amburgo abbiamo scherzato: dopo la partita contro lo Zwickau, appena 137 minuti di gioco in tutte le competizioni. E un infortunio, a complicare un inserimento già complesso in un contesto calcistico lontano da quello che sembra essere il suo giardino prediletto, la fascia destra di una squadra della Liga. Halilović, a giugno prossimo, compirà 21 anni. Sarà tempo di un primo bilancio, dopo tre esperienze diverse: una prima volta interlocutoria a Gijón, un fallimento totale in Germania, la possibilità di interagire con un sistema tattico armonico e spettacolare come quello del Las Palmas. Appuntamento tra cinque mesi, per capire se il probabile «nuovo Messi o nuovo Modric o nessuno dei due» (Aleksandar Holiga, sul Guardian nel 2014) riuscirà a mantenere fede all’hype generato fin dalla sua post-adolescenza. Non ci riuscisse, sarebbe davvero un peccato. 

Clement Grenier

Nel febbraio 2014, il canale ufficiale della Ligue 1 dedica un video a Clement Grenier, la top five dei suoi migliori gol con la maglia del Lione. Lo trovate sotto, in mezzo al testo dedicato al nuovo acquisto della Roma. Il montaggio sottolinea innanzitutto due cose, più una terza che è strettamente consequenziale: la prima è che Grenier calcia benissimo con entrambi i piedi, ha una grande capacità di coordinazione, impatta perfettamente il pallone partendo da qualsiasi tipo di situazione posturale. Tre delle cinque reti, infatti, sono realizzate con tiri di sinistro scoccati in condizioni di gioco tutte diverse, tutte particolari. La seconda è la sua capacità inquadrare la porta da qualsiasi posizione, su azione dinamica o palla da fermo. Le sue conclusioni da lontano sanno essere letali, riescono a essere bellissime perché potenti, precise, efficaci. Quattro gol su cinque sono un prodigio balistico, tiri non banali dalla distanza.

La conseguenza, dopo l’individuazione e la valutazione di queste due doti, è un’intuizione sull’oggettività: Grenier è un buonissimo giocatore di calcio, soprattutto nel fondamentale del trattamento palla. Un altro giro veloce su Youtube amplia perché conferma questa considerazione: il tiro è solo una parte del suo campionario, perché Grenier ha anche doti di lettura immediata del gioco offensivo e di impostazione illuminata.

Il video di cui abbiamo parlato

Il possibile entusiasmo dei tifosi della Roma non deve sfuggire a una considerazione sul tempo. Questo video, un biglietto da visita interessante dell’universo Grenier, festeggerà il suo terzo compleanno tra pochi giorni. È stato pubblicato che Clement aveva appena compiuto 23 anni, era alla terza stagione da titolare più o meno fisso dell’OL, e aveva già giocato tre partite nella nazionale maggiore di Deschamps. Ne avrebbe disputate altre tre, l’ultima alla vigilia di quel Mondiale brasiliano per cui non sarebbe stato selezionato. Dopo, la storia triste e comune del talento sacrificato sull’altare degli infortuni. Il minutaggio di Grenier nelle ultime stagioni è un down continuo: i 3308 minuti in tutte le competizioni dell’annata 2013/2014 diventano 375 nella stagione successiva, quella dell’operazione all’inguine, per poi tornare 1191 nell’ultima annata completa. Anche questa funestata da un infortunio grave, la frattura del femore. Nella prima parte della stagione in corso, il tecnico Genesio gli ha concesso in tutto 77′ di gioco.

Il futuro è una scommessa suggestiva, la Roma di Spalletti, che passa da un tentativo tattico, tecnico e narrativo ancora più stimolante: il recupero del vero Grenier attraverso la costruzione di un nuovo Grenier. Il calciatore di un tempo, inventore di gioco offensivo, trequartista a tutto campo, ha dovuto (re)inventarsi mezzala di impostazione, regista avanzato dal passo breve e dal passaggio veloce. In pratica, quello che manca alla Roma, dopo l’addio di Pjanic e dopo che un’altra catena di infortuni ha trasformato Kevin Strootman da interno completo in uomo di raccordo tra difesa e centrocampo, meno propenso alla gestione del pallone in zona offensiva. Grenier può pensare di riscrivere la sua storia, è ancora in tempo. Le sue premesse erano inizialmente diverse: bleacherreport, in uno dei primi articoli scouting dedicati a Grenier, paragonava il francese a due connazionali illustri, Samir Nasri come posizione in campo e Robert Pirès per stile di corsa e «tecnica e intelligenza eccezionali». Non è andata proprio così, a cominciare da un’idea neanche tanto velata di trasferimento all’Arsenal mai concretizzatasi. Ma ora c’è l’opportunità di riprendersi qualcosa, di riportare a casa parte della gloria perduta. Con una storia sostanzialmente diversa, ma che vale almeno un tentativo.

Juan Fernando Quintero

Un altro caso di infatuazione personale, di fall in love calcistico. Juan Fernando Quintero è uno dei pochi a salvarsi nel Pescara di Serie A edizione 2012/2013, che è sinistramente somigliante a quello di quest’anno. In realtà, non gioca tantissimo, 17 partite. Dopo, scompare per via della vittoriosa campagna al Sudamericano Under 20 2013 – di cui è nominato miglior giocatore, ovviamente – e poi di un infortunio. Durante la prima parte di campionato è sempre in campo, fa vedere cose egregie, è il regista bello a vedersi di una squadra che prova a giocare a calcio nonostante le carenze d’organico. Pass accuracy dell’87%, due asssist e 17 key passes, uno splendido gol su punizione contro il Bologna. Il tutto, a 19 anni. Tom Vickery della Bbc, subito dopo la fine del Sudamericano, scrive che Quintero è «un centrocampista meravigliosamente creativo». A fine stagione, è tra i 50 obiettivi di mercato per il Guardian. E ha un nuovo fan devoto, totale: il sottoscritto.

Il concetto di lancio in profondità secondo Quintero, tratto da un video skills in cui c’è anche un colpo di tacco per Weiss durante Pescara-Parma 2012/2013.

Non faccio in tempo ad augurarmi che una squadra di Serie A lo acquisti, magari la mia così posso godermelo da vicino, che Quintero viene preso dal Porto. È un colpo grosso, un acquisto importante: 10 milioni al Pescara e la maglia numero dieci dei Dragões, appena lasciata libera dal suo connazionale James Rodríguez. Al termine di una prima stagione di comprensibile formazione, 26 partite in Liga di cui appena 4 da titolare, Quintero è una delle giovani stelline del Mondiale brasiliano. Esordisce con la Costa d’Avorio, segna un gol facile facile, a tu per tu con il portiere. Nel video, il telecronista colombiano lo scambia per James Rodríguez durante un’esultanza che sotto si sentono anche le trombe. Il Guardian scrive un pezzo in cui lo definisce “a star in the making” , Outsideoftheboot ammira «le grandi doti di dribbling e di passaggio di un centrocampista completo». Insomma, dal Pescara a livelli assoluti di eccellenza, hype e narrazione in un solo anno. Ci avevo visto giusto.

O forse no, perché da quel momento in poi è tutto un salto nel buio. Un down infinito. Quintero, in pratica, sparisce dal campo. Il Porto gli concede appena 7 partite dall’inizio in campionato in quella che dovrebbe essere l’annata della consacrazione. Poi lo gira in prestito al Rennes (siamo ormai alla scorsa stagione), e la situazione peggiora addirittura, con 9 presenze da titolare in Ligue 1 e un ritorno anticipato alla base, ad aprile, a stagione ancora in corso. Non può giocare, si allena con un club che detiene i diritti del suo contratto fino al 2021 e che lo ha blindato con una clausola rescissoria da 40 milioni. Nuno Espirito Santo, durante l’ultima preparazione estiva, spiega che l’esclusione di Quintero «è una scelta che fa parte di un processo, la decisione finale sul calciatore verrà presa in futuro». Quintero finisce nel limbo, una ricerca mirata su Google dice che è diventato un calciatore dell’América, squadra messicana. Poi non è così, perché a settembre viene ufficializzato il prestito all’Independiente di Medellín. Potrà giocare solo da gennaio, quando il mercato colombiano riaprirà i battenti.

Quintero ora sta giocando, finalmente, e finalmente sembra tornato un calciatore. Lo capisci dal suo profilo Instagram, Juan pubblica di nuovo foto in cui fa allenamento, in cui è in campo, cose che prima dell’Independiente non si vedevano da un bel po’. Una delle critiche che veniva fatta a Quintero era la sua attenzione a tutto quello che succedeva fuori dal calcio. Ai social, alla mondanità. Su internet si trova un pezzo critico in cui viene paragonato a Johnnier Montaño, in cui si scrive che pensa solo a sistemarsi il ciuffo. Ecco, forse la sua ricostruzione è ripartita da lì. Dalla destrutturazione del Quintero sbagliato, dal tentativo di tornare il Quintero giusto. Quello che sta in campo. È già qualcosa, dopotutto.

Gerard Deulofeu

Non deve essere stato facile, per Gerard Deulofeu, essere Gerard Deulofeu. Non deve essere stato facile convivere fin dall’inizio della carriera con la qualifica di prodotto della Masia, con il carico retorico di aspettative e necessaria grandezza che questa condizione comporta. Per capire cosa significa, basta leggere due degli scouting report del primo Deulofeu: per il Mirror, «ha caratteristiche più vicine a quelle di Ronaldo che a quelle di Messi»; per Outsideoftheboot «la Masia è un esempio per tutti i club del mondo, e Deulofeu ha avuto un grande impatto su questo mondo fin dagli esordi con le giovanili azulgrana».

Non deve essere stato facile essere Gerard Deulofeu in questa prima parte di stagione, ed essere messo ai margini di quella che consideravi la tua dimensione, la tua casa. Con il passaggio all’Everton, Deulofeu aveva trovato quello che cercava: un club in grado di sviluppare le sue doti senza eccessivo clamore, pur con la grande risonanza mediatica garantita dalla Premier League. Goodison Park era stata una volontà precisa di Gerard, dopo l’esperienza negativa di Siviglia: nel giorno della sua seconda presentazione come nuovo acquisto dei Tooffes, il fantasista catalano dichiarava di «aver sempre voluto tornare all’Everton». Era un anno fa.

E Deulofeu che esulta da solo, il braccio destro alzato, come se avesse segnato lui

Poi, l’arrivo di Koeman. E un fantasioso esperimento tattico, la trasformazione di un esterno offensivo classico in prima punta. Un tentativo non proprio brillante, soprattutto in relazione alla presenza di Lukaku nell’organico dell’Everton. Come dire: difficile immaginare che un calciatore brevilineo, dal baricentro basso, «imprendibile nell’uno contro uno» (testimonianza di Fran Sanchez, suo allenatore nelle giovanili del Barça) ma autore di 11 reti nelle sue tre stagioni e mezza di calcio ad alto livello possa realmente contendere il posto al centravanti belga. Gli spazi, fatalmente, si riducono. Deulofeu gioca le prime partite dall’inizio, poi è costantemente escluso dall’undici titolare.

Si comincia a parlare di Milan, il prestito è un’ipotesi percorribile e viene confermata dopo qualche giorno di tira e molla, con un’ufficializzazione rossonera lanciata nell’internet e poi ritrattata. Il doppio esordio, in Coppa Italia con la Juve e alla Dacia Arena di Udine è stato abbastanza promettente. Deulofeu conferma la sua narrazione tecnico-tattica, è un’ala moderna con grande bravura nel dribbling e ottimo spunto in velocità. La sua esperienza al Milan, più che per ricostruire un talento sprecato, servirà per capire una volta per tutte la sua reale dimensione. Quando è stato schierato stabilmente da titolare, ad esempio durante l’ultima stagione all’Everton con Roberto Martínez in panchina, Deulofeu ha saputo essere una preziosa fonte di gioco offensivo. In 26 match di Premier, è stato autore di 8 assist decisivi e ha creato 26 occasioni da rete tramite key passes; in più, 1,8 dribbling riusciti a partita e un cross per match. La coppia spagnola con Suso, altro ex incompiuto recuperato in rossonero, è suggestiva e tecnicamente stuzzicante. Il grave infortunio di Bonaventura, probabilmente, permetterà a Deulofeu di andare in campo più spesso rispetto alle previsioni. Potrebbe essere l’occasione buona per costruirsi un’identità definita e definitiva: Gerard Deulofeu, 23enne esterno spagnolo. E basta. Niente Masia, niente Messi. Forse, Gerard vorrebbe esattamente questo.