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Sogno americano

Da Roma a Manchester, passando per Marsiglia: la strategia dei proprietari Usa per conquistare il calcio europeo.

Di Fulvio Paglialunga

Samuel Wilson, un macellaio di New York, durante la guerra contro l’Inghilterra del 1812 fu scelto come fornitore di carne dell’esercito americano. Inviava la merce in barili di legno, li marchiava US, per indicare “United States”, ma le truppe ne riadattarono il senso: per loro US voleva dire Uncle Sam, Zio Sam. Così, quando arrivavano i barili di carne, erano sorrisi e esclamazioni: «È arrivata la merce dello Zio Sam». Lo Zio Sam, raffigurato nel manifesto di reclutamento nel 1917 con il dito puntato verso chi guarda e il celebre «I want you for U.S. Army», è poi diventato la personificazione nazionale degli Stati Uniti d’America. Tutti gli altri sono suoi nipoti. E sono anche quelli che portano denaro a un bel pezzo del calcio europeo. «Sono arrivati i soldi dei nipoti dello Zio Sam», duecento anni dopo.

Accade molto più spesso di quanto sembri, abbagliati come siamo dall’impatto scenico delle proprietà asiatiche o degli sceicchi vestiti da sceicchi che piombano nelle tribune. Gli eredi del macellaio di New York hanno tra le mani pezzi importanti della Premier League, come Manchester United e Liverpool, altre società come Swansea, Fulham, Sunderland, sono in Italia a capo della Roma e di società che programmano la loro crescita come Venezia e Reggiana, ma anche nel Bologna (ok, siamo arrivati in Canada, ma ci siamo) e in Francia, poi, sono alla guida del Marsiglia.

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Non sono tutti uguali questi tycoon, ma gli americani tra loro si somigliano un po’. Nei modi di fare, negli interessi, nella visione dello sport in cui scelgono di investire le loro capacità finanziarie. Sport, invece di calcio, non è casuale: per gli americani sbarcati in Europa il pallone è un asset, gli investimenti sono più ampi, tutto genera flusso di cassa. Costruiscono macchine da ricavi, pensano “all’americana”, importando l’idea delle franchigie ricche anche quando non vincono. Prendiamo ad esempio il Manchester United, di proprietà della famiglia Glazer dal 2005. Ha vinto tanto dal 2007 al 2013 con Alex Ferguson (cinque Premier League, una Champions), ma alla fine dell’ultima stagione realmente trionfale (da lì a ora, solo una Fa Cup) aveva un fatturato di 423 milioni di euro, inferiore a Real Madrid e Barcellona. Tre stagioni dopo l’ultima vittoria pesante, fattura 689 milioni di euro ed è il club più ricco d’Europa, l’unico in grado di scalzare dopo un decennio il Real Madrid dalla cima della classifica di Deloitte. Non sono i risultati a essere snobbati (il business plan tiene sempre conto della qualificazione in Champions e della possibilità di andare più avanti possibile), ma è il quadro di riferimento a essere mutato: il Manchester United è un marchio per tutto il mondo, più della metà dei suoi incassi derivano dalla parte commerciale (merchandising e sponsor), sottoscrive contratti inarrivabili quasi per chiunque (come un decennale con l’Adidas per una somma superiore al miliardo di euro).

Gente che viene dallo sport che è brand, perché i Glazer sono proprietari anche dei Tampa Bay Bucaneers, franchigia di football americano, all’attivo un Super Bowl vinto e un valore che, secondo il magazine Forbes, nel 2014 era di 1,2 miliardi di dollari. Così come il Fenway Sports Group di John Henry e Tom Werner è contemporaneamente proprietario del Liverpool e dei Red Sox di Boston, squadra di Major League Baseball. Sono rami di holding vere e proprie, ma vedono lo sport come veicolo finanziario, non sono necessariamente presenti nelle vicende della squadra, ma reclutano management all’altezza. Quando Henry ha preso il Liverpool la situazione finanziaria era disastrosa (debiti per 300 milioni di euro): dal 2010 a oggi il fatturato è raddoppiato (a quota 403 milioni di euro), lo stadio di Anfield è stato ampliato e la possibilità di crescere ancora è significativa. Due proprietà che vengono dall’Nfl e dalla Mlb e hanno la concezione americana dello sport sono tra quelle che stanno cambiando di più il volto della Premier, che forse non è il più bello dal punto di vista tecnico, ma è sicuramente quello più esportabile, il più brandizzato, che solo per un biennio incassa 3,5 miliardi di euro dalla vendita dei diritti tv all’estero (e 6,5 per la trasmissione nel Regno Unito). È l’Nba del pallone mondiale, proprio per il cambio di mentalità che hanno portato gli americani, forti della loro esperienza e nell’avere lo sport come autentico core business. Ricavi altissimi, e di conseguenza, la possibilità di tenere altissimo anche il costo del lavoro e prendere i migliori giocatori sul mercato.

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Due dei marchi più prestigiosi della Premier League sono in mani americane e di imprenditori sportivi, ma anche l’economista Steve Kaplan ha rilevato lo Swansea con Jason Levien, che è nato procuratore di giocatori Nba e adesso è anche general manager del DC United di Washington, formazione di Mls ed è stato Ceo dei Memphis Grizzlies, franchigia Nba. E Shaid Khan, americano di origini pakistane, ha rilevato il Fulham da Mohamed Al-Fayed nel 2013, quando era già proprietario dei Jacksonville Jaguars in Nfl (acquistati nel 2011 per una cifra stimata intorno ai 760 milioni di dollari). L’unico americano (di origini irlandesi), che non ha altri interessi nello sport è Ellis Short, proprietario del Sunderland, ma uomo di affari e titolare di un fondo di investimento, che è un altro tipo di partecipazione che in alcuni casi lo accomuna ai suoi colleghi del calcio inglese.

Lo schema si ripete, ma in misura minore, in Italia. James Pallotta, proprietario della Roma, è anche co-owner dei Boston Celtics (con i quali ha vinto un anello Nba nel 2008), essendo un socio della Boston Basketball Partners. Nell’operazione di acquisto dei giallorossi entrò anche Thomas Di Benedetto, che fa anche parte della Fenway Sports Group, la società proprietaria del Liverpool (società nella quale, a parte John Henry, nessuno possiede partecipazioni superiori al 10 per cento). Pallotta non è l’unico nipote dello Zio Sam che manda le sue casse di merce in Serie A, ragiona all’americana come i suoi colleghi andati in Inghilterra, ma trova gli ostacoli italiani agli investimenti (come per lo stadio, uno dei suoi pallini sin dall’arrivo).

Bologna FC v AC Milan - Serie A

 

In Serie A c’è anche Joey Saputo, sì Canada, America del Nord, ma un altro che investe nello sport e a Montreal ha fondato una squadra (l’Impact, gioca in Major League Soccer, campionato a stelle e strisce) e ha costruito uno stadio tutto suo. Con Saputo era arrivato in Italia Joe Tacopina, che poi si è messo in proprio ed è andato a Venezia, che è più in basso rispetto alla Serie A ma è un marchio, come la Reggiana che è di proprietà di Mike Piazza. È il senso di questi investimenti, di operazioni che hanno un respiro lungo e che comunque hanno lo sport al centro: non a caso Tacopina era, prima ancora che nel Bologna, anche nella cordata che aveva rilevato la Roma con Pallotta. Ha iniziato dall’Italia a guardare lo sport come un’industria, così come Mike Piazza, che non nasce uomo d’affari ma è una leggenda del baseball (ha un posto anche nella Hall of Fame statunitense). Non fa eccezione l’Olympique Marsiglia, che è di Frank McCourt, che prima di investire nel calcio francese (e, naturalmente, in una società dalla storia “esportabile” come l’OM) era stato proprietario dei Los Angeles Dodgers (franchigia di Nfl), poi venduti incassando 2,15 miliardi di dollari.

Collegati allo sport, a volte collegati tra loro. Mandano soldi, ma chiedono che ne tornino di più (rendendo il nome un prodotto per tutti i mercati del mondo, creando tournée, trovando maxi sponsor). Non somigliano agli asiatici e nemmeno agli sceicchi, non sono i ricchi scemi di una volta, né hanno l’immagine del riccone alla Boss Hogg di Hazzard. Sono proprio come il macellaio di New York del 1812: quando arrivano i barili (che adesso sono bonifici) chi riceve sorride. Però gli eredi di Uncle Sam sanno che quei soldi possono moltiplicarsi. Anche la carne per l’esercito, in fondo, veniva ben pagata.

 

Immagini Getty Images
Articolo tratto dal numero 16 di Undici