C’era tanto da ricostruire, quando il glorioso Schalke 04 era retrocesso dalla Bundesliga nel 2023, spoglio di campioni, risorse e sponsor. Oggi, dopo due stagioni di purgatorio, a Gelsenkirchen stanno però tornando a rispolverare alcune sensazioni dimenticate. Si vince, si gioca, si va allo stadio – eccome: nonostante il palcoscenico della Zweite Bundesliga, nelle partite in casa si sfonda quota 60mila spettatori – e ci si diverte. In buona parte grazie a Miron Muslic: l’uomo giusto nel posto giusto, al momento giusto. E l’allenatore di questo Schalke 04, che al di là del promettente cammino in campionato si è messo alle spalle la tempesta ripristinando la totale sinergia fra squadra e tifosi. L’ingrediente essenziale per fare calcio da queste parti.
Non è un caso che, a gennaio, un fuoriclasse del calibro di Edin Dzeko abbia lasciato la Fiorentina cercando nuovi stimoli: lo Schalke, in termini ambientali, era il club perfetto per sentirsi a proprio agio, «con dei tifosi che incitano a mille la squadra a prescindere dalle prestazioni». Soprattutto negli ultimi mesi, dopo che il club ha pescato il coniglio dal cilindro. Muslic, 44 anni è di origine bosniaca come Dzeko – questo può avere tuttalpiù aiutato la trattativa – e durante l’infanzia la sua famiglia aveva trovato asilo politico in Austria, dove si è formato dapprima come onesto attaccante delle serie minori e poi da allenatore. La squadra che l’ha svezzato in panchina è la stessa in cui aveva smesso di giocare: lo Sportvereinigung Ried, in Serie B austriaca. Non proprio il baricentro del calcio europeo. Poi però ha saputo reinventarsi all’estero: bene al Cercles Bruges, in prima divisione belga, con tanta amarezza l’anno scorso al Plymouth in Championship – Muslic subentrò a campionato in corso ma non riuscì a evitare la retrocessione: «Qualche partita in più ci sarebbe bastata», ha ricordato con un velo di nostalgia.
Insomma, a prima vista non un curriculum sfavillante. Eppure c’è altro per cui la dirigenza dello Schalke si è convinta a puntare su di lui la scorsa estate: soprattutto durante l’esperienza inglese, Muslic ha dimostrato notevoli doti diplomatiche, facendosi da elemento di raccordo fra club e tifoseria nella difficile fase che precede una retrocessione. Parliamo cioè di un allenatore che, prima di tutto, cerca di capire nel profondo la realtà che lo circonda, immergendosi fino a immedesimarsi con i valori del club. Ed è quello che stavano cercando in Germania. “Da rifugiato è tosta fare parte di qualcosa», ha spiegato nel corso di un lungo reportage del Times. «Raramente ci si sente parte di una comunità, di una città, di un Paese. Ma poi c’è il calcio. E questa è la magia e la più grande bellezza di questo sport: tutti uniti per un gol, per un obiettivo, non importa il cognome, la religione, la lingua. Soltanto la purezza del gioco. Compatti verso un sogno. Se il mondo fosse semplice come il pallone, avremmo una vita migliore» (e su questo pochissimi dubbi).
Così un profilo come Muslic ha cliccato immediatamente con il travolgente entusiasmo comunitario di Gelsenkirchen: una città industriale, ruvida, operaia, dove nel weekend tutto è orientato in base al calendario dello Schalke. L’allenatore è conscio dei sacrifici della sua gente e cerca di costruire una squadra a immagine e somiglianza di questo credo. «Qui attorno ci sono tanti minatori», spiega. “Non sono interessati al bel gioco, al tiki-taka. Vogliono vedere i giocatori sputare sangue in campo, sacrificarsi, dare tutto quello che hanno. Continueremo a lavorare duro, a correre di più, a giocare aggressivi, coraggiosi, mettendo in pratica questi principi». E adesso che lo Schalke è capolista in Zweite, a +6 dalla terza in classifica con solo quattro giornate da disputare – cioè a due vittorie dalla matematica promozione in Bundes. Muslic si guarda indietro: «In questi mesi non ci siamo mai detti “andiamo a vincere il titolo”. Semmai abbiamo detto “lavoreremo duro e faremo del nostro meglio. Cercando sfruttare le nostre occasioni, senza snaturarci. Ci saranno momenti in cui cadremo, ma senza mai venire meno a noi stessi”. Questi sono i valori dello Schalke. Siamo una potenza perché abbiamo riconnesso i tifosi al club e a noi del gruppo squadra: di nuovo uniti verso un sogno».
Il ritorno in grande stile nel calcio tedesco, traducendo la filosofia identitaria dello Schalke in uno stile di gioco appropriato. Chiaro che allora i tifosi biancoblù stravedano per Muslic, per Dzeko e compagni. La vittoria del campionato sarebbe soltanto la ciliegina sulla torta.