Alex Zanardi ha mostrato che possiamo rinascere e reinventarci dopo ogni tragedia, che i limiti esistono ma possono essere spostati

L'Italia e il mondo hanno perso un grande sportivo, ma soprattutto il protagonista di una storia collettiva, un uomo che ha vissuto tante vite, tutte pienissime, tutte in grado di ispirare gli altri.
di Redazione Undici 02 Maggio 2026 alle 11:36

Nessuno può averne la certezza, ma probabilmente Alex Zanardi se ne è andato felice. Dopo quasi sei anni di silenzio, l’ex pilota di Formula Uno e atleta paralimpico è morto il primo maggio 2026, a distanza di 2142 giorni da quell’incidente su una discesa della provinciale tra Pienza e San Quirico d’Orcia, con la sua handbike, durante una staffetta benefica. Il suo mezzo si è rovesciato e si è scontrato contro un tir. Poi il coma e il riserbo assoluto sulle sue condizioni di salute, chiesto dalla famiglia e rispettato da tutti. Quella era stata la sua ultima uscita pubblica, con quell’handbike che adorava e che gli aveva ridato una seconda vita dopo quella da pilota automobilistico.

È facile immaginarsi il sorriso di Zanardi, anche all’ultimo, perché lui era così: sempre ottimista, sempre positivo nei confronti di un’esistenza sicuramente pienissima, un’esistenza che gli ha dato ma anche tolto anche moltissimo. «Se non avessi avuto l’incidente in cui ho perso le gambe, non sarei così felice», aveva raccontato in più occasioni. Parole che sembrano di circostanza, un po’ retoriche, forse persino un po’ bugiarde. Ma pronunciate da lui, con quella convinzione negli occhi, erano le più vere del mondo.

Alex Zanardi avrebbe compiuto 60 anni il 23 ottobre prossimo. La sua storia non è soltanto quella di un pilota vincente o di un atleta paralimpico straordinario: è il racconto di una continua ripartenza che in qualche modo ha coinvolto tutti, sportivi e non. Zanardi era già un nome affermato nel motorsport internazionale tra gli anni Novanta e i primi duemila. Le sue imprese nel campionato CART negli Stati Uniti lo avevano consacrato come uno dei talenti più puri della sua epoca: spettacolare, coraggioso, sempre al limite.

Il 15 settembre 2001, sul circuito tedesco del Lausitzring, durante una gara del campionato CART, la sua carriera e la sua vita si fermano per un istante sospeso tra tragedia e miracolo. A 13 giri dalla fine, Zanardi esce dai box, perde il controllo della vettura e si gira di traverso in pista. L’impatto con l’auto di Alex Tagliani, lanciata a oltre 300 km/h, è terrificante. Le immagini fanno il giro del mondo. Le condizioni sono disperate: sette arresti cardiaci, una perdita massiva di sangue, appena un litro rimasto in corpo. Un sacerdote gli impartisce l’estrema unzione. Eppure, contro ogni logica, Zanardi sopravvive. Ma il prezzo è altissimo: perde entrambe le gambe.

Da quel momento, la sua storia smette di essere solo sportiva e diventa qualcosa di diverso: una rinascita, una reinvenzione. Zanardi non si limita a sopravvivere: sceglie di vivere davvero, solo partendo da condizioni diverse. E con una determinazione che spiazza chiunque, forse anche chi lo conosceva meglio. Due anni dopo l’incidente, compie un gesto che è già leggenda: torna proprio al Lausitzring per completare quei tredici giri rimasti in sospeso. Non è una gara, non ci sono avversari. Ma è una vittoria simbolica enorme. È il segno che un percorso tragico può anche finire bene, ma nel frattempo Zanardi è già diventato qualcosa di diverso. È trasceso, è andato oltre.

Il ritorno alle competizioni arriva nel 2005, quando conquista il campionato italiano superturismo. Lo fa con una vettura modificata, dimostrando che il talento e la volontà possono ridefinire anche i parametri tecnici dello sport e dei motori. Ancora una volta, Zanardi non si limita a partecipare: vince. Ma è in un’altra disciplina che trova una nuova dimensione, forse ancora più significativa. Scopre l’handbike, quasi per caso, e se ne innamora. È l’inizio di una seconda carriera, altrettanto straordinaria.

Alle Paralimpiadi di Londra 2012 conquista due medaglie d’oro e un argento, diventando simbolo mondiale dello sport paralimpico. Quattro anni dopo, ai Giochi di Rio 2016, si ripete: altri due ori e un altro argento. A questi successi si aggiungono 12 titoli mondiali su strada, che danno vita a un palmarès leggendario. Eppure i numeri raccontano solo una parte della sua grandezza. Il vero lascito di Zanardi è umano. Il suo sorriso, la sua ironia, la capacità di affrontare ogni ostacolo con leggerezza apparente ma profondità autentica lo hanno reso un punto di riferimento ben oltre lo sport. Non ha mai nascosto la fatica, ma ha sempre scelto di raccontarla senza retorica, trasformandola in energia positiva.

Questo spirito trova una delle sue espressioni più concrete nel progetto Obiettivo 3, la realtà da lui fondata per aiutare persone con disabilità a intraprendere un percorso sportivo fino alle Paralimpiadi. Un’iniziativa che incarna perfettamente la sua visione: dare opportunità a chi ha perso qualcosa, aiutandolo a scoprire ciò che può ancora diventare. «Non è importante quello che ti è successo, ma quello che scegli di fare con quello che ti è successo». Questa frase è una diventata una sorta di manifesto. Zanardi non ha mai cercato compassione, ma ha semplicemente cercato possibilità. Forse non ha mai voluto essere davvero un esempio, ma lo è diventato. Perché la sua è, inevitabilmente, una storia collettiva. Per dire: è stato anche conduttore televisivo, ha fatto divulgazione e raccontato storie sportive.

Oggi, ripensando alla sua vita, è difficile separare le vittorie sportive da quelle personali. Le une e le altre si intrecciano, costruendo un racconto unico. Dalle piste americane alla riabilitazione, dalle corse automobilistiche alle strade delle Paralimpiadi, fino alla tv, ogni capitolo aggiunge un tassello a una figura che sfugge alle definizioni. Forse è proprio questo il suo insegnamento più grande: non esistono confini definitivi, ma solo limiti che possono essere spostati. Non sempre superati, certo, ma affrontati con dignità e coraggio. Uno degli ultimi ricordi che ha lasciato è stato costruito sull’handbike, e questoa è una cosa che senz’altro lo avrà reso felice, anche nei suoi ultimi momenti. Quelli tristi, oggi, siamo tutti noi.

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