Mkhitaryan è pronto

Si è ritrovato dopo una difficile stagione di adattamento a Manchester: merito della crescita di squadra e di Mou.

Conoscendolo c’era da aspettarselo: uno dei protagonisti dell’ottimo inizio di stagione del Manchester United è il ritrovato Mkhitaryan, tanto discusso lo scorso anno quanto elogiato ora che sembra essersi lasciato alle spalle le difficoltà, uomo chiave, in trequarti, di una squadra che, almeno finora, sta garantendo spettacolo, tanti gol e difesa rocciosa caratteristica delle squadre di Mourinho. Apparentemente, Mkhitaryan sembra essere tutt’altro che un calciatore, ma è probabilmente uno dei punti che maggiormente lo rendono unico nel suo genere: non ha atteggiamenti da star, anzi rimane piuttosto stranito quando un suo compagno tende a credersi tale, non è mai stato molto attivo sui social (ha creato il suo profilo Instagram soltanto con l’arrivo al Manchester United), ha una specie di pancetta da trentenne (che finora non sembra avergli causato grossi problemi sul posto di lavoro) e nelle interviste rilascia spesso spunti interessanti non sempre incentrati solo ed esclusivamente sul calcio.

Sentirlo parlare, così come vederlo giocare, regala un senso di tranquillità, e la sua normalità, così come la normalità della vita che conduce, contribuiscono ad aumentare il fascino e l’hype nei confronti di un giocatore che quantomeno tecnicamente, per quanto faccia sembrare facile ciò che fa, di comune e ordinario ha ben poco. Leggere le sue dichiarazioni basta per comprendere come, non avesse intrapreso la carriera sportiva, l’armeno sarebbe potuto diventare un dottore o un avvocato, ed è lui stesso, che parla ben cinque lingue e a cui manca un esame per il conseguimento della laurea in economia, ad affermare che, se non fosse morto suo padre quando lui aveva solamente 7 anni, probabilmente non avrebbe mai inseguito il sogno di giocare a calcio con tale determinazione.

Il padre, Hamlet, è stato uno degli attaccanti armeni più forti del secolo scorso, basso e piuttosto esile fisicamente, ma dotato di un’ottima finalizzazione. Morì per un tumore al cervello all’età di 33 anni quando Henrikh era ancora troppo piccolo per comprendere ciò che era successo. Come affermato da lui stesso in un articolo scritto per The Players’ Tribune, dopo la sua morte passò per mesi le giornate a rivedere cassette delle sue partite: in quei video sentiva come se il padre stesse continuando a vivere, e il miglior modo per rendere onore a un attaccante, sebbene ancora non lo sapesse, non poteva che essere il servire il maggior numero di assist possibile.

Il gol del mese in Premier. Assist con la semplicità e la concretezza che lo contraddistinguono

La forza di Mkhitaryan, oltre che nella velocità esplosiva e nella tecnica pura, sta proprio nella visione di gioco: l’armeno ha imparato, con l’esperienza, a “pensare da assist-man”, leggendo in largo anticipo le situazioni palla al piede e, grazie ad un intuito da trequartista vero, riuscendo a servire sempre il compagno che più facilmente può arrivare in porta. Nell’ultimo anno in Germania Mkhitaryan ha mandato a segno un uomo per 32 volte, di cui 20 solo in campionato: un numero assurdo se si considera che l’anno precedente aveva concluso la stagione totalizzando 7 assist e, lo scorso anno, si è addirittura fermato a 5. La realtà è che Mkhitaryan dà l’impressione di poter essere un giocatore tanto decisivo quanto però influenzabile dal rendimento della squadra e ancora di più dallo stile di gioco e la tattica della stessa: dovendo classificare gli allenatori che maggiormente lo hanno influenzato, è Lucescu quello che l’ha reso un trequartista vero, Klopp quello che ne ha affinato le caratteristiche tecniche, Tuchel quello che l’ha reso uno dei migliori e più efficaci al mondo e Mourinho quello che ne ha limato i difetti e l’ha reso più maturo.

L’impressione generale è che Mkhitaryan si esalti nei contesti tattici gestiti in maniera meticolosa, dove è lui a essere al centro del gioco e nulla, nella manovra offensiva, è lasciato al caso. Al contrario sembra fuori luogo nei contesti più confusionari: non è un caso che abbia reso male soprattutto nell’ultimo anno con Klopp, quando il Borussia rischiò la retrocessione e l’allenatore aveva perso il polso della situazione, e nel primo anno a Manchester, in cui Mourinho ereditava una squadra, dopo diversi cambi di panchina, costruita in modo piuttosto rocambolesco. Nel primo caso Henrikh trovò spazio rendendosi decisivo solamente a tratti: lui stesso parla di sé come un giocatore umorale, che riesce a dare il meglio solo se sereno, ed è chiaro come, in quella stagione, di serenità nello spogliatoio del Dortmund ce ne fosse pochissima. Della scorsa stagione l’armeno parla invece come di un’annata da lasciarsi alle spalle: Mkhitaryan è arrivato come acquisto meno atteso di una campagna che aveva portato all’Old Trafford giocatori del calibro di Pogba, Ibrahimovic e Bailly. Il maggiore problema per Mkhitaryan è stato il passaggio da un contesto di controllo del pallone, che faceva del possesso palla e del meticoloso studio della fase difensiva avversaria la sua forza – come quello di Tuchel – a uno, come quello di Mou, attendista e contraddistinto da transizioni verticali rapidissime, di circolazione fluida del pallone e costruito per evitare ogni perdita di tempo palla al piede.

Manchester United's Armenian midfielder Henrikh Mkhitaryan lies on the lawn during the UEFA Super Cup football match between Real Madrid and Manchester United on August 8, 2017, at the Philip II Arena in Skopje. / AFP PHOTO / Dimitar DILKOFF (Photo credit should read DIMITAR DILKOFF/AFP/Getty Images)

In realtà, a posteriori, più che di una stagione negativa potremmo considerare quella scorsa come una stagione di transito: tra amichevoli e prime partite del nuovo campionato Mkhitaryan, che ha totalizzato 5 assist in 3 gare, sembra essere già notevolmente migliorato sotto molti aspetti, e se l’armeno pre-Mourinho aveva bisogno di essere continuamente coinvolto nella fase offensiva, adesso è in grado di farsi trovare al posto giusto senza il bisogno di strafare, ma piuttosto giocando spesso il pallone di prima, sfruttando maggiormente e meglio la sua velocità di pensiero e garantendo al suo allenatore qualità nella progressione e imprevedibilità nelle giocate, forte della grande intesa con il compagno di reparto Juan Mata.

Se è vero che Mkhitaryan nasce come mezzala, salvo poi aver giocato sia come trequartista ma anche come esterno offensivo, con Mourinho nello United di quest’anno sembra avere un duplice compito: quello di fare da collegamento tra il centrocampo fisico formato da Pogba e Matic e l’attacco organizzato, che sfrutta il fiuto del gol di Lukaku e gli inserimenti di Mata, e allo stesso tempo quello di gestire l’azione negli ultimi metri. Non è quindi un caso che, secondo Squawka, sia il giocatore con il maggior numero di passaggi chiave (9), il maggior numero di assist (5) e il maggior numero di chance create (14). Il “ritrovamento” di Mkhitaryan potrebbe essere il miglior acquisto dei Red Devils, che nella corsa al campionato potranno contare su un giocatore di tecnica ed esperienza sopra la media, in grado di garantire imprevedibilità e velocità ad una squadra già ricca di estro.

 

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