Una palla illuminante di Saliba. L’azione prosegue, e più con testardiggine che qualità l’Arsenal manda in gol Bukayo Saka: basterà questo per aggiudicarsi il doppio confronto contro l’Atlético Madrid e volare in finale di Champions League. Un traguardo forse a sorpresa, ma che sarebbe ingeneroso definire immeritato: parliamo infatti della squadra che aveva dominato il girone unico, con otto vittorie su otto gare giocate, e soprattutto della miglior difesa del torneo. Appena sei gol subiti in 14 partite. Un fortino inespugnabile orchestrato da Raya e presidiato a meraviglia dal quartetto Calafiori-Gabriel-Saliba-White – impeccabili anche contro i Colchoneros.
C’è poi un dato, che rende il tutto ancora più notevole. In termini di expected goals, cioè il differenziale tra reti segnate e reti attese in base alle occasioni create, l’Arsenal è un concentrato di solidità che sopperisce a qualche lacuna sotto porta: in tutta la competizione ha realizzato 39 gol, a fronte di 32,35 attese; come accennato invece ne ha incassati 6, mentre statistiche alla mano i suoi avversari ne avrebbero dovuti totalizzare 11,71. Cioè quasi il doppio. Un divario troppo grande perché venga attribuito semplicemente al caso o agli attaccanti altrui in serata no. «Nei momenti decisivi del doppio confronto non siamo stati concreti», ha ammesso Diego Simeone dopo il ko del suo Atlético. «Abbiamo avuto tante occasioni, ma la palla non è voluta entrare», ha ribadito Koke. Sbagliato: gli spagnoli hanno semplicemente sbattuto sui Gunners.
Va dunque dato ampio merito alla prima finalista di questa Champions – dopo vent’anni di astinenza, e senza mai aver conquistato la coppa. Anche in Premier League – lì il digiuno dell’Arsenal dura perfino dal 2004 – i ragazzi di Arteta sfoggiano la miglior retroguardia del torneo. E nell’arco di una stagione lunghissima, fin qui da 59 partite, i gol subiti nel complesso sono appena 41. Tanti quanti le vittorie dei Gunners. Ma è soprattutto in Europa che Calafiori e compagni serrano i ranghi: nove clean sheet sono un’enormità, soprattutto considerando quelle poche occasioni in cui la porta di Raya non è rimasta imbattuta – prima contro il Bayern, quindi nelle inutili gare contro Inter e Qairat, con la squadra già qualificata agli ottavi, infine nei match di andata, tra ottavi e semifinale, in casa di Bayer Leverkusen e Atlético Madrid. Insomma, quando c’era da alzare le barricate non c’è stato verso per gli avversari scalfire la porta dell’Emirates.
Comunque vada, è già certo che l’Arsenal in finale affronterà un’avversaria dalla potenza di fuoco di gran lunga superiore a tutte le altre: sia il Bayern di Kane – già battuto durante il girone – o il PSG di Kvara, a Budapest andrà in scena una vera e propria sfida tra opposti. Perché i suoi campioni più fulgidi i Gunners ce li hanno tutti in difesa, e non c’è nulla di cui vergognarsi. Anzi: se Arteta predilige un calcio ruvido, efficace, mortifero sulle palle inattive e prudente al punto giusto è proprio per valorizzare una rosa con certo tipo di qualità. Altissima, in ogni caso. Ma senza nulla togliere a Havertz o Gyokeres, certe cavalcate si costruiscono durante la fase di non possesso. E se l’Arsenal non era mai andato così vicino a uno storico Double, un motivo ci sarà pure.