I regolamenti finanziari e Brexit stanno spingendo i club di Premier League a investire in giocatori giovanissimi, e per certi versi non è una buona notizia

di Redazione Undici 18 Ottobre 2025 alle 18:02

Da anni ormai la Premier League è la regina del mercato. Ogni sessione diventa un record di spesa, viaggiando oltre il miliardo di euro complessivo di spesa. Una parte considerevole viene investita nei giovani. Idea nobile e visionaria, se fosse legata solo a un discorso rinnovamento. Come ha spiegato il giornale inglese The Guardian, però, dietro c’è tanto altro.

Durante un recente incontro tra i direttori sportivi della Premier League, il tema delle accademy e delle cifre investite sui teenager “fatti in casa” ha acceso il dibattito. Secondo diversi addetti ai lavori, la corsa ai migliori quattordicenni ha raggiunto livelli mai visti. Per anni il Chelsea è stato l’emblema dell’aggressività sul fronte dei vivai, investendo cifre importanti sui migliori ragazzi in circolazione. Poi è arrivato il Manchester City, portando il fenomeno a un altro livello. «Si fa letteralmente stockpiling, si accumulano giocatori – racconta al quotidiano una fonte del settore – una volta se Chelsea o City volevano il tuo assistito, significava che avevi vinto alla lotteria. Ora però anche altri club lo fanno. Il mercato è impazzito».

Due le cause principali: Brexit e le regole di sostenibilità finanziaria (PSR). L’uscita del Regno Unito dall’UE ha vietato l’ingaggio di giocatori europei under 18, facendo salire il valore dei giovani inglesi. Allo stesso tempo, le norme contabili della Premier considerano “profitto puro” le plusvalenze sui prodotti del vivaio, spingendo i club a investire presto su talenti che un domani potranno essere rivenduti a cifre milionarie. Gli esempi non mancano. L’Aston Villa ha pagato circa un milione di sterline per il 17enne scozzese Fletcher Boyd. Il Manchester City ha sborsato 450 mila sterline per il 14enne William Stanley-Jones del Burnley. Il Manchester United ha investito fino a un milione per il 16enne Harley Emsden-James del Southampton. Persino il piccolo Cambridge United ha ceduto Daniel Nneji, 16 anni, al Brighton per una cifra record per il club.

Altri club, come il Liverpool, sono più prudenti. I campioni d’Inghilterra hanno fatto scalpore strappando Rio Ngumoha al Chelsea, ma avrebbero convinto il ragazzo offrendo una chiara prospettiva di prima squadra. Tuttavia, anche ad Anfield non mancano le perdite: il 16enne Isaac Moran è volato al Newcastle. Per le società di fascia medio-bassa è una battaglia impari. Difendere i propri ragazzi dagli assalti delle big è sempre più complicato, e la domanda resta aperta: è giusto che un giovane lasci il proprio club a 15 anni? «Cerchiamo di fargli capire che restare può essere meglio per la loro crescita – spiega un dirigente. “Ma diventa sempre più difficile».

Molti addetti ai lavori sostengono che la Brexit abbia ridotto il livello complessivo del calcio giovanile inglese. Non potendo più reclutare talenti stranieri, le accademie si rivolgono ora al mercato interno, includendo Scozia e Irlanda del Nord. A preoccupare è anche il boom di stipendi per ragazzi sempre più giovani. «Ci sono sedicenni che guadagnano 8.000 sterline a settimana, e raddoppiano in pochi mesi – rivela un agente – molti si perdono: se non sfondi entro i 19 anni, finisci in League One». Le famiglie, spesso in difficoltà economica, non resistono alla tentazione. Nonostante le critiche, nessuno crede che la situazione possa cambiare. «Bloccare i trasferimenti fino ai 18 anni? Impossibile – ammette un dirigente – Si può cercare di punire i contatti illegali, ma come con gli autovelox: tutti rallentano solo quando li vedono». Intanto, il flusso di denaro continua a scorrere. I talenti si moltiplicano, ma solo pochi diventano campioni. Come Nico O’Reilly, uno dei pochi a essersi imposto nel Manchester City. Gli altri, nella corsa all’oro dei vivai inglesi, rischiano di perdersi lungo la strada e di non vedere mai la Premier League.

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