La criminalità organizzata ha messo in ginocchio il calcio ecuadoriano, con cinque giocatori uccisi nel 2025

Mario Pineida, esperto difensore del Barcellona Sporting, è l'ultima vittima di una spirale di violenza spaventosa: dietro gli omicidi ci sono le mafie locali e gli affari generati dalle scommesse calcistiche clandestine.
di Redazione Undici 19 Dicembre 2025 alle 21:32

Un Paese travolto dalla violenza, con la tensione sociopolitica ai massimi storici e un’economia soggiogata alla malavita. In un contesto del genere, ne fa le spese pure lo sport. Presentando un conto terribile: Mario Pineida, difensore 33enne con un passato in Nazionale, è stato ucciso il 17 dicembre a colpi di arma da fuoco insieme alla compagna. Si tratta del quinto omicidio a sfondo calcistico in Ecuador in questo 2025. Un numero folle, inaudito, sintomo di come ormai la criminalità organizzata abbia una presenza tentacolare a tutte le latitudini del territorio – soprattutto a Guayaquil, la città più violenta e dove si è consumata la tragedia.

Nelle ultime ore la polizia locale ha arrestato due persone legate all’omicidio, ricostruendone le dinamiche grazie alle telecamere di sicurezza sul luogo del crimine: Pineida si trovava nella macelleria di una zona residenziale; è stato avvicinato da due sicari e pensando a una rapina ha istintivamente alzato le mani, questi invece l’hanno crivellato di colpi, per poi sparare a freddo anche alla compagna che era lì con lui. La notizia ha subito avuto un immediato risalto nazionale ed internazionale anche per la popolarità di Pineida: era un veterano del Barcellona Sporting Club, tra le squadre più popolari e vincenti del Paese. Ed è stato ucciso, come altri prima di lui, per il giro di scommesse clandestine sulle partite di calcio sotto il controllo delle mafie locali.

Già a settembre tre calciatori ecuadoriani erano stati assassinati a colpi d’arma da fuoco nell’arco di pochi giorni: Maicol Valencia, Leandro Yépez e Jonathan González. È soprattutto la storia di quest’ultimo ad aver fatto luce sull’intera vicenda, viste le minacce ricevute per perdere una partita invece finita col risultato di parità. La pressione è costante, condiziona la regolarità dei campionati locali e – ancora più grave – la vita dei calciatori stessi. Sempre più bersagli mobili, facilmente identificabili. A novembre, l’omicidio di Miguel Nazareno ha particolarmente scosso l’opinione pubblica: aveva appena 16 anni ed era considerato uno dei più promettenti talenti del calcio ecuadoriano. Almeno altri tre professionisti sono sopravvissuti ad attacchi armati, un altro è uscito illeso da un’aggressione. Il tutto nell’arco di un 2025 senza precedenti, anche per i precari standard di sicurezza dell’Ecuador.

Il problema è che lo Stato, a sua volta fragile e impegnato a gestire ripetute ondate di profonde proteste sociali, non riesce a intervenire né a contenere il fenomeno. Così i calciatori restano soli, di colpo alle prese con un mestiere surrealmente pericoloso. L’Ecuador nel frattempo si è qualificato senza problemi ai Mondiali 2026: dobbiamo augurarci che la vetrina americana stavolta rappresenti una cassa di risonanza positiva per sensibilizzare la comunità internazionale verso contromisure concrete, a partire da quelle che potrebbe valutare la FIFA. E a differenza di quanto accadde trentun’anni fa, nell’altro Mondiale statunitense, che costò la vita al colombiano Andrés Escobar per un dannato autogol. Purtroppo, certe volte la storia tende a ripetersi.

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