Pareggio di rigore, nella più classica delle accezioni. Un gol per parte, qualche occasione, qualche bella giocata e arrivederci all’Emirates per la semifinale del ritorno. Non è certo stata una partita memorabile, quella fra Atlético Madrid e Arsenal. Soprattutto se quella del giorno prima è PSG-Bayern 5-4, destinata a rimanere negli annali della Champions League per spettacolarità e strapotere offensivo. Eppure – messaggio a tutti gli scettici delle difese allegre, o comunque inferiori ad attaccanti stratosferici – proprio queste due squadre mostrano a tutti che un altro calcio è ancora possibile. Anche ai vertici della Champions League, anche nell’anno 2026.
Basta un’occhiata alle disposizioni in campo: in termini di organizzazione tattica, Gunners e Colchoneros hanno tanto da insegnare alle scuole calcio quanto parigini e bavaresi per creatività individuale. Il fatto è che non tutti hanno Olise e Kane, Dembélé e Kvara e Doué. Probabilmente, il miglior giocatore offensivo fra i 22 in campo al Wanda Metropolitano – in questo momento Julián Álvarez, e anche per distacco – farebbe panchina sia al Bayern sia al PSG, magari con un bel ruolo da subentrante di lusso. Certo non da attore protagonista. Ecco perché alle altre due semifinaliste di Champions non va fatta una colpa, se giocano in maniera diversa da PSG e Bayern.
Atlético e Arsenal sono due signore squadre, allenate da allenatori fortemente identitari. Simeone e Arteta non sono degli sconfitti del gioco, rispetto a Kompany e Luis Enrique: date all’ex Barça una rosa coriacea, senza playmaker visionari o esterni di strappo come quella dell’Atlético e il suo calcio champagne ammirato a Parigi diventerebbe qualcosa di molto, molto diverso. È anzi un pregio trarre il massimo dal proprio materiale tecnico e umano. Lo sa il Cholo, che resta fedele al suo credo e continua a sfidare le big d’Europa da perenne outsider. E infatti il tecnico dell’Atlético, dopo l’1-1 contro l’Arsenal, ha fatto le pulci alla notte precedente: «Quando una partita finisce 5-4 tutti pensano “wow, che bella!”. Io invece dico: cazzo, mi hanno fatto cinque gol». Queste cose le sa pure Arteta. Che, scivoloni psicologici a parte, in Premier League è riuscito a lungo a dare scacco al Manchester City – una compagine molto più simile, per risorse e varietà d’interpreti, a PSG o Bayern. Insomma: se l’Arsenal è lassù, in lotta sui fronti che contano fino a maggio, è grazie alla solidità in fase di non possesso e a una superiorità scientifica sui calci piazzati. E va benissimo così.
La lezione filosofica di questa due-giorni di Champions – così antitetica dal martedì al mercoledì, per molti versi – è che il calcio continua a essere bello e imprevedibile proprio perché continua a essere vario. Non è una scienza esatta o un gioco da tavolo, in cui esiste una strategia teoricamente migliore di tutte le altre. Non c’è dubbio, notti come quelle del Parco dei Principi fanno impennare il cartellino dei giocatori, spopolano sui social e rimarranno nell’immaginario collettivo: piaccia o no, i gol lasciano il segno più degli 0-0, quasi sempre, sul piano emotivo. Eppure sono i pareggi sporchi, affaticati e combattuti come quello di Madrid che continuano a dare una speranza a tutte quelle squadre – quasi tutte, a dir la verità – che non sono il PSG o il Bayern Monaco.
Perché comunque vada a finire, la finale di Champions metterà questi due sistemi l’uno di fronte all’altro. E non è detto che l’esito sia già scritto. «Gli attacchi vendono i biglietti, le difese vincono le partite», recita un vecchio detto – qualcuno lo attribuisce a Sir Alex Ferguson, ma si rimpalla dai campi di tutto il mondo e di tutti gli sport di squadra. Anche questo non è un teorema. Ma ditelo all’Italia del 2006, alla Spagna del 2010, alle vincitrici della Champions League in sei delle ultime sette edizioni: l’anomalia è stata la manita del PSG, perché dal 2019 al 2024 in finale non sono mai stati segnati più di due gol a partita. E anche Guardiola, all’occorrenza, s’è fatto Cholo.