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Pogba prima di Pogba

Quando mister 100 milioni valeva 100mila sterline, dall'infanzia di Roissy alle incomprensioni con Ferguson: alle origini di Paul, allievo, calciatore, ragazzo.

Di Francesco Paolo Giordano

Sir Alex Ferguson ama urlare. Urla di una rabbia intrisa di autoritarismo che non ammette repliche. «Dove te ne vai? Vai alla Juve, non è vero? Vedrai, c’è tanto razzismo».
Il ragazzone di fronte fece spallucce. «Non è un problema. Il razzismo è ovunque»
«I tifosi non sono come qui in Inghilterra»
«Voglio giocare, non c’entrano i tifosi. Voglio giocare, voglio migliorare e fare esperienza»
«Ok».
Dopo quel dialogo, Paul Pogba non giocò mai più nel Manchester United.

Nel 2011. Chris Brunskill/Getty Images

Nel 2011. Chris Brunskill/Getty Images

Una ribellione senza ribelli. Quello di Pogba è un desiderio ordinario, banale, espresso in maniera ordinaria, banale. I ribelli non accettano il corpo a corpo. Preferiscono la guerriglia, l’agguato. Metodi anticonvenzionali di battaglia. Pogba non ne avverte il bisogno. Non fa capricci, non ha comportamenti irritanti, non reagisce da anti-professionista. Chiede parola a Ferguson, quel Ferguson, e gli espone il suo punto di vista del mondo. Non ha paura di essere sincero né di contraddire il suo allenatore, senza insolenza o presunzione. Anzi, con un filo di timidezza che i compagni di scuola ricordano del Paul bambino. Ma con personalità. La stessa che poi mette in campo, la stessa che gli dice di prendersi responsabilità anche se ha vent’anni, poco meno o poco più. O ce l’hai o non ce l’hai. A 13 anni, nella squadra del Torcy dove era appena arrivato, lo vollero capitano. Come in seguito nell’Under 16, nell’Under 17 e nell’Under 20 francese.
«Non sei ancora pronto. Devi essere paziente. Scholes lo era, Giggs lo era»
«Non sono né Giggs né Scholes. Voglio giocare, davvero. Se qui non sono pronto, forse lo sono altrove».

Qualcun altro direbbe: ok, mister, lei qui è il boss, mi parla di Giggs e Scholes e io non posso che arrossire. Quella di Pogba non è spregio del rispetto delle gerarchie, è convinzione di sé e della sua visione. «Ferguson non ha dimostrato a sufficienza di volermi nella sua squadra. Anche se ha speso belle parole su di me e sul mio potenziale, resta aria fritta se non posso dimostrare nulla. Tutto dipende da come ragiona la tua testa. Giocare a Manchester per dire “Wow, gioco nello United”, e poi stare in panchina, questo ti rende felice? Sono stato convocato un paio di volte, ma non mi bastava. Se mi avessero chiamato dalla Cina, sarei andato a giocare in Cina».

La playlist di Paul Pogba

Preoccupato di nulla

Ain’t worried about nothin’, preoccupato di nulla. È il titolo di una canzone di French Montana che Pogba ha inserito nella sua playlist di Spotify in occasione dei Mondiali in Brasile. Il rap è l’incessante sottofondo musicale che ha accompagnato la sua infanzia a Roissy-en-Brie, un agglomerato di 22mila abitanti nella provincia parigina. Una stazione ferroviaria, casermoni dai colori pallidi, un campo di calcio. Facile immaginare dove passi la maggior parte del suo tempo il piccolo Paul. Quando è a casa, non vede l’ora di scendere giù per quattro palleggi. Quando è a scuola, il pensiero è fisso sul pallone. Non è uno studente modello: non è un piantagrane, tutt’altro, ma i voti non sfondano mai un certo livello – basso – di guardia. In fondo, Pogba ha in mente solo il calcio, ed è un affare di famiglia. Papà Antoine gli riempie la cameretta di videocassette: Maradona, Papin, Van Basten. È ossessionato dal calcio, e i tre figli a loro volta. Florentin e Mathias sono gemelli, e sono i fratelli maggiori di Paul. Sono nati in Guinea, il Paese d’origine dei Pogba, e sono arrivati in Francia a pochi mesi d’età. Paul sarebbe nato solo due anni e qualche mese dopo. Anche Florentin e Mathias sono diventati calciatori: il primo oggi gioca nel Saint-Étienne e fa il difensore, il secondo è attaccante del Crawley Town.

Ma è sul più piccolo che si concentrano le attenzioni del padre: «Fin da bambino diceva che il suo sogno era giocare nella Nazionale francese». Gli allenamenti, durissimi: «Volevo fargli capire che non era un gioco. Metterlo di fronte alla realtà». E l’escamotage di gonfiare oltre misura i palloni, così da fargli sviluppare forza fisica nelle gambe. Antoine, in realtà, è divorziato dalla mamma di Paul da tempo, da quando il più piccolo dei Pogba aveva due anni. Così, se non c’è lui, a seguire i progressi del futuro juventino ci pensa Riva Touré, lo zio materno. È un po’ lo scout di Roissy, faceva il bidello ma in Guinea ha pure calcato i campi di prima divisione.

18 gennaio 2014, Juventus-Sampdoria 4-2. Paul Pogba chiude il match con un gol strepitoso. Se coprite la porzione di schermo in cui agisce Pogba, non penserete che quel pallone sia stato calciato da un giocatore. Il concentrato di potenza, precisione e effetto impresso alla sfera lascia credere che ci fosse di mezzo una catapulta, o qualcosa del genere. Pogba si alza la maglietta, mostrandone una sotto con la scritta “R. L. S. City Boys”. La indica più volte, il movimento della mano diventa frenetico. Urla l’orgoglio di essere uno di quei ragazzi, i ragazzi di Roissy-La-Source, il posto da dove arriva. E la famiglia, una presenza rassicurante. Tutto si combina nella testa e nei sentimenti di Paul. Quando segna il suo primo gol in un Mondiale, nel 2-0 alla Nigeria negli ottavi, l’emozione lo riporta ai luoghi e ai volti dell’infanzia: «Il primo pensiero è stato per la mia famiglia, i miei amici, la mia città».

R. L. S. City Boys.

Piccone

A Roissy lo chiamavano “La Pioche”, il piccone, che è un soprannome bellissimo quanto calzante nel sintetizzare le qualità di Pogba. Comincia a giocare nella squadra del suo paese a sei anni, e ci resta fino a dodici anni. Capisce subito che non è solo un gioco, glielo ha fatto capire il papà ma se n’è accorto anche da solo. Non voleva perdere. Anzi, non poteva. «Se succedeva, si metteva a piangere», ricorda Sambou Tati, il suo vecchio allenatore di Roissy. Che ricorda: «Il suo idolo era Ronaldinho, non faceva altro che imitare i suoi dribbling. Un giorno, alla fine del primo tempo di una partita, gli dissi: “Basta spacciarti per Ronaldinho, non sei più forte degli altri”. Lui si mise a piangere. Ma, quando rientrò in campo, era trasformato».

A nove anni, Paul pratica con eguale successo il calcio e il ping pong. Ma entrambi i corsi erano di sabato, e lui fu costretto a scegliere. Lo convinse un brasiliano: «Fui stregato da Ronaldo ai Mondiali del 2002». A tredici gioca nella vicina squadra del Torcy, ma è a quattordici che arriva il grande salto. Viene ingaggiato dal Le Havre, che ha un vivaio di grande tradizione. E dove avviene la sua definitiva trasformazione in centrocampista: «All’inizio ero un centravanti. Poi mi hanno spostato in mezzo, ma mi è rimasto l’istinto del gol». E, soprattutto, è il momento in cui Paul è costretto a dire addio alla sua casa, alla sua famiglia e ai suoi amici. «A quei tempi vivevo nel pensionato. Era dura, ma volevo diventare un professionista a tutti i costi e ho resistito».

A Manchester la vita non cambia, perché è già cambiata. Paul ha iniziato a percorrere una precisa strada, con le sue tappe di crescita, e anche qualche delusione, come la finale persa contro il Lens, quando giocava nell’Under 16 del Le Havre. «Qui c’è un tipo di gioco più fisico, è un’esperienza che mi serve. Guardo i giocatori dello United (prima squadra, ndr), e a volte scherzo e gioco a ping pong con loro. Parlo spesso con Gabriel Obertan e Patrice Evra, perché sono francesi, e con Rio Ferdinand. Mi dicono di lavorare duro, è necessario per poter arrivare in alto». Conclude la prima annata inglese con sette gol in 21 partite nella squadra Under 18: la corsa del Manchester United si ferma in semifinale, dove a vincere è l’Arsenal ai rigori (ma Paul segna dal dischetto).

Pogba feat. Manchester Utd vol. 1

In estate, gioca in Lichtenstein gli Europei Under 17. C’è qualcosa fuori posto nella partita inaugurale dei francesi, che perdono 2-1 contro la Spagna: non c’è Pogba. «Non era al top», si affretta a spiegare il tecnico Guy Ferrier. Che corre subito ai ripari, con la mossa più elementare possibile: farlo giocare. È proprio Paul a decidere la successiva partita contro il Portogallo. «Siamo contenti della vittoria, ma è solo un passo in più. Dobbiamo lavorare in vista dei prossimi match, non c’è tempo per rilassarsi», come se fosse davvero un giocatore navigato e in attività da anni. Pogba segnerà ancora, in semifinale con l’Inghilterra, ma non basterà per qualificarsi in finale.

Palle di cristallo

Sia nel primo anno di Manchester, sia nei suoi debutti nelle Under francesi, allenatori e addetti ai lavori sono colpiti dalle sue qualità, che definirei “immediate”. Non hanno bisogno di germogliare, né di essere levigate, ma prorompono spontaneamente, e subito: una sorta di epifania violenta e accecante, che non si fa attendere né desiderare. Anche con grandi margini di miglioramento davanti a sé, Pogba ha la capacità di passare per giocatore sopra la media a una prima occhiata: «Rimasi impressionato dal suo atteggiamento in campo», ricorda Franck Sale, lo scout che lo portò a Le Havre. «Sembrava già un calciatore affermato, con un’intelligenza di gioco rara per la sua età».

Ma in cosa spiccava di più maggiormente agli altri? Cioè, al netto di bravura con i piedi e abilità varie, cosa poteva farti dire, all’epoca, che Pogba sarebbe diventato un campione? Frédéric Lipka, che oggi lavora come consulente nell’ambito giovanili per la Mls statunitense, all’epoca era il responsabile capo del vivaio del Le Havre. Lipka parla di qualità, di capacità di essere già pronto a un’età precoce, di struttura fisica e di grande potenziale. Ma si sofferma su un aspetto determinante: «La mentalità. Pogba è un giocatore che si prende delle responsabilità, che detta legge in mezzo al campo. Comanda il gioco, è un leader. È giusto paragonarlo a Patrick Vieira, però azzardo una cosa: è l’aspetto mentale a fare la differenza tra i due e a pesare a favore di Pogba, e lo dico pur non avendo mai visto Vieira da giovanissimo».

Tanto “prepotente” in campo, quanto riservato e affabile fuori. I modi con cui si congedò da Manchester erano una sua caratteristica: chiarezza, onestà, nessun comportamento sopra le righe, nessuna volontà di prevaricazione. A Torcy e poi a Le Havre lo ricordano come un ragazzo gentile, disponibile e sempre sorridente. Un modo di fare che è sempre piaciuto a tutti, compagni e allenatori. E alla voce “quella volta che Pogba creò problemi”, niente, la casella corrispondente è vuota. Un ragazzone a posto, una storia di crescita da romanzo di formazione perbenista e conformista.

Leadership

Il secondo anno a Manchester comincia in modo tribolato, con un guaio fisico che lo mette fuori gioco per qualche settimana. Problemi che potrebbero frenarlo, e invece no: segna cinque volte nelle prime otto volte in cui scende in campo con l’Under 18 e guadagna le prime convocazioni con la squadra riserve. Il debutto nella formazione allora allenata da Ole Gunnar Solskjær arriva il 2 novembre 2010, a Bolton: Paul è titolare e serve a Cameron Stewart la palla del 2-1 a venti dalla fine (una manciata di minuti dopo arriverà il definitivo 3-1).

Prestazioni e rendimento realizzativo che lo scollano definitivamente dall’etichetta di clone di Vieira: non più semplice centrocampista di rottura, interditore davanti alla difesa con il compito di bloccare le iniziative degli avversari, ma giocatore a tutto campo, in grado di svolgere in maniera eccellente le due fasi e con soluzioni di tiro non indifferenti. Tra le reti che realizza a Manchester ce ne sono di bellissime, missili e parabole imprendibili che avrebbe poi traslato nel campionato italiano. Nel video precedente si è già visto tantissimo, in questo che segue vorrei evidenziare un gol incredibile contro il Manchester City, minuto 1:16: riceve palla, veronica in mezzo a due avversari per liberarsene, ne salta un altro con un movimento secco, destro a incrociare e palla in rete. Altro che Vieira, una giocata “Zidanesque”.

Pogba feat. Manchester Utd vol. 2

Il 2011 è l’anno del suo primo trofeo nello United, la FA Youth Cup. In finale i Red Devils superano lo Sheffield United, 2-2 all’andata e 4-1 al ritorno. Pogba è uno dei giocatori cardine della squadra, uno degli uomini copertina insieme a Ravel Morrison, Will Keane e Ryan Tunnicliffe. Fa sentire il suo peso nei momenti cruciali del cammino: nel terzo turno contro il Portsmouth, un match tiratissimo terminato 3-2 per i Red Devils, trova uno straordinario gol con una botta di prima intenzione, potente e precisa. In semifinale, contro i temibili campioni in carica del Chelsea, la qualificazione sembra compromessa, con i Blues avanti 2-0 dopo il primo tempo. Eccolo, il leader: nel secondo tempo Pogba suona la carica con un gran tiro alzato in corner dal portiere, poi tiene viva la qualificazione segnando il gol del definitivo 2-3, con un poderoso stacco di testa. Roba da attaccanti, ma ormai lo sappiamo: a Paul niente è precluso. Quello di Stamford Bridge è un risultato che dà morale e fiducia ai ragazzi dello United, tanto che nel match di ritorno non c’è storia: 4-0 per i Red Devils e finale conquistata.

10 aprile 2011, Youth Cup: Chelsea-Manchester United 3-2

Great Expectations

Il 12 agosto 2011 il Manchester United, campione in carica nella Premier League e finalista di Champions, si prepara alla nuova stagione. Ha appena superato in Community Shield il Manchester City in una partita thrilling, due giorni dopo è in programma il debutto in Premier contro il West Bromwich. Il tema caldo è solo uno: sarà il primo Manchester United senza Paul Scholes, ritiratosi dal calcio, per la prima volta in 18 anni. Tutto sembra apparecchiato perché avvenga il passaggio di testimone, perché Pogba faccia parte stabilmente della prima squadra. Fino a quel momento, aveva raccolto una convocazione, a febbraio, in occasione del quinto turno di Fa Cup contro i Crawley Town, senza però scendere in campo. Ora i tempi sembrano maturi, è lo stesso Ferguson ad annunciarlo davanti alla stampa: «Abbiamo Darren Fletcher, che è pronto a tornare. Michael Carrick, che sarà al top della forma tra novembre e dicembre. E poi abbiamo un giovane, Paul Pogba, che si sta dimostrando una grande promessa. Ha fatto grandi progressi nelle giovanili, siamo piuttosto ottimisti su di lui. Dobbiamo dargli l’opportunità di mostrarci le sue abilità e vedere come si comporta con la prima squadra, altrimenti cosa accadrebbe? Che in scadenza di contratto cercherebbe altrove di giocarsi le sue chances».

Un’investitura bella e buona, a cui poi, però, non seguono i fatti. Come si arriva al punto di rottura, alla creazione del sito pogba.com dove i tifosi del Manchester United lasciano un laconico messaggio poco garbato?

Contro il West Bromwich, assaggio di Premier League. Michael Regan/Getty Images

Contro il West Bromwich, assaggio di Premier League. Michael Regan/Getty Images

Il 19 settembre 2011, alla vigilia della trasferta di Carling Cup contro il Leeds, Ferguson non lo nasconde: Paul giocherà. «Ha avuto un piccolo problema fisico contro il Rochdale, nell’ultima partita che ha fatto con la squadra riserve. Ma il peggio è passato, domenica non ha potuto giocare ma contro il Leeds sarà a disposizione». Però Ferguson aggiunge altre parole, molto significative. Alcune squadre inglesi, Burnley in testa, sono interessate a prendere il ragazzo in prestito. E il manager scozzese dice: «Fino all’anno prossimo non se ne parla. Preferiamo tenerlo con noi finché non sarà abbastanza maturo, poi potrà andare in prestito. È un passo complicato per un giocatore di 18 anni arrivato dalla Francia». L’atteggiamento di Ferguson ha qualcosa di dissonante: è iperprotettivo, sembra aver paura che il suo gioiellino possa bruciarsi. Tra i motivi che lo spingerebbero a dosarlo c’è la provenienza da un altro Paese, dimenticandosi che ormai Pogba è in Inghilterra da due anni. Lo stesso Ferguson che qualche giorno prima, in Italia, aveva bacchettato la Serie A per la scarsa attenzione alla crescita dei giovani. Pogba all’Elland Road entra in campo, è la sua prima volta con la maglia dei Red Devils (numero 42): ma lo fa nel secondo tempo, con la gara già sul 3-0 per lo United.

A quella fugace apparizione ne seguiranno altre due, sempre in Carling Cup: 30 minuti contro l’Aldershot e 26 contro il Crystal Palace. Ma Pogba, per tutto il 2011, non viene mai considerato per le altre competizioni, se si esclude una panchina contro l’Otelul Galati in Champions. Sono i mesi in cui si intensificano le voci di un suo possibile addio: c’è soprattutto l’Arsenal a fare il filo al francese. I Gunners, poi l’Italia, Milan, Inter. Il nome di Pogba finisce su giornali e siti perché interessa a tutte le big d’Europa. E perché, in fin dei conti, ha un agente che ci sa fare: Mino Raiola. Non c’è solo il corteggiamento degli altri club, c’è anche un rinnovo di contratto che bisogna portare a termine prima dell’estate, prima della scadenza: Raiola, forte delle tante offerte sul tavolo per il suo pupillo, rende la vita impossibile ai dirigenti dello United. «Il suo agente è diventato un po’ rognoso, ma stiamo trattando con lui, vogliamo che il ragazzo rimanga qui – dice Ferguson -. Spero che prenda la decisione giusta. Tutti i giovani che hanno continuato con noi poi hanno fatto molto bene».

Sir Alex però fa un errore di valutazione, interpreta le difficoltà di rinnovo solamente in base a criteri economici. «Matt Busby lo aveva sintetizzato molto bene, non hai bisogno di inseguire i soldi quando sei nel Manchester United, perché se sei bravo prima o poi arriveranno». Il punto è che Pogba continua a non trovare spazio in prima squadra, e ora che è sulla bocca di tutti la squadra riserve gli sta stretta. Non perde occasione di farlo notare, persino alla televisione ufficiale del club: «Ho provato una grande emozione quando ho debuttato a Leeds. Ho pensato: “Ok, questa è una grande occasione per misurarmi con i grandi e dare prova di quello che so fare”. È come aver assaggiato una torta, ora voglio mangiarla tutta! Voglio fare del mio meglio per giocare stabilmente in prima squadra».

L’ultimo dell’anno, il 31 dicembre 2011, Ferguson lo convoca per la prima volta in Premier League, nella sconfitta interna contro il Blackburn. Paul resta in panchina, come in altre due successive occasioni. Debutta a distanza di un mese, il 31 gennaio, nell’affermazione casalinga dei Red Devils contro lo Stoke. 18 minuti in campo, ancora a risultato acquisito, al posto del Chicharito Hernández. Però, nel frattempo, Ferguson ha richiamato Paul Scholes, e la leggenda dell’Old Trafford ha risposto presente, tornando in campo. Due Paul, ma chi gioca è sempre lo stesso: Scholes torna in campo il 14 gennaio e non molla più il posto da titolare.

L'ultima immagine di Pogba con i Red Devils (in blu): Bilbao, Europa League, eliminazione. Michael Regan/Getty Images

L’ultima immagine di Pogba con i Red Devils (in blu): Bilbao, Europa League, eliminazione. Michael Regan/Getty Images

Per Pogba è ormai ovvio che per lui nello United non c’è spazio. Altri 50 minuti in Premier, a marzo, distribuiti tra le due gare contro West Bromwich e Wolverhampton, terminate 2-0 e 5-0. E sempre a gara chiusa, incredibile: contro il Wba, Pogba rileva Scholes un minuto dopo che i Red Devils hanno segnato il gol del 2-0. Il padre premuroso che evita al figlio emozioni troppo forti. L’unica gara in cui Pogba gioca senza che il Manchester abbia già archiviato la pratica è in Europa League contro l’Athletic Bilbao, ma stavolta la situazione è capovolta: dopo il 2-3 incassato all’andata e con i baschi in vantaggio, il discorso qualificazione è compromesso. Pogba in campo solo quando non c’è più nulla da spartirsi. Non vuole il padre iperprotettivo, ma un allenatore che si esalti per le sue giocate, e magari si arrabbi pure qualche volta.

Alla fine, saranno appena 202 i minuti in campo con la prima squadra, la metà di essi in Carling Cup. Ad aprile, il suo passaggio alla Juventus è già definito. Ferguson è furibondo. Schiumerà rabbia. Ma quelle urla, ormai, Paul non le sentirà più.

 

Nell’immagine in evidenza, Paul Pogba (Alex Livesey/Getty Images)