Calcio Internazionale

Non c'è niente di ordinario nel primo titolo nazionale vinto dal Bodo/Glimt

Un progetto particolare e ambizioso: gioco offensivo, identità locale, attenzione al settore giovanile e un mental coach.

Tra pochi giorni il Bodo/Glimt, la squadra affrontata e battuta (con fatica) dal Milan nel turno preliminare di Europa League, festeggerà la vittoria del suo primo titolo norvegese. Un successo storico non solo perché è senza precedenti, come detto, ma perché è arrivato al termine di un torneo dominato dall'inizio alla fine: in questo momento, il Bodo ha 18 punti di vantaggio sul Molde campione uscente, a sei giornate dalla fine; nei 24 turni disputati finora, ha perso in tutto sette punti (21 vittorie, due pareggi, una sola sconfitta); con 89 gol realizzati, ha il miglior attacco del campionato, al secondo posto di questa particolare graduatoria c'è il Molde, che di gol ne ha segnati 59. Insomma, c'è di che festeggiare, considerando anche che il club ha sede a Bodo, una città di circa 45mila abitanti che si trova più a Nord rispetto al Circolo Polare Artico e che dista 16 ore di macchina da Oslo.

L'incredibile storia del Bodo/Glimt è finita persino sul New York Times, per tanti motivi: uno di questi è che ora è diventata «la squadra per cui tifano tutti, in Norvegia e non solo», come ha spiegato Orjan Berg, ex giocatore del Bodo e ora allenatore del settore giovanile. Frode Thomassen, amministratore delegato del club, ha spiegato che i grandi risultati raggiunti quest'anno hanno portato a un'enorme crescita del brand, considerando dimensioni e fama “precedente” del Bodo: «Abbiamo venduto articoli di merchandising a una quantità incredibile di nuovi fan in ogni angolo della Norvegia, e anche in altri Paesi d'Europa». Secondo quanto raccontato da Patrick Thomassen, centrocampista 22enne che è stato convocato in Nazionale, Haaland e Odegaard (i due giocatori norvegesi più forti e famosi) gli hanno confessato di non guardare in maniera continua l'Eliteserien – il nome “ufficiale” del campionato – solo che quest'anno «hanno seguito le partite del Bodo».

Ma come ha fatto il Bodo/Glimt è diventata una squadra di culto così all'improvviso? Tutto parte dalla valorizzazione del talento locale: oltre a Hauge, passato al Milan nel mercato estivo/autunnale, anche Berg, Saltnes e Brede Moe vengono da Bodo o comunque dal Nord della Norvegia, e sono cresciuti nel settore giovanile del club. Orjan Berg ha spiegato che «il Bodo punta ad avere il 40% dei componenti della rosa di formazione locale, e a dare loro il 15% del minutaggio complessivo. Questo fa parte della nostra identità. I tifosi vogliono che a giocare siano i norvegesi del nord».

Un altro aspetto fondamentale è l'approccio condiviso dal tecnico Kjetil Knutsen, 52enne senza esperienze significative come calciatore, e i suoi giocatori: molti componenti della rosa hanno vissuto un periodo di forte crisi, volevano lasciare il Bodo o anche il calcio professionistico, poi tutto è cambiato nella primavera del 2019, durante il ritiro precampionato in Spagna. Ulrik Saltnes, uno dei giocatori del Bodo, ha spiegato che la squadra si è presentata a quel ritiro «senza ambizioni di classifica, ci siamo concentrati sulle nostre prestazioni, sul nostro miglioramento come calciatori. La gente chiede sempre qual è il segreto del Bodo, ma non c'è una cosa o una persona: questo cambiamento è avvenuto in modo molto naturale. E ci ha portato a questo punto».

Il Milan è stata la quarta squadra italiana affrontata dal Bodo/Glimt nella sua storia europea: prima dei rossoneri, il club norvegese ha sfidato Napoli, Inter e Sampdoria in Coppa delle Coppe e in Coppa Uefa, ma è sempre uscita sconfitta dal doppio confronto (Emilio Andreoli/Getty Images)

In realtà un cambiamento significativo è avvenuto pochi mesi prima, quando il Bodo ha assunto Bjorn Mannsverk. ex pilota militare che si reinventato come mental coach. La sua esperienza nell'aeronautica gli aveva fatto scoprire l'importanza della concentrazione, così ha provato a introdurre i suoi metodi nel calcio. Così ha creato un sistema di sessioni individuali o di gruppo in cui a ogni giocatore viene chiesto di condividere le proprie emozioni, le proprie esperienze, così che anche i compagni possano parteciparvi. «Ho solo due regole», ha raccontato Mannsverk al NYT, «tutto ciò che facciamo deve essere volontario, e poi non mi comporto come se fossi un'emanazione diretta del club, non dico mai ai giocatori che dovrebbero essere più felici o devono lavorare di più». Saltnes ha spiegato che «le sessioni con Mannsverk sono molto personali, ti spingono a raccontare cose che in altre squadre verrebbero interpretate come segnali di debolezza».

Proprio il contributo di Mannsverk ha determinato il cambio di approccio del Bodo/Glimt: «Concentrarsi sui risultati genera molto stress nei calciatori, mentre farlo sulle prestazioni permette loro di essere creativi». È così che il Bodo è diventata la squadra più attrattiva di Norvegia: «Il nostro stile di gioco è avventuroso, aperto, mi viene da dire kamikaze», ha spiegato Saltnes, «e nulla sarebbe stato possibile senza il lavoro mentale che abbiamo imparato a fare». La vittoria del titolo è frutto di un'escalation continua: il Bodo è arrivato 11esimo nel 2018, poi al secondo posto un anno dopo. Ha raggiunto il penultimo turno preliminare di Europa League e ha anche venduto il suo primo calciatore importante all'estero – Hauge, appunto. L'amministratore delegato Thomassen ha riconosciuto che «questa cessione era inevitabile, quando una squadra fa bene è destinata a perdere i suoi migliori giocatori, soprattutto se siamo confinati nel campionato norvegese. Ma per noi questo è solo l'inizio: il nostro obiettivo è continuare a crescere sviluppando il nostro settore giovanile, da qualche settimana abbiamo messo un annuncio per un posto da coach nel nostro vivaio e abbiamo ricevuto oltre 400 candidature. Ora siamo un club attraente per tanti giocatori e professionisti norvegesi, ed era quello che volevamo».

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