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E poi c’è il calcio

Conversazione sul pallone con Alessandro Cattelan, conduttore di X Factor e di #Epcc: la differenza tra giocare e tifare, il piacere dello scontro fisico e l’inevitabilità della delusione dell’interista.

Di Giuseppe De Bellis

A un certo punto, Alessandro Cattelan riceve una telefonata: «Io sono già a San Siro. Nella pancia di San Siro». E non lo dice con una voce normale, ma con quel tono strano, un po’ eccitato, un po’ emozionato, un po’ teso. È lì che capisci, in un codice di comunicazione che devi intercettare: è stato un calciatore. E per quanto uno lo sia stato da dilettante, ma comunque da agonista, quel tono è esattamente quella roba lì: la traduzione emotiva dell’attesa che un calciatore ha di un evento che non necessariamente lo vede protagonista. E non è l’importanza della partita. Qui per esempio si sta per giocare Inter-Crotone, lo stadio è ancora vuoto e nella pancia non sono ancora arrivati i calciatori che scenderanno in campo. Siamo in una stanza chiusa, senza finestre, accanto al corridoio del tunnel che porta in campo. Ci sono tre televisori accesi, la giornata di Serie A sta andando in diretta e Alessandro Cattelan adesso è quello che è quando viene qui, lontano da X Factor e da E poi c’è Cattelan. Qui lontano anche da ciò che è stato il suo calcio fino a pochi anni fa, cioè la provincia. Qui vicino a ciò che il calcio è adesso: quello del tifoso. A Vanity Fair ha appena detto: «Se smetterò di fare tv, mi cercherò un’altra passione, magari potrebbe essere rivedere in loop le partite dell’Inter ’89».

Ⓤ Che cos’è il calcio per te?

Il calcio è la cosa che mi manca più di tutte adesso che lo posso fare di meno. Prima che spettatore io sono un calciatore. Ho cominciato tardi, ma ho sempre giocato. E ricordo il 2010, l’anno in cui ero nel cast di Quelli che il calcio e quindi si lavorava la domenica. E quindi non potevo giocare… La sofferenza peggiore non era lavorare nel weekend, ma proprio quella di non poter giocare. E quindi è come la musica per un musicista… Nonostante io non l’abbia mai fatto di lavoro e non lo faccia di lavoro è una cosa che riempie la mia vita. E non poterlo fare mi manca.

Ⓤ A quanti anni hai cominciato?

Ho cominciato a 15 e mezzo, quasi 16. Alla stessa età in cui Totti esordiva in Serie A. Negli Allievi della squadra della mia città, il Derthona. E sono riuscito ad arrivare a essere convocato in prima squadra in Interregionale.

Ⓤ Ruolo?

Difensore centrale.

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Ⓤ Per scelta o per imposizione?

È andata così. Io mi presento in sede e dico: “Salve, buongiorno, io vorrei iscrivermi a calcio”. La segretaria mi ferma subito: “Guarda che non è che qui ci si iscrive. Qui si viene chiamati per giocare, però in settimana c’è l’allenatore degli Allievi con il presidente, se vuoi ti faccio parlare”. Torno con mia madre, che mi doveva accompagnare perché evidentemente pensavano che fossi pazzo, quindi avevano chiesto la presenza di un maggiorenne o di un tutore legale. Arrivato lì, mi presento e dico: “Io vorrei giocare”. Mi chiedono: “Hai mai giocato?”. E io: “Solo ai giardinetti”. E loro: “In che ruolo?”. E io: “Attaccante”, perché ai giardinetti giocavo da attaccante. Faccio un provino per un paio di settimane e mi prendono, credo più come mascotte che per giocare. Poi la prima giornata di campionato, tra squalifiche della stagione precedente, infortuni, mezze influenze non c’erano difensori e l’allenatore mi chiede: “Sai giocare dietro?”. Io: “No”. Lui non ci pensa troppo: “Vabbè, ti dico io chi marcare e tu pensa soltanto a non fargli fare gol”.

Ⓤ E fece gol?

No, altrimenti credo che la mia carriera non sarebbe continuata. È cominciata così e da allora in poi sono sempre stato centrale.

«Ho cominciato a 15 e mezzo, quasi 16. Alla stessa età in cui Totti esordiva in Serie A. Difensore centrale: uno di quelli che menava. Ho giocato fino ai 30 anni e ora mi manca»

Ⓤ Fino a quanti anni hai giocato?

Fino ai 30 giocavo regolarmente, quando ho finito ero in Prima Categoria. Ora non gioco praticamente più: non è una cosa che riesco a fare come hobby, se poi vedo che non riesco ad andare tutte le settimane ad allenarmi mi girano le palle. Non sono uno che riesce a dire: vabbè, vado a fare una corsetta.

Ⓤ C’è un ricordo ricorrente legato al calcio giocato?

Ce ne sono diversi. Uno è certamente la prima convocazione in prima squadra, anche se non ho giocato. Poi la prima volta che mi sono preso i sassi. Era dopo un derby contro il Casale, eravamo in pullman. C’erano i celerini che dovevano farci da scudo, perché ci tiravano le pietre. Altro ricordo è legato al fatto che durante il liceo, giocando nella juniores nazionale, ogni due settimane, quando giocavamo in trasferta non andavo a scuola al sabato, cioè entravo per firmare la presenza e poi uscivo per andare al raduno pre-trasferta. Questa cosa di non andare a scuola, all’epoca mi faceva davvero sentire importante.

Ⓤ Passo indietro. Ma com’era il Cattelan calciatore prima dei 15 anni?

Facevo altri sport e il calcio era appunto solo quello dei giardinetti. Ma con un approccio sempre da professionista. Cioè non era “vado due o tre ore al parchetto”: avevamo le squadre, avevamo i tornei, prima di una partita la sentivo.

Ⓤ Mai avuto paura da calciatore? Sia degli infortuni che delle botte…

No, anche perché ero uno di quelli che per primo ci si buttava in mezzo. Poi ho sempre avuto un tipo di gioco che la metteva sul fisico. Provocavo. Se un attaccante era forte, gli dicevo: “Guarda in che posto t’ho portato, goditi il panorama”. Ricordo quegli attaccanti tosti, quelli che più gliene dai e più te ne danno, corrono di più, e più forte, s’impegnano di più. Li rispettavo. C’erano anche miei amici, ragazzi con cui avevo giocato gli anni precedenti, ci si rivedeva da avversari e ci si dava un fracco di mazzate.

Ⓤ Già tifoso dell’Inter? Tifo ereditato o autonomo?

Tifoso da sempre. Prima di giocare davvero. Un tifo ereditato: mio padre e mia madre entrambi tifosi dell’Inter, ma meno di me.

«La rivalità più grande da tifoso? Quella con la Juventus. Perché la Juve mi ha proprio tolto un sogno, lo scudetto ’98. Quello scudetto lì era il mio»

Ⓤ Mai un’incertezza?

Direi di no. A meno che non si possa definire incertezza una lettera che una volta ho scritto a Del Piero. Mi piaceva molto, era al suo primo anno di Serie A, credo fosse il 1994. Ero rimasto colpito da questo ragazzo giovanissimo, ma più grande di me: mi identificavo in lui più che in Baresi, che è sempre sembrato mio nonno anche quando aveva 24 anni. Comunque a quella lettera non ha mai risposto. Anzi, la prima volta che lo vedo glielo dico.

Ⓤ Ti sei mai spiegato perché l’Inter?

Non lo so. Io sono nato il giorno che l’Inter ha vinto lo scudetto. Il decimo, quello della stella, era il 1980. E, al di là dell’eredità di mio padre e di mia madre, penso che caratterialmente non riuscirei mai a essere juventino. Anzi, è fuori discussione. Non capisco come facciano anche loro. Milanista forse, ma mi sembrano troppo elitari. E quindi l’Inter è la mia squadra in senso stretto. Mi sento identitariamente interista. Anche l’andamento, il fatto che mai una gioia fino in fondo, come se ci sia sempre qualcosa che guasta la festa. Mi ci rivedo molto.

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Ⓤ E che cos’è per te l’Inter?

Oggi per me l’Inter è qualcosa che speravo di gestire meglio nella mia vita. Pensavo sarebbe passata fuori dalla top ten delle cose. Invece anche adesso che ho i figli, un pensiero ai bambini e poi all’Inter. È una cosa che mi impegna più di quanto dovrebbe, a livello emotivo, caratteriale, personale. Cioè se stasera l’Inter perde io vado a casa incazzato. E poi l’Inter è una cosa che tengo molto per me. Non sono un tifoso da sfottò. Non sopporto neanche gli interisti che prendono in giro gli altri o che replicano. Non sono uno da chiacchiera da bar, mi piace un po’ l’autoironia, quindi mi divertono quei siti come bausciacafe che scherzano anche sull’essere interisti, spesso in maniera amara.

Ⓤ  C’è un’Inter più tua di altre o è sempre l’ultima quella che ci si ricorda?

Credo di essere affezionato di più all’Inter perdente. Ho cominciato a essere cosciente del mio tifo a 8 anni e avevamo vinto lo scudetto. Il mio primo e più grande idolo è stato Nicola Berti, insieme a Paul Ince. Forse però la mia Inter è quella perdente, come dicevo. Quella che in campionato arrivava sempre seconda o se doveva arrivare seconda arrivava terza: quindi l’Inter di Bergkamp, Jonk, Manicone, Fontolan.

Ⓤ Com’è la memoria del tifoso: selettiva o inclusiva?

Ho una gestione della mia memoria, a livello di calendario, strettamente legata all’Inter. Mi ricordo alcune cose che ho fatto in relazione al risultato dell’Inter. Per esempio: una gita a Parma con i miei genitori, il giorno di un Inter-Cesena 5-2 in cui Ciocci sbagliò due rigori. Poi ci sono altri tipi di ricordi: per esempio Inter-Barcellona qui a San Siro, l’anno della Champions. Credo di essere stato l’ultimo a uscire dallo stadio. Ero esausto. Tra le altre cose ho visto tutta la Champions con lo stesso amico, tutte le trasferte a casa sua, tutte le partite in casa insieme, compresa la finale a Madrid. Tranne quella col Barcellona a San Siro: lui non poteva venire, ma io ho comunque comprato due biglietti e mi sono fatto dare un suo indumento. Sono venuto allo stadio con il suo cappotto. E per quanto mi riguarda è servito.

«Raramente mi innamoro dei calciatori. Rischi di farti male. Forse ho smesso con Ronaldo di avere un rapporto d’amore con un giocatore della mia squadra»

Ⓤ Prima hai detto: mai una gioia fino in fondo. Ma credi sia una caratteristica dell’Inter o è il calcio che alla fine riserva sempre più delusioni che gioie?

Credo sia una cosa dell’Inter e dell’interista. C’è sempre qualcosa che sporca anche i nostri momenti migliori. Pensa alla finale di Madrid, con Mourinho che se ne va la notte stessa e Milito che forse va via pure lui. O agli scudetti che uno è “di cartone”, l’altro “non c’era il Milan”… Sempre un po’ qualcosa che non ci lascia godere fino in fondo.

Ⓤ Da tifoso mai avuto paura?

Non mi fa paura la violenza fisica e devo dire che non ne ho vista molta allo stadio, come testimone diretto. Ma mi spaventa molto la violenza verbale, la frustrazione di chi è tifoso e sfoga con un’ignoranza incredibile probabilmente una settimana difficile. Le cose peggiori le ho viste in tribuna più che in curva, è la tribuna il posto in cui ci sono quelli che non sanno darsi una regolata. Insultano i giocatori dicendo cose che non credo direbbero ad altri.

Ⓤ Ecco, in E poi c’è Cattelan ci sono spesso ospiti calciatori. Conoscendoli professionalmente e magari anche personalmente, che idea ti sei fatto?

Mi sembrano tutti ragazzi culturalmente migliori di quello che ci si immagina. Ho capito che l’immagine che ti danno è una difesa: ogni volta che dici una parola sincera passi una settimana d’inferno. Nonostante economicamente un calciatore sia molto lontano da una persona normale, ha ottenuto questa ricchezza attraverso una delle cose più popolari del mondo e ha dentro, tranne qualche eccezione, quella genuinità che molti non gli attribuiscono più. Fanno un tipo di fatica che per l’Italiano medio è difficile da comprendere: chi ogni giorno fa un lavoro normale percepisce i sacrifici del calciatore come qualcosa di insignificante e molto ben pagato. Ma, se per un giorno facessero a cambio, io credo che qualcuno andrebbe a casa piangendo. Perché devi sopportare una pressione dall’esterno pazzesca, specie in alcuni momenti. E non è facile come può sembrare in superficie.

Ⓤ Faresti un #Epcc solo calcistico?

Non amo molto chiudermi in settori. Non farei mai un programma di calcio, anche perché come dicevo mi piace di più giocarlo che guardarlo, figuriamoci parlarne. Però devo dire che gli ospiti del mondo del calcio sono quelli che hanno funzionato di più. Sono quelli che ti fanno lo scarto maggiore tra la percezione del pubblico prima di vederli in una situazione così e come sono in realtà, ovvero come appaiono in E poi c’è Cattelan. Bonucci, per esempio, è di una simpatia devastante e so che chi non è juventino fa fatica a immaginarselo. Così Marchisio, così Florenzi. Mihajlovic è strepitoso. La puntata con Bobo Vieri forse è stata la migliore di tutte.

Ⓤ Qual è la rivalità che ti accende di più?

Con la Juve. Perché la Juve mi ha proprio tolto un sogno, lo scudetto ’98. Quello scudetto lì era il mio. E me l’ha tolto non solo per il rigore di Ronaldo, ma per una serie di cose successe durante tutto l’anno. È la più grande delusione da tifoso: più del 5 maggio, più di tutto.

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Ⓤ Del Piero è stato l’unico non interista che ti piaceva?

Al punto da scrivergli una lettera sì. Ma ci sono molti altri calciatori non interisti che ho amato e che amo. Buffon, Totti, ora Dybala che è fortissimo. Purtroppo molti sono della Juventus.

Ⓤ Valerio Mastandrea ha detto: “I calciatori prima o poi smettono di giocare per la tua squadra, noi non smettiamo mai di essere parte di quella squadra”. Quant’è totalizzante l’esperienza del tifoso?

Molto. Però io non faccio parte di quel gruppo di persone che in virtù di questo fatto, che è una verità sacrosanta, pensano di poter avanzare delle pretese nei confronti della squadra. Non ho mai capito, salvo alcuni casi, le proteste dei tifosi, la voglia del tifoso di essere messo al corrente delle scelte societarie. Tu sei tifoso, quindi vai allo stadio, vedi la partita e poi te ne torni a casa. Il tifo è una cosa tua, un’esperienza che condividi nel momento della partita e basta. La gestione di una società, la fa una società. Tu puoi essere d’accordo o no, ma pensare che un club come l’Inter, la Juventus, il Milan o altri, debbano tenere presente quello che pensi tu mi sembra un gesto di un’arroganza enorme. È vero che i tifosi, come ha detto Valerio, ci sono sempre e restano. Infatti io raramente mi innamoro dei calciatori. Più passano gli anni, meno c’è questa possibilità: rischi solo di farti male. Io forse ho smesso con Ronaldo di avere un rapporto d’amore con un giocatore della mia squadra.

Ⓤ Stiamo per entrare in un anno dispari. Niente calcio d’estate: come si vive?

Soffro. Finisce il campionato ed è come se facessi un tuffo, giù giù giù, poi però poi mi manca l’ossigeno. Io a fine agosto arrivo al limite della mia sopportazione di non calcio, poi ho bisogno che qualcosa accada. Però il vero dramma sono le pause della Nazionale, sono le quattro-cinque giornate peggiori dell’anno.

L’intervista è uscita originariamente sul numero 13 di Undici

Ritratti di Luca Campri, Styling Giuseppe Magistro