Calcio

Lusiadi

Quello del Portogallo è il trionfo della diversità: una Nazionale espressione della storia secolare di un Paese, riuscita a scacciare il peso della tragedia.

Portogallo

Portugal's national football team supporters wave flags at Terreiro do Paco square in Lisbon on July 10, 2016 as they watch on a giant screen the Euro 2016 final football match Portugal vs France played in Paris. / AFP / PATRICIA DE MELO MOREIRA (Photo credit should read PATRICIA DE MELO MOREIRA/AFP/Getty Images)

Bisogna dimenticarsi di essere stati un impero, per tornare a comandare. Bisogna rinunciare agli eroi per ricostruirsi un’epica. E bisogna affidarsi ai figli meticci di un passato di cadute per alzare il primo trofeo della storia di un Paese incastonato alla fine del mondo. Le rughe di disillusione di Fernando Santos, fatalista tranquillo come sa essere chi invecchia vedendo passare il Tago che sembra non passare mai, sono una faccia della medaglia di questo Portogallo campione d’Europa. Fernando Santos è il Portogallo orgoglioso del suo understatement, con la sua mestizia atavica. Il Portogallo che non ha vinto quando sbalordiva gli anni Sessanta coi mozambicani Coluna ed Eusebio, che non ha vinto l’Europeo in casa, che ha visto tramontare la generazione più talentuosa degli ultimi cinquant’anni – da Rui Costa a Figo a Deco – senza una gioia. Fernando Santos è il Portogallo che abbiamo imparato a conoscere: la sfortuna indossata come un abito comodo e sublimata in un eterno senso di inadeguatezza. Eppure il volto di questo ingegnere cattolico prestato alla panchina da solo non spiega granché. Non spiega cosa ha reso vincente un Paese che – da dominatore del mondo nel Cinquecento – era diventato uno Stato reietto, devastato da debiti e corruzione, minato nel suo midollo dalla sindrome della nobile potenza decaduta.

MOZAMBICO
Una vista di Maputo, un tempo chiamata Lourencço Marques capitale del Mozambico. Contiene circa un milione e dueentomila abitanti, è capitale dal 1907. Sorge all'estremo sud del Paese, nei pressi di un grande delta in cui confluiscono quattro fiumi (Adrien Barbier/Afp/Getty Images)

Per mostrare al mondo l’altra faccia del Portogallo campione d’Europa bisogna sfogliare i petali della sua rosa. E vedere da dove provengono. Pepe: Brasile. Bruno Alves: figlio di brasiliani. William: Angola, l’ultimo possedimento coloniale a cadere. Nani: Capo Verde. Eder e Danilo: Guinea Bissau. Renato Sanches: figlio di genitori di Capo Verde e Sao Tomè. Ronaldo: Madera. Eliseu: Azzorre. Adrien Silva, Guerreiro e Lopes: nati in Francia da genitori emigrati. Cedric: nato in Germania. Quaresma: madre angolana e padre gitano. Banalmente, la Nazionale campione d’Europa è una summa degli antichi possedimenti portoghesi, l’espressione più sorprendente di secoli di conquiste ed esplorazioni, schiavismo e colonizzazione, ridimensionamento e diaspora. Nell’Europa unita ha vinto una squadra che è il fossile vivente di un impero.

Il gol di Éderzito António Macedo Lopes in finale. Éder  è nato a Bissau, capitale della Guinea-Bissau, il 22 dicembre 1987. Bissau ha poco meno di 400.000 abitanti, quasi un terzo, tuttavia, dell'intera popolazione nazionale.

Non è solo una curiosità. Curiosità è dire che due ct esonerati recentemente dalla Grecia – Claudio Ranieri e Fernando Santos – sono diventati gli allenatori più miracolosi del 2016. Ma scavare nelle radici di ogni singolo giocatore aiuta a capire. Le generazioni precedenti di portoghesi erano cresciute nel cono d’ombra di una dittatura mediocre e conservatrice ciecamente appesa al mito della grandezza svanita. Non si discute Dio, non si discute l’autorità, non si discute la Patria e il suo mito. Il trentennio di Salazar aveva acuito la vena malinconica di un popolo che deve al mare orizzonti e limiti ma che – per dirla con Fernando Pessoa – è fermamente convinto che il sale nell’oceano sia dovuto in gran parte alle lacrime versate dai portoghesi. L’idea della vittoria era diventata un peso, il peso insostenibile della gloria da recuperare.

Oggi che le uniche lacrime sono quelle di Cristiano Ronaldo zoppo ma raggiante, il registro è cambiato. Avere in squadra tanti oriundi e naturalizzati da ogni ex possedimento, tanti figli degli emigranti portoghesi che creano comunità da Sankt Moritz a Toronto, significa avere consegnato le chiavi della Nazionale a ragazzi che col passato hanno un rapporto nuovo. Magari una voglia di rivincita ed emancipazione, ma non più quel senso di tragedia scritta dal destino né tantomeno quell’esigenza recondita di ricreare un impero, foss’anche solo a pallonate. Via tutto, resta la leggerezza di provare a farcela da outsider, senza troppe menate, magari approfittando del caso e di un tabellone generoso. Tutto qui, con la stessa incoscienza semplice dei contadini dell’Alentejo, che a Natale cantavano dei cavalli dei Re Magi al galoppo sul mare, il tutto senza mai aver visto un’onda né una spiaggia in vita loro.

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I calciatori portoghesi festeggiano il vantaggio di Eder contro la Francia (Laurence Griffiths/Getty Images)

 

In fondo questa lievità è stata la forza di Rui Patricio, João Moutinho e compagnia: mollare gli ormeggi delle aspettative e lasciarsi trasportare solo dai piedi, oltre una Storia densa e secolare. Costretti a cercare nell’oceano i mercati e lo spazio che la geografia aveva loro negato, i portoghesi dal XV secolo avevano conquistato il mondo intero, aprendo nuove vie e scoprendo terre sconosciute. Dom Enrique “il Navigatore” e i suoi esploratori della scuola di Sagres erano diventati signori dei mari. Le caravelle di Bartolomeu Dias che doppiavano Capo di Buona Speranza, quelle di Cabral che approdavano in Brasile, Vasco da Gama che apriva la via per le Indie, Magellano e il suo equipaggio che circumnavigavano il globo e portavano la croce fino alle Molucche in cerca di spezie. Le piazzeforti fondate a Capo Verde, le sanguinose piantagioni e i milioni di schiavi deportati in Brasile dalla costa atlantica dell’Africa, da São Tomé a Luanda, i missionari in Mozambico e i mercanti a Zanzibar. E poi l’Asia, la fondazione dell’Estado da India, le ville coloniali a Goa, le dogane a Malacca, i raccolti di noce moscata a Timor, le chiese di Nagasaki e il porto di Macao: un pugno di uomini con in pugno un pianeta.

Inevitabile sentirsi parte di un disegno divino, sentirsi il popolo eletto. «Sebastianismo» probabilmente non dirà granché a Luis Carlos Almeida da Cunha detto Nani – uno con un nome da esploratore nato – ma è stato per secoli il faro degli intellettuali di Lisbona. Dom Sebastião era il re che nel 1578 guidò il Portogallo alla conquista del Marocco con 800 navi e 40.000 cavalieri. Qualcosa in più di una spedizione ad Euro 2016. Morì in battaglia e il suo corpo non fu mai ritrovato. Divenne un fantasma, un messia, una presenza ingombrante come Cristiano Ronaldo a bordo campo. La leggenda voleva che il ritorno di Sebastião sarebbe coinciso con il Quinto Impero, l’era del dominio assoluto di Lisbona. Per secoli fu un’ossessione: presto o tardi sarebbe accaduto, era ineluttabile. Sovrani, inquisitori e poeti attendevano quel giorno mentre tutto bruciava loro intorno: gli Stati nemici si ingrandivano, le lotte intestine spezzavano le dinastie, la Spagna li fagocitava, i commerci avvizzivano e le colonie – una dopo l’altra, in uno stillicidio di libertà – abbandonavano Lisbona a se stessa. Condannando di fatto i portoghesi a dimenticare pian piano i loro sogni irrealizzabili di ritorno alla grandezza.

SAO TOME
Una stazione di autobus a São Tomé, l'arcipelago un tempo colonia portoghese. Si trova a circa 250 kilometri di distanza dalla costa del Gabon, e ha una popolazione complessiva di circa 165.000 abitanti (Esirey Minkoh/Afp/Getty Images)

Insomma, il trionfo di ieri non è solo sport, ma come sempre è storia, letteratura e psicologia intrecciate. Nonostante la psicologia sia cosa più mitteleuropea, mentre i portoghesi «non hanno un inconscio, hanno un’anima». Così, mentre il Portogallo del 2004 vinse tutte le partite tranne la prima e l’ultima, l’Alfa e l’Omega, e fu quasi un lutto nazionale, questo del 2016 è diventato campione battendo entro il novantesimo solo il Galles, e ora è festa nazionale. Nuovo corso, nuova gente, nuovo calcio. Meno ansia di dominio e più concretezza, meno sebastianismo e più difensivismo, lasciando la filosofia del joga bonito ai cugini brasiliani: parafrasando il motto dei navigatori, «vincere necesse est, vivere non necesse». E la storia dice che a vincere alla fine sono stati loro, i nuovi Lusiadi, gli unici ad aver portato a compimento una missione secolare che in fondo non ricordavano di avere: «Levantai hoje de novo o esplendor do Portugal».

 

Nell'immagine in evidenza, Praça do Comercio, a Lisbona, piena di tifosi per la partita contro la Francia (Patricia De Melo Moreira/Afp/Getty Images)


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