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Lo stratega Khedira

Perché per la Juventus la presenza del tedesco è necessaria: lo spiegano i suoi movimenti, puntuali e determinanti nell'economia di squadra.

Di Claudio Pellecchia

Nel big match della trentesima giornata di campionato tra Napoli e Juventus, Sami Khedira è stato il migliore in campo. Lo dicono i numeri (56 palloni toccati, 44 passaggi con una precisione dell’84%, sette recuperi, tre intercetti, un salvataggio decisivo, il 67% di tackles vinti, due dribbling riusciti su altrettanti tentati), lo splendido gol realizzato in apertura di partita in combinazione con Pjanic, la solita capacità di essere al posto giusto nel momento giusto: un’autentica manna dal cielo per una squadra come la Juve che al San Paolo, dopo un’ottima prima mezz’ora e a fronte di una buona prova dal punto di vista difensivo e dell’applicazione tattica, ha fatto una fatica incredibile a risalire il campo per vie esterne, pur appoggiandosi ad un Higuain che appariva fisicamente in ottime condizioni.

La mappa dei passaggi effettuati (a destra) e quella relativa alle zone maggiormente occupate (a sinistra), fotografano alla perfezione la gara a tutto campo di Khedira al San Paolo: preciso in impostazione in fase di ripartenza susseguente al recupero palla al limite della propria area, abilissimo nella lettura preventiva delle linee di passaggio avversarie, sopperendo ad una dinamicità relativa con la grande intelligenza tattica. E, naturalmente, la rete del provvisorio vantaggio dopo uno strappo di 30 metri palla al piede

Si tratta dell’ennesimo acuto di una stagione tra le migliori della carriera del centrocampista tedesco: 36 presenze, tutte da titolare, nelle varie competizioni (in campionato ha già giocato sei gare in più rispetto al 2015/16), 3068 minuti in campo, cinque gol (eguagliato il suo record personale da quando è in Italia, con altre otto partite ancora da giocare), tre assist e 23 passaggi chiave. Statistiche che testimoniano una continuità mai raggiunta dal 2012/13 e che lo pongono al centro del progetto tattico bianconero: Allegri, salvo infortuni, non rinuncia praticamente mai al numero 6 (tanto più che l’anno scorso, nelle 20 occasioni in cui è sceso in campo, la Juventus ha vinto 19 volte), uno che «negli ultimi anni aveva giocato sempre in un centrocampo a due e con noi si era trasformato giocando da mezzala di regia, pur trovando comunque spesso gli inserimenti. Ora è tornato a fare il mediano ed è intelligente: se la gara ha un ritmo da 30 all’ora lui va a 31, se si va a 40 lui gira a 41. E poi è sempre molto concentrato nella gestione del pallone».

Oltre al gol, Sami Khedira costruisce un’interessante fuga della Juventus verso la porta del Napoli: è una delle poche volte in cui i bianconeri riescono a proporsi in avanti attraverso una transizione pulita dopo il recupero palla

Proprio la continuità di rendimento e la grande adattabilità e versatilità hanno fatto di Khedira uno dei cardini della Juventus allegriana 2.0 fin dal suo esordio, il 4 ottobre 2015 (dopo aver saltato le prime sette partite ufficiali a causa di un infortunio muscolare) nel turno casalingo contro il Bologna. In quel preciso momento storico i bianconeri sono in grande difficoltà soprattutto dal punto di vista di gestione dello spazio da occupare in fase di possesso palla da parte dei centrocampisti: problemi che Khedira risolve prima lanciandosi su una traccia in verticale facilitando il key pass di Dybala in occasione dell’assist a Morata, poi sbucando dal lato debole alle spalle della linea difensiva del Bologna per la rete del definitivo 3-1. Da questo momento in avanti, Allegri intuisce che, al netto dell’impossibilità di tornare all’amato 4-3-1-2, può ovviare al problema della mancanza di un giocatore di raccordo puro, sfruttando i movimenti combinati dell’asse Khedira-Pogba-Dybala. In particolare i movimenti dell’ex Real Madrid variano a seconda del compagno con cui dialogare in fase di possesso: quando è la Joya a venire incontro a prendere palla, Khedira o si propone in profondità sull’esterno (in questo modo arriva un altro assist a Morata a Verona contro il Chievo) oppure sfrutta lo spazio alle spalle del centravanti di riferimento e/o tra le linee per l’inserimento senza palla. La rete del provvisorio 0-1 a Marassi con la Sampdoria nasce proprio così.

 

Con il francese, invece, la tendenza è quella di formare, con l’esterno di riferimento, una catena di gioco laterale, potendo, di conseguenza, muoversi alternativamente alle spalle del centrocampo avversario o attaccare lo spazio in verticale liberato dal movimento delle punte. Il gol al Palermo e, soprattutto, l’1-0 di Mandzukic contro la Fiorentina, sono il frutto del movimento sincronizzato delle due mezzali a disposizione di Allegri.

 

Non è raro, inoltre, che nel 4-4-2 asimmetrico che il livornese propone a sprazzi da febbraio in poi i tre occupino la stessa zona di campo, con movimenti e compiti ben delineati: Dybala arretra per dare respiro alla costruzione del gioco per vie centrali, Pogba taglia dietro alle sue spalle e Khedira che si inserisce solo se Marchisio riceve adeguata copertura da uno dei due esterni chiamato a stringere la propria posizione. Un calcio di pura lettura, l’ideale per il tedesco che chiuderà in attivo il suo primo anno di Serie A: cinque reti, quattro assist, nove passaggi chiave, l’85% di pass accuracy, il 38% di contrasti vinti (52% nei duelli aerei), 20 intercetti e altrettanti recuperi decisivi in due azioni di media a partita.

Recap della prima stagione juventina di Khedira

Il 2016/17 ricomincia sulla medesima falsariga, con Khedira in gol all’esordio contro la Fiorentina (consueto inserimento con un timing perfetto) e alla seconda giornata in una complicatissima trasferta contro la Lazio, in cui il solito movimento a dettare il passaggio a Dybala vale tre punti pesantissimi. A metà novembre arriva anche la rete contro il Pescara al termine di una pregevole combinazione a tre con Cuadrado e Mandzukic, che ne conferma l’imprescindibilità nel sistema juventino. Non a caso, nel dopo gara, Allegri si lascia andare ad elogi che, in carriera, ha riservato a pochi suoi giocatori: «Sami è incredibile. È troppo più bravo rispetto agli altri, il suo unico problema è che per mantenerlo a questi livelli deve giocare meno partite, e in questa stagione ne ha già giocate il triplo dello scorso anno. Ha una visione di gioco eccezionale».

In realtà, più che il numero di gare giocate, il problema risulta essere la sua integrazione con Pjanic che, interpretando il ruolo di mezzala in maniera molto più sincopata e meno fisica rispetto a Pogba, finisce con il pregiudicare il mantenimento delle corrette distanze in fase di non possesso e l’imprevedibilità in fase di sviluppo dell’azione, mancando quell’alternanza e sincronia di movimenti che con il francese era nata e progredita in maniera quasi naturale: una situazione che acuisce le difficoltà di un reparto di centrocampo che tende ad abbassarsi troppo già di suo, come accade nella disastrosa trasferta al Franchi, che segna il punto di svolta della stagione.

FBL-ITA-SERIEA-UDINESE-JUVENTUS

Da lì in avanti, infatti il livornese decide di passare al 4-2-3-1 già a partire dalla successiva gara contro la Lazio, puntando su una gestione meno fisica e più palleggiata della partita e puntando a dominare la stessa dal punto di vista tecnico. La rivoluzione non può non toccare in prima persona Khedira, riportato nel suo ruolo naturale di mediano di un centrocampo a due, in quella rivisitazione del ruolo di doble pivote molto simile a quella che aveva permesso alla Germania di vincere il Mondiale 2014, con Kroos-Khedira alle spalle della batteria di trequartisti atipici: a Pjanic è demandata la fase di prima costruzione (qualora non vi abbia già provveduto Bonucci con uno dei suoi classici lanci), al tedesco, che agisce una decina di metri più avanti in diagonale, viene chiesto di muoversi seguendo lo sviluppo dell’azione, assecondando la sua naturale inclinazione ad agire in regime di read and react. La rete al Sassuolo, in uno dei migliori primi tempi stagionali della Juventus, è emblematica dei benefici del nuovo sistema di gioco e dell’apporto offensivo che Khedira può fornire in questo momento.

 

Anche in fase passiva, le perplessità legate alla relativa fisicità degli interpreti della cerniera di metà campo sono state spazzate via dalla nuova interpretazione difensiva (gara di Napoli esclusa) della squadra di Allegri, improntata maggiormente sulla lettura anticipata delle intenzioni degli avversari piuttosto che su una strategia posizionale predefinita. Non è un caso che Pjanic sia al massimo in carriera per quel che riguarda gli intercetti in Serie A (27 in 24 partite, quasi il 70% del suo apporto in non possesso), mentre il compagno distribuisce meglio gli interventi sul terreno di gioco (due azioni difensive di media a partita, per un totale di 28 intercetti, 26 recuperi e 10 respinte), sfruttando una superiore capacità di previsione dello sviluppo della manovra e delle linee di passaggio altrui.

Dal 22 gennaio ad oggi, Khedira ha saltato solo una partita (contro l’Empoli, la domenica successiva alla trasferta di Porto) e, con lui in campo, rigorosamente da titolare, la Juventus ha ottenuto dieci vittorie e due pareggi in tutte le competizioni: l’ennesima riprova dell’imprescindibilità di un giocatore che, pur non rubando l’occhio, ha saputo prendersi la squadra campione d’Italia fin da subito. Assumendosi, tra l’altro, l’onere e l’onore di provare a portarla sul tetto d’Europa prima di volare in Mls: «Quando sono arrivato in Italia pensavo di trovare un approccio simile a quello spagnolo, invece a Torino sono molto più simili ai tedeschi per mentalità. Estrema puntualità e grande cultura del lavoro. Qui mi sto trovando molto bene e sto cercando di arricchirmi il più possibile, mi piace prendere il meglio di ogni nazione in cui vivo. Il calcio americano sta migliorando e per me potrebbe essere un’opportunità. Vedremo cosa potrà accadere, ma per ora voglio restare ancora qualche anno in Europa». Dove c’è ancora una Juventus da trascinare, rigorosamente in silenzio.