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La moda del Messico

Ci sono investimenti importanti, grande attenzione alla gestione dei social, e i grandi talenti, come Gignac, sono sempre più attratti dalla Liga Mx.

Di Dario Falcini

«Nessun muro ci può fermare se crediamo in noi stessi». A firmare il tweet, nel mese di gennaio, era Rafa Márquez, el Gran Capitán della nazionale messicana di calcio. Solo pochi mesi prima l’ex centrale del Tri, 37 anni e una scintillante carriera spesa tra Barcellona, Verona e il Messico, aveva assestato una picconata ben più vigorosa all’argomento propagandistico più caro al presidente americano Trump. Era l’11 novembre e al minuto 89 del match contro gli Stati Uniti Marquez svettava di testa su un calcio d’angolo, imponendo il 2 a 1 finale.

Dopo 4 ko consecutivi era rotta la maledizione di Columbus, Ohio, avamposto deindustrializzato di quella Rust Belt su cui The Donald ha costruito il suo trionfo. Era dal 1972 che il Messico non superava gli Stati Uniti in una gara di qualificazione. Il nuovo corso di Washington e i messaggi di odio a più riprese sparsi nei confronti dei vicini dall’inquilino della Casa Bianca, hanno esasperato una rivalità storica. In palio c’è il predominio della Concacaf, la federazione che riunisce le selezioni di Nord e Centro America.

Con la vittoria di novembre Márquez e compagni hanno ufficializzato la crisi della Nazionale di Bruce Arena, il sostituto di Jurgen Klinsmann, ferma a quota zero nella lotta per un posto a Russia 2018. Il Messico al contrario viaggia verso la settima partecipazione consecutiva alla Coppa del Mondo, complice la concorrenza non efferata del subcontinente. Non solo la Nazionale Tricolor mostra il suo predominio sull’area. Il 4 e 5 aprile andranno in scena le semifinali di ritorno della Concacaf Champions League, massima competizione per club centro-nord americani. Se il Tigres non si dovesse suicidare contro i Vancouver Whitecaps, già sconfitti 2 a 0 all’andata, e il Pachuca rimontasse davanti al proprio pubblico il 2 a 1 subito a Dallas, si assisterebbe all’ennesimo derby messicano in finale.

GLENDALE, AZ - JUNE 05: Rafael Marquez #4 of Mexico celebrates after scoring a goal in the second half during the 2016 Copa America Centenario Group C match against Uruguay at University of Phoenix Stadium on June 5, 2016 in Glendale, Arizona. (Photo by Jennifer Stewart/Getty Images)

Rafa Márquez esulta dopo un gol nella Copa América Centenario (Jennifer Stewart/Getty Images)

Da 11 anni la coppa finisce nella bacheca dei club locali, che complessivamente hanno vinto 32 edizioni su 53. Solo due hanno premiato società della Major League Soccer, che non riesce a colmare l’abisso agonistico. Il gap, al di là del maggiore appeal di cui godono ai nostri occhi le cose che accadono oltre Tijuana, non è solo tecnico. Oggi il Messico è una potenza emergente del calcio: lo testimoniano i numeri. Costantemente nel guado tra la crescita armonica delle proprie risorse e l’impiego di attempati testimonial dal vecchio continente, la Mls è iniziata nelle scorse settimane con un preoccupante segno meno. L’opening week 2017 ha fatto registrare una media di 25.156 spettatori, un calo significativo rispetto ai 26.152 della precedente stagione, solo parzialmente mitigato dalle 100 mila persone che hanno assistito ai primi due match casalinghi della nuova franchigia di Atlanta.

Con i suoi 26.600 mila spettatori durante il torneo di Apertura la Liga Mx si conferma così il campionato più seguito fuori dall’Europa e il quarto al mondo: solo Bundesliga, Premier League e Liga fanno meglio, la Serie A è abbondantemente indietro. I prezzi calmierati dei biglietti, in molti casi non superiori ai 2 dollari, da soli non spiegano un simile successo. Il pallone a quelle latitudini è un affare di popolo, come dimostrano le 60 mila persone che ogni volta fanno da coreografia al Súper Clásico tra America e il Chivas di Guadalajara, seconda città del Paese e unica squadra a schierare solo messicani.

Il 3 a 0 del Chivas sull’América

Al resto hanno pensato gli investimenti degli ultimi anni e una serie di scelte lungimiranti sul fronte delle politiche sportive. Quello messicano è un campionato mediamente ricco, il decimo del pianeta: secondo una stima di Espn gli stipendi medi nel 2015 ammontavano a 389 mila dollari. Con quelle cifre le società messicane si potevano permettere gli ultimi squilli di Ronaldinho, Roque Santa Cruz o Darwin Quintero. Oggi il livello è ulteriormente salito, come si evince dal recente acquisto di André-Pierre Gignac, reduce dal secondo posto nella classifica marcatori della Ligue 1 2015.

Il francese, convinto dal Tigres con un’offerta pari a 4 milioni di dollari all’anno secondo i media locali, si è presto rivelato un crack da 40 gol in un anno e mezzo. Tra una seduta di ipnosi e un’esultanza da Super Sayan, ha già conquistato due volte il campionato. Se qualcuno avesse avuto dei dubbi, pare che El Bombón non abbia subito in alcun modo lo shock culturale. Intanto è arrivato anche un allenatore di marca europea: Paco Jémez, ex tecnico di Rayo Vallecano e Granada, oggi al Cruz Azul. Nelle Americhe, complice la perdurante crisi del campionato brasiliano e di quello argentino, il Messico è un approdo felice per chi ci sa fare con il pallone.

Basta scorrere la classifica marcatori dell’ultima Apertura, vinta dall’argentino ex Genoa e Palermo Mauro Boselli in tandem con il colombiano Dayro Moreno. Ai primi posti, assieme a Gignac, figurano il peruviano Ruidíaz e gli argentini Silvio Romero e Funes Mori. Senza scordare Nicolás Castillo, visto a Frosinone, e l’ex Napoli Edu Vargas, che ha salutato la Bundesliga per il Tigres. Bisogna scendere fino all’undicesima piazza per trovare il primo messicano, Hirving Lozano. Da tempo è in atto un travaso dalla Mls lungo il confine meridionale. Ha inaugurato il trend Omar Gonzalez, gigantesco difensore nato a Dallas che ha lasciato i Los Angeles Galaxy dopo la chiamata del Pachuca: «Sono estremamente felice nella terra dei miei antenati» ha dichiarato al Guardian, su cui è apparso un bel video-documentario sulla nuova moda dei Futbolistas migrantes. Con lui Jorge Villafaña, passato dai Portland Timbers al Santos Laguna, dopo il titolo a stelle e strisce del 2015, perché penalizzato dal salary cap.

Mauro Boselli of Leon celebrates at the Azteca stadium after Leon defeated America in the final of the Mexican Apertura tournament in Mexico City on December 15, 2013. AFP PHOTO/Hector Guerrero (Photo credit should read HECTOR GUERRERO/AFP/Getty Images)
L’ex Genoa Mauro Boselli con la maglia del León (Luis Ramirez/Afp/Getty Images)

Nell’era Klinsmann diversi giocatori di origini messicane, come Ventura Alvarado, Joe Corona o Michael Orozco, hanno esordito nella Nazionale americana: oggi giocano tutti oltre confine. Il passaggio è favorito dall’ingente opera di scouting dei club di Liga Mx tra i giovani in possesso di passaporto messicano, concesso a chi ha almeno un nonno nato sotto il Rio Grande. Negli Stati Uniti se ne sono accorti e provano a rispondere con investimenti nelle accademie, ma è difficile fare un’opera capillare in un Paese così vasto e le sirene che giungono da Sud sono irresistibili per molti ragazzi attratti dalla chance del professionismo immediato.

Inoltre a livello agonistico non c’è partita. In pochi anni il campionato messicano, che ha assunto la formula attuale solo nel 2012, è divenuto autorevole e competitivo grazie a una serie di accorgimenti mutuati dall’estero. Da giugno a dicembre si gioca il Torneo Apertura, a gennaio via al Clausura fino a maggio. Ad entrambi prendono parte 18 squadre, che si affrontano una sola volta per stabilire chi ha diritto ad accedere ai playoff, la Liguilla. Si gioca senza sosta: la finale di Apertura che ha donato il titolo ai Tigres di Gignac, ai rigori contro l’America, si è tenuta la sera di Natale, in un crescendo di emozioni e tensione agonistica.

In questo momento è in corso la Clausura, giunta al giro di boa. L’equilibrio è assoluto, con otto squadre nel giro di tre punti. I titoli passano di mano ogni sei mesi: per la gioia ora dei tifosi di Pachuca, ora di León o Santos Laguna. L’America, la Juventus messicana con 12 scudetti in epoca recente, è a secco dal 2014 e fatica a risalire la china in questo avvio di nuovo anno. Per la gioia del resto del mondo, che non sopporta la presunta spocchia del popolo dell’Azteca, il leggendario stadio di Città del Messico che condivide con il Maracanà il primato delle due finali di Coppa del Mondo ospitate. La democrazia è dettata dal regolamento, che scongiura i domini e favorisce l’alternanza. Le ombre non mancano. Ogni anno retrocede una sola squadra, quella che ha sommato la peggior media punti nelle ultime tre stagioni. La competizione è frequentata sempre dalle stesse società, che tendono ad autotutelarsi.

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La curva del Pachuca (Maria Calls/Afp/Getty Images)

L’altra grande critica al sistema riguarda la formazione delle nuove generazioni. Ciascuna delle 17 partite che compone Apertura e Clausura rischia di essere decisiva e pochi possono permettersi il lusso di rischiare e lavorare di prospettiva. I giovani sono spesso sacrificati. Non aiuta la formula introdotta lo scorso maggio e denominata 8/10. Tra i 18 convocati per ogni match solo 8 devono essere nati in Messico. La regola, oltre a fare storcere il naso ai naturalizzati e ai tanti messicani nati negli Stati Uniti e desiderosi di valicare la frontiera, penalizza i talenti prodotti in casa, spesso relegati in panchina solo per coprire le caselle dei nativi.

C’è chi ha spiegato in questo modo la mancata maturazione della Nazionale, che pregustava un futuro di trionfi internazionali dopo aver vinto la Coppa del Mondo Under-17 nel 2005 e 2011. Pochi di quei ragazzi hanno fatto carriera e così el Tri, che non va oltre gli ottavi ai Mondiali dal 1986, si ritrova di nuovo a leccarsi le ferite dopo l’umiliante 7-0 patito dal Cile alla Copa América Centenario. Allo stesso tempo pochi campioni locali si sono affermati all’estero. Appena una quindicina di messicani giocano nei principali tornei europei: dopo il Chicharito Hernández e Carlos Vela, tutti si attendono molto da Raúl Jiménez, che gioca in Portogallo come Héctor Herrera e Miguel Layún. Jonathan dos Santos invece continua a non convincere al Villarreal e potrebbe presto raggiungere il fratello Giovani ai Los Angeles Galaxy.

Non di rado sono i club a resistere ai trasferimenti, come è successo di recente a Hirving Lozano: il Pachuca ha declinato senza fare una piega le offerte da oltre 20 milioni di euro di Benfica e Psv e ha convinto l’esterno a rimanere nello stato di Hidalgo. Non c’è fretta di sbarazzarsi dei propri talenti. Per capire il motivo di tanto benessere è utile accendere la tv. I diritti delle partite della Liga Mx valgono in tutto 120 milioni di dollari, non poco per un torneo emergente. Tutto è cambiato nel 2012, quando sono state gettate le basi per la nuova formula del campionato: Tv Azteca e Televisa, fino a quel momento detentrici del duopolio sul broadcasting, hanno subito l’ingresso di una agguerrita concorrenza sul mercato.

Il 7 a 0 con cui il Cile ha battuto il Messico nella Copa América Centenario

In particolare si è affacciata Fox Sports, che ha potuto contare sull’appoggio politico, economico e infrastrutturale di Carlos Slim. Magnate delle telecomunicazioni, nato nel 1940 a Città del Messico, secondo un aggiornamento pubblicato pochi giorni fa da Forbes è il sesto uomo più ricco del pianeta con 54,5 miliardi di dollari. Controlla il 5% del Pil messicano e vanta una collezione di 70 mila opere d’arte, tra cui Leonardo Da Vinci, Modigliani e Rodin. Se un giorno si svegliasse male, potrebbe decidere di zittire tutto il continente: tramite Movil gestisce il 70% della telefonia in America Latina. Cinque anni fa Slim ha prontamente intuito la possibile sinergia tra tv e pallone e si è assicurato la maggioranza di Pachuca e León, due tra i principali club del Paese.

La sua opera è stata fondamentale nell’esplosione dei diritti tv, che viene gestita in maniera autonoma da ciascun club. Ogni canale è libero di trattare direttamente con le società e così, guarda caso, Fox si è accaparrato i match di León e Pachuca. Nel 2016, dopo 22 anni di rapporto, i rivali del Chivas hanno invece rotto con Televisa, declinato l’offerta di Espn e deciso di fondare un proprio canale, Chivas Tv, unico autorizzato a trasmettere le partite della squadra. Al contempo i club hanno ristrutturato portali e canali social, costantemente aggiornati e capaci di creare engagement come richiede la dottrina.

La rete è al centro del progetto e le gare sono trasmesse anche online, grazie al varo di pacchetti sul modello dei League Pass statunitensi. Un approccio che, si è argomentato, rischia di tagliare fuori la frazione più povera e anziana della popolazione. A loro è offerta la sottoscrizione di abbonamenti meno cari, che permettono di vedere i match con leggero ritardo. La sperimentazione non si ferma qui: a febbraio Facebook, che da tempo ha integrato nel proprio business produzione e acquisizione di contenuti, ha comprato i diritti per la trasmissione di 46 partite di Liga Mx negli Stati Uniti. Il commento sarà in inglese, particolare non indifferente per una piattaforma che parla a giovani e giovanissimi nati in un contesto differente da quello dei genitori.

Players of Tigres celebrate with fans their victory against America in the final of the Mexican Apertura 2016 tournament football match at the Universitario stadium, in Monterrey, on December 25, 2016. / AFP / PEDRO PARDO (Photo credit should read PEDRO PARDO/AFP/Getty Images)

Giocatori del Tigres festeggiano con i tifosi (Pedro Pardo/Afp/Getty Images)

Questa è l’altra assicurazione sulla vita del calcio messicano. Oggi la Liga Mx è il campionato straniero più visto negli Stati Uniti, dove supera persino la Premier League. Alcuni club ricevono più soldi per i diritti tv sul mercato a stelle e strisce che su quello domestico. Si parla di milioni di immigrati, seconde o terze generazioni, che grazie al calcio tengono vivo il legame con le proprie origini. Non a caso SuperCopa Mx e Campeón de Campeones, si tengono stabilmente negli Stati Uniti prima del via dell’Apertura, così come la premiazione del Pallone d’Oro messicano.

In passato il riconoscimento è andato ai giganti della storia calcistica nazionale, come Cuauhtémoc Blanco, che un anno fa a 43 anni ha giocato il suo ultimo match ufficiale con l’America, Jared Borghetti e Oribe Peralta. L’ultima edizione, a furor di popolo, è stata assegnata a Gignac. Perché i tempi sono cambiati e la Liga MX, cosa che ne pensino a Washington, oggi è un brand internazionale, un prodotto da esportazione.