Le città che ospitano le partite di Coppa del Mondo incassano meno soldi di quelli che spendono, ha scritto Forbes

A volte, il vero affare, è restarne fuori. E diverse località americane se ne stanno rendendo conto a ridosso del torneo.
di Redazione Undici 05 Maggio 2026 alle 10:14

Essere al centro del mondo e del Mondiale. Per giorni, settimane. Gli occhi – e le telecamere – dei cinque continenti puntati addosso. Picco di flussi turistici con shopping annesso. Nient’altro? Una montagna di spese, a quanto pare. E così essere una delle sedi ospitanti per le gare di Coppa del Mondo non è poi un affare così conveniente. Almeno quest’anno, almeno negli Stati Uniti: a rivelarlo è un’analisi di Forbes, che spiega i retroscena di una dinamica beffarda. Eppure, a giudicare da alcune metropoli che hanno scampato la patata bollente, forse sarebbe stata evitabile.

Atlanta, Boston, Dallas, Houston, Kansas City, Los Angeles, Miami, New York – o meglio il MetLife Stadium di East Rutherford, New Jersey, dove si terrà la finale –, Philadelphia, Seattle e San Francisco. Sono undici le città degli Stati Uniti che complessivamente ospiteranno 78 partite della manifestazione. E nel migliore dei casi, dei 22 milioni di dollari di spesa pubblica per località ne sono recuperati soltanto 8. Il che significa che il bilancio del Mondiale, dalla costa est a quella ovest, si prospetta per le sedi ospitanti un deficit di almeno 14 milioni.

Com’è possibile? La visibilità globale e centinaia di migliaia di tifosi visitatori significano un giro d’affari da capogiro, che può fare da volano per l’intera economia locale. C’è però l’altro piatto della bilancia. E cioè una lista della spesa altrettanto vertiginosa: organizzare l’evento in sicurezza costa una fortuna, logistica e grande distribuzione pesano altrettanto, la realizzazione o il restauro delle grandi infrastrutture sportive è uno sforzo da centinaia di milioni di dollari. E tutto questo è a carico delle città ospitanti. Mentre gli aspetti più remunerativi del torneo – vendita di biglietti e merchandising, diritti tv, sponsorizzazioni – vanno in tasca alla FIFA (e infatti Gianni Infantino è ben felice di come procedano le cose verso il Mondiale americano).

Il problema – chiamatela esuberanza o miopia di chi ci teneva a essere protagonista – è che questa dinamica era chiara sin dagli inizi. Non è un caso infatti se fra le città statunitensi manca una big come Chicago: la politica locale aveva scelto deliberatamente di chiamarsi fuori dall’organizzazione del Mondiale, incassando diverse accuse per aver perso una grande opportunità; col senno di poi è stata una scelta di saggia governance. Le altre amministrazioni non sono necessariamente delle sprovvedute, ma hanno ceduto al fascino dei sussidi pubblici relativi all’evento, combinate a stime eccessivamente ottimistiche – spesso calcolate dalla FIFA, e qui casca l’asino – sui ritorni economici potenziali. Era stata la Federcalcio globale a millantare che le città ospitanti avrebbero potuto contare su circa 11 miliardi di dollari complessivi di profitti: alla fine succederà che le perdite ricadranno sui contribuenti.

E i segnali dell’insostenibilità finanziaria dell’intera operazione s’intravedono anche in termini di prezzo. Molti da imputare alla FIFA, come i biglietti per le partite. Altri invece una necessità di chi organizza: l’unica possibilità che il New Jersey aveva per sostenere un’impennata delle tratte ferroviarie da New York verso il MetLife Stadium è stato aumentare le tariffe a dismisura. Dai soliti 12,90 dollari alla bellezza di 150. Comprensibili le polemiche scoppiate fra i viaggiatori, ma anche le ragioni dell’agenzia federale per non incorrere in perdite a sei zeri – e già la situazione non è rosea, con un deficit da 200 milioni di dollari: “Non abbiamo alzato i prezzi per guadagnarci sopra, ma per cercare di coprire parte dei costi”, spiegano gli addetti ai lavori.

Così si finisce dunque in preda all’irrazionalità: le prime città accettano con entusiasmo l’idea di accogliere un Mondiale perché sono le prime, le altre si accodano per timore di non venire tagliate fuori. I conti si fanno male e si fanno tardi. Certamente alcuni settori – dalle strutture ricettive all’intrattenimento – beneficeranno dell’impatto dell’evento. Ma nel complesso, il quadro si preannuncia tutt’altro che roseo. E se i problemi delle sedi ospitanti sono strutturali, sarà sempre più difficile in futuro trovare città disponibili a sobbarcarsi il rischio. Anche per questo la FIFA sceglie con cura ogni prossima destinazione.

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