Per gli i tifosi italiani più nostalgici, ricordare i cosiddetti “presidenti mangia-allenatori” è un modo per celebrare un’era calcistica in cui avevano/avevamo il campionato più ricco e competitivo del mondo. In provincia, più che nei grandi club, chi guidava i club di Serie A – ma anche di Serie B – tendeva a concedere poco tempo e quindi poca fiducia a chi sedeva in panchina. L’esonero era uno strumento usato in maniera frequente, spesso eccessiva. Ecco, lo scenario è cambiato ma la tendenza è rimasta la stessa: il nostro Paese è uno di quelli in cui i tecnici vengono cambiati a un ritmo veloce, velocissimo, davvero troppo troppo veloce. Lo spiega l’ultimo rapporto dell’osservatorio calcistico CIES, che ha messo a confronto tutte le leghe più importanti del mondo – di prima e di seconda divisione – e ha rilevato come i club di Serie A e la Serie B garantiscano pochissimi margini di lavoro ai loro stessi allenatori. Soprattutto se facciamo il paragone con gli altri grandi campionati europei.
Iniziamo dai numeri: se guardiamo alla Serie A, addirittura il 75% degli allenatori in carica è stato nominato meno di un anno fa; in Premier e in Liga questa stessa quota scende al 40%, in Ligue 1 al 50% in Bundealiga al 55,6%. In Serie B, invece, sale fino al 90%. E ancora: la Serie A è l’unica delle cinque leghe top ad avere ZERO allenatori in carica da più di due anni, esattamente come la Liga 1 peruviana, la LIGA FPD del Costa Rica, la 1. Division cipriota e la UAE Premier League degli Emirati Arabi Uniti. Infine, ma non in ordine d’importanza: la durata media di un’esperienza in Serie A, per un allenatore, è di 10,9 mesi: è la più bassa in assoluto nelle cinque leghe top, che si assestano su valori completamente differenti (29,1 mesi in Liga, 27,8 in Premier, 23,3 in Bundesliga e 17,1 in Ligue 1).
Insomma, si può dire: si tratta di statistiche chiare, eloquenti, del tutto inoppugnabili. I dati, per dirla in breve, dimostrano che in Serie A è difficilissimo pensare a un progetto davvero a lungo termine, e non importa che si parli di club piccoli, medi o grandi: il turnover degli allenatori non si ferma praticamente mai, coinvolge tutte le squadre e dimostra quanto i risultati duri e puri, per i dirigenti italiani, siano molto più importanti che lavorare proiettandosi oltre il presente.
Certo, questa analisi è stata fatta anche in un momento particolare, cioè al termine di un’avventura lunga e scintillante come quella di Gasperini all’Atalanta (durata nove anni). Ma quello relativo all’Atalanta e al tecnico piemontese, di fatto, deve essere considerato un caso isolato: prima di lui, infatti, l’ultimo a resistere per più di otto stagioni era stato Ancelotti al Milan (2001 –> 2009). Negli ultimi 15 anni, inoltre, solo Allegri alla Juve (il primo ciclo, quello durato dal 2014 al 2019) e Pioli al Milan (2020 –> 2025) sono riusciti ad allenare lo stesso club per cinque stagioni. È un problema serio, perché gli allenatori – e sono loro stesso a dirlo, a confessarlo apertamente – avrebbero bisogno di tempo, a volte anche di un’intera stagione di “assestamento”, per poter avere un impatto reale sulle loro squadre. Sui loro giocatori. E invece i dirigenti e i club e i tifosi hanno fretta, vogliono risultati e li vogliono in tempi brevi, praticamente immediati, altrimenti scattano l’esonero e l’arrivo di un nuovo proprietario della panchina. Non proprio la miglior condizione/cultura possibile, per chi vorrebbe costruire qualcosa che vada oltre il breve termine.