Persino una delle testate sportive più autorevoli e caustiche del mondo, L’Équipe, è caduta nella “trappola narrativa” di PSG-Bayern 5-4: da una parte i giornalisti francesi hanno lodato il gioco spettacolare, l’adrenalina, la leggerezza quasi sfrontata che si è vista sul prato verde brillante del Parco dei Principi; dall’altra, però, gli stessi giornalisti hanno dato dei voti piuttosto bassi ai portieri e ai difensori di entrambe le squadre: 3 a Nuno Mendes, Pacho, Marquinhos, Neuer, Stanisic e Davies, 4 a Tah e Lainer, 5 a Upamecano, Safonov, Hakimi. Si tratta di letture e posizioni che in nessun altro caso e in nessun altro sport sarebbero conciliabili, nel senso che l’appagamento provato da chi ha visto PSG-Bayern 5-4 è inestricabilmente collegato alle difficoltà dei difensori scesi in campo. I quali, giusto per chiarire, non sono assolutamente scarsi. Anzi: sono tra i migliori al mondo nel proprio ruolo. E allo stesso modo non si può pensare che Luis Enrique e Kompany non abbiano lavorato sulla fase passiva o sulle transizioni negative delle loro squadre. Semplicemente, molto più semplicemente, la qualità degli attaccanti in campo ha avuto la meglio sulla qualità dei difensori, sulla loro organizzazione tattica. E non c’è niente di cui indignarsi, o di cui sorprendersi: oggi il calcio d’élite è un gioco prettamente, dichiaratamente, evidentemente offensivo.
Per capire cosa intendiamo, basta tornare indietro al 2014, a un articolo che Gary Neville – ex difensore-simbolo del Manchester United e poi allenatore di scarsa fortuna – scrisse per il Telegraph. Un articolo in cui c’erano queste parole qui: «Non è colpa dei calciatori se un certo tipo di marcatura o di contenimento non fanno più parte del loro modo di giocare. Il punto è che oggi la velocità è molto più alta, il livello tecnico è fantastico, è tutto così elettrizzante. Stiamo andando incontro a un’era di calcio audace, come negli anni Quaranta e Cinquanta del XX secolo. Evidentemente, il gioco è andato in letargo dagli anni Settanta agli anni Novanta, quando prevalevano organizzazione e struttura difensiva. Oggi stiamo rivedendo il calcio per com’era stato pensato e previsto, forse».
Ecco, per spiegare e per raccontare PSG-Bayern 5-4 bisogna partire da queste frasi. Da queste evidenze inoppugnabili. Dalla prestazione di Hakimi, devastante in attacco ed efficace in fase difensiva, sì, ma solo quando era effettivamente presente (cioè in molte meno occasioni rispetto a un esterno basso del passato). Il fatto è che Luis Enrique, Kompany e la stragrande maggioranza degli altri allenatori top, per dirla in breve, hanno idee più audaci – così riprendiamo anche una parola usata da Gary Neville – se confrontate con quelle dei loro predecessori. E si tratta di idee (parliamo dei principi di base, ovviamente) anche abbastanza facili da decodificare: si parte dai talenti offensivi e dalle connessioni tra loro, quelli sono gli aspetti che dobbiamo cercare di valorizzare il più possibile; e non c’è da inorridire, o da arrabbiarsi troppo, se dobbiamo sacrificare un po’ di equilibrio difensivo, se dobbiamo sbilanciarci un po’ di più, se rischieremo di concedere occasioni in transizione.
Questa visione del calcio, al di là della sua (presunta) superiorità ontologica rispetto a un approccio più bilanciato o addirittura difensivo, è frutto di un’evoluzione circolare. Come ha spiegato Neville nel suo articolo del 2014, il calcio anni Quaranta e Cinquanta contemplava molti più risultati simili al 5-4 di PSG-Bayern (un esempio su tutti: nelle due semifinali e nella finale del Mondiale 1954 furono segnati 18 gol complessivi), poi nei decenni successivi le cose sono cambiate. Negli ultimi 15 o vent’anni, di fatto, siamo “tornati indietro”: le idee degli allenatori, i cambi di regolamento pensati e attuati in chiave offensiva e lo sviluppo di attaccanti velocissimi e di enorme qualità hanno determinato un nuovo contesto tattico. Un contesto meno ossessionato dall’equilibrio a tutti i costi, dall’azzeramento dei rischi. In poche parole: gli allenatori di oggi hanno tutti, a cominciare proprio da Luis Enrique e da Kompany, la velleità di controllare le partite in ogni aspetto, anche difensivo. Ma accettano in maniera più leggera, diciamo così, che questo loro modo di intendere il gioco possa far incassare qualche gol in più. Soprattutto nelle sfide più importanti, contro le squadre più forti (che, fatalmente, seguono lo stesso spartito).
In realtà, a pensarci bene, sono tutte valutazioni economiche e quindi utilitaristiche. Se, come detto prima, oggi ha senso e conviene – proprio dal punto di vista finanziario, cioè per le casse dei club – valorizzare i giocatori d’attacco, allora gli allenatori acconsentono al fatto che Kvaratskhelia, Olise, Dembélé, Doué e Luís Díaz, ma anche Hakimi e Alphonso Davies, facciano qualche ripiegamento in meno rispetto al passato. Stesso discorso anche dal punto di vista televisivo: oggi la “richiesta” del pubblico calcistico – soprattutto quello neutrale – va in una direzione chiara, quella dello spettacolo offensivo. E in fondo è così anche in Italia, dove ci siamo indignati per lo 0-0 «noioso» venuto fuori tra Milan-Juve. Ma poi, in maniera esattamente opposta, ci siamo indignati anche per il 5-4 di PSG-Bayern.
La verità, come succede quasi sempre, sta nel mezzo ed è piuttosto semplice da decodificare: oggi il calcio d’élite sta nell’adrenalina, nella leggerezza quasi sfrontata, persino nelle imperfezioni difensive che si sono viste nella semifinale d’andata di Champions giocata al Parco dei Principi; gli altri, cioè quelli fuori dall’élite, non riescono a esprimere quel tipo di calcio ad alta intensità, tecnica e fisica, e allora cercano altre strade per sopravvivere, per galleggiare, per non perdere. È un semplice gioco delle parti, e adesso dalla parte forte ci sono il PSG, il Bayern, Luis Enrique, Kompany e il loro calcio iper-offensivo in cui le partite finiscono 5-4. Può piacere o non piacere, non è questo il punto. Ma per avvicinarsi a quel livello, e per rimanerci attaccati, bisognerà adeguarsi. Almeno fino alla prossima evoluzione ciclica.