La NCAA sta svuotando i settori giovanili del basket europeo: è una situazione legata all’introduzione del NIL, l’accordo che prevede che i ragazzi che giocano nella NCAA (acronimo di National College Athletic Association, la lega che sovrintende il basket universitario statunitense) possano ricevere compensi extra da soggetti terzi (in pratica sponsor e aziende) ha cambiato l’atlante dello sport mondiale. Dopo una rivoluzione di questo tipo ci sono volute quattro stagioni per mettere dei paletti a una serie di zone grigie che si erano creati intorno alle varie collaborazioni commerciali degli atleti. Nel giugno dell’anno scorso, infatti, la giudice Claudia Wilken ha approvato l’accordo tra la NCAA, le sue conference più potenti e gli avvocati che rappresentano tutti gli atleti della Division I in merito al pagamento diretto da parte delle università. Il tetto annuale è partito da circa 20,5 milioni di dollari nel 2025-26 ma dovrebbe aumentare ogni anno durante la durata dell’accordo. Questi versamenti si aggiungono a borse di studio e altri benefici già ricevuti dagli studenti.
E così, attratti da queste nuove possibilità, quest’anno alcuni giocatori hanno percepito retribuzioni superiori ai quattro milioni di dollari. La NCAA è diventata di fatto una concorrente della NBA, dell’Eurolega e dei campionati nazionali. Giusto per mettere lì qualche numero: il budget per il roster di Michigan, arrivata alla Final Four, era di circa dieci milioni di dollari, undici in meno rispetto all’entrate stimate (21 milioni). Una cifra superiore a una media squadra di Eurolega, per dire. Ma Michigan non è neanche l’università che spende e incassa di più: quella è Duke, che fa girare circa 45 milioni di dollari l’anno. Ormai anche i coach NBA si sono accorti dei soldi che gravitano intorno al college basket, tanto che Mike Malone, allenatore campione NBA con Denver nel 2023, il mese scorso ha firmato con North Carolina.
Normale, quindi, che per i giocatori – soprattutto quelli più giovani – la NCAA sia un nuovo paradiso, economico e tecnico. Sono 22 i ragazzi italiani presenti nella lega. Il più importante è Dame Sarr, che veste proprio la maglia di Duke, dopo essere cresciuto nel settore giovanile di Bassano prima e del Barcellona poi. Ecco, in Spagna, specie in Catalogna, sono preoccupatissimi. Il vivaio blaugrana, probabilmente il migliore d’Europa, negli ultimi mesi ha dovuto far fronte a una vera e propria diaspora una diaspora decisamente cospicua: «Stiamo tutti cercando una risposta, tutta l’Europa la sta cercando. E, al momento, non la troviamo», ha affermato recentemente il coach del Barça Atletic, Xavi Pascual. L’allenatore della seconda squadra del club catalano ha affrontato il tema alla luce delle recenti partenze di Sayon Keita e Boumtje Boumtje, anche loro finiti nella NCAA.
Il Barcellona è stato tra i più penalizzati da questa tendenza: «I contratti che offrono sono incredibili ed è molto difficile competere», ha spiegato Pascual. «Il basket è l’unico sport di club in cui, in questo momento, è complicato far salire i giovani e mantenere l’identità della Masia». Pascual ha sottolineato come il problema riguardi anche giocatori sempre più giovani: «Ora è molto difficile: ragazzi di 16 anni possono andare via da un momento all’altro, e questo rende tutto più complicato». Negli ultimi mesi, il Barça ha visto partire alcune delle sue migliori promesse, tra cui Kasparas Jakucionis, Raúl Villar, Arturas Butajevas, oltre ai già citati Keita e Boumtje, molti dei quali già inseriti nel giro della prima squadra e ceduti senza un reale ritorno economico. «È una situazione che mette in difficoltà tutto il basket europeo», ha ammesso Pascual. Nonostante ciò, il tecnico blaugrana ha indicato quale dovrebbe essere l’obiettivo minimo dei club nella gestione dei giovani talenti: «Dobbiamo fare in modo che i ragazzi vadano via soddisfatti del tempo trascorso qui e che, un giorno, abbiano voglia di tornare. Questo è qualcosa che dobbiamo fare bene».