Secondi preziosi in cui ci si gioca tutto. Nel motorsport una pole position, un Gran Premio o la classifica costruttori. Negli ospedali una vita umana. Il nesso tra due mondi apparentemente inconciliabili? Il lavoro di squadra sotto condizioni di stress. Ovvero coordinazione, perfetta suddivisione dei ruoli e comunicazione efficiente. Qualcosa che nelle scuderie di Formula Uno si è imparato ad affinare da tempo, permettendo ai campioni di ogni epoca di fare la differenza in pista. E che per questo, due medici visionari all’inizio degli anni Novanta hanno pensato di poter applicare alla medicina.
L’idea è semplice, ma sorprendentemente azzeccata. E nasce da una necessità che tre decenni fa coinvolgeva moltissime terapie intensive in Europa: la gestione medica dei neonati in condizioni critiche. Martin Elliott e Allan Goldman, due specialisti britannici del Great Ormond Street Hospital di Londra, avevano constatato che la mortalità infantile associata a questi casi era ancora troppo alta rispetto alla qualità delle strutture ospedaliere. Si verificavano cioè molti decessi evitabili. Il punto debole nella gestione dell’emergenza era soprattutto il trasferimento dei piccoli pazienti dalla sala operatoria al reparto di terapia intensiva. Spesso avveniva tra grandi difficoltà dell’équipe sanitaria, perché i sistemi di supporto vitale a cui erano collegati i neonati dovevano funzionare in perfetta sincronia. Come risultato, purtroppo, molti di loro morivano.
Ecco allora dove subentra la comprovata organizzazione dei team di Formula 1, in particolare la Ferrari. I due medici hanno analizzato a lungo la meccanica dei pit stop, dove nel giro di pochi secondi vengono cambiate le gomme della monoposto con precisione chirurgica – ed è in questa sede che spesso ci si giocano i Gran premi. Come racconta la testata americana NC Register, Elliott e Goldman allora hanno contattato la casa di Maranello trovando la piena disponibilità da parte degli addetti ai lavori. Sono stati invitati in Italia, presso la sede della scuderia, e hanno assistito di persona al processo sottoponendo le proprie criticità ai tecnici della Ferrari.
Il responso? L’organizzazione ospedaliera era tutta da rivedere: troppe persone al lavoro in contemporanea, mancanza di coordinamento, tanti errori di comunicazione che compromettevano ogni possibile sincronizzazione. Così ingegneri e meccanici hanno collaborato per sviluppare una strategia efficace, che potesse correre in aiuto all’équipe sanitaria in quelle fasi concitate. Dopo anni di accorgimenti, il mondo della medicina ringrazia ancora l’intuizione dei dottori inglesi e la solerzia della Ferrari: la definizione di ruoli specifici con revisione dei meccanismi comunicativi ha fatto sì che gli errori tra sale operatorie e terapie intensive del reparto maternità si fossero ridotti del 67% già nel 2007 (qui c’è l’articolo accademico che lo spiega). Un risultato incalcolabile in termini di giovani vite umane. Non solo al Great Ormond Street Hospital di Londra, perché in seguito ai notevoli progressi anche altri centri medici hanno collaborato con vari team di Formula Uno – da Williams a McLaren –, permettendo trasferimenti più rapidi e sicuri di neonati in condizioni critiche. E traguardi del genere valgono più di qualunque bandiera a scacchi.