Calcio

I migliori 11 del Mondiale russo

Da Pickford a Mbappé: come si schiererebbe il nostro undici titolare del torneo appena concluso.

France's forward Kylian Mbappe (C) is seen during the Russia 2018 World Cup final football match between France and Croatia at the Luzhniki Stadium in Moscow on July 15, 2018. (Photo by Kirill KUDRYAVTSEV / AFP) / RESTRICTED TO EDITORIAL USE - NO MOBILE PUSH ALERTS/DOWNLOADS (Photo credit should read KIRILL KUDRYAVTSEV/AFP/Getty Images)

Provare a stilare una top 11 dei Mondiali appena conclusi non è esercizio facile. Il sostanziale equlibrio tra conferme e sorprese (positive o negative cambia relativamente) rende più semplice raccontare di giocatori che hanno impressionato per costanza e qualità di rendimento in relazione ad aspettative più o meno alte, piuttosto che di rapporti di forza in valore assoluto. Il “Dream Team” che segue, quindi, non è composto dai giocatori più forti ma da quelli che hanno performato al meglio nell’ultimo mese in relazione alle proprie caratteristiche e al contesto in cui sono stati chiamati ad esprimerle.

Jordan Pickford

«Oggi l’Inghilterra può contare su un portiere che sembra convinto di poter vincere la Coppa del mmoondo. Regge molto bene la pressione e la squadra, di conseguenza, sembra molto più solida e molto più fiduciosa nei propri mezzi. La fiducia di Pickford e del trio difensivo è immensa. Le gente ora crede in lui, che è migliorato progressivamente nel corso del torneo». Questo era il parere di Neville Southall del Guardian su Jordan Pickford, alla vigilia della semifinale poi persa contro la Croazia. Non crediamo che il risultato di quella partita (e quello della “finalina” con il Belgio) abbia spostato qualcosa nel giudizio di fondo: dopo anni di discreta penuria nel ruolo la Nazionale di Sua Maestà britannica può nuovamente contare su un estremo difensore sicuro nell’ordinario e in grado di esaltarsi nello straordinario (si veda la parata su Uribe nel finale di gara contro la Colombia), oltre che discretamente reattivo e intuitivo sui calci di rigore. A patto, ovviamente, di mettergli a disposizione una linea difensiva affidabile e dai movimenti rodati: circostanza che nell’ultima stagione all’Everton non si è quasi mai verificata.

Probabilmente la parata più bella del Mondiale

Kieran Trippier

Nel 2014 il giocatore ad aver creato più occasioni da rete durante il Mondiale fu Lionel Messi, a quota 23. Nell’edizione 2018 il testimone è passato a Kieran Trippier (24, con un assist a referto e quattro passaggi chiave di media a partita), quasi a voler dimostrare quello che Giorgio Coluccia sottolineava su Undici qualche giorno fa in relazione al sistema di Gareth Southgate: «I meccanismi sono imperniati sui due esterni a tutto campo, Trippier e Young, validi in entrambe le fasi: arretrano sulla linea di difesa quando c’è da coprire, avanzano fino ad allinearsi a Dier in fase di spinta, permettendo ad Alli e Loftus-Cheek di buttarsi in avanti per aumentare il peso specifico dell’attacco». Lui ci ha messo del suo con un’ interpretazione moderna e dinamica di uno dei ruoli chiave del calcio degli anni duemiladieci e permettendo a Walker di riciclarsi con discreto successo nel ruolo di terzo centrale di costruzione. E fa sorridere pensare che, non più tardi di undici mesi fa, il Tottenham abbia pagato Aurier 25 milioni di euro per assicurarsi un sostituto dello stesso Walker: sostituto che, evidentemente, avevano già in casa.

Era dal 2006 (David Beckham agli ottavi vs Ecuador) che l’Inghilterra non segnava a un Mondiale direttamente su calcio di punizione.

Rapahel Varane

A 25 anni compiuti da poco, Rapahel Varane ha vinto tutto ciò che c’era da vincere, con uno score di tutto rispetto per quel che riguarda presenze complessive (253 a livello di club, 48 con la Nazionale) e decisività nei momenti che contano (sono nove le finali vinte su 10 disputate). Per questo, più che di Mondiale della consacrazione, si dovrebbe parlare di Mondiale della conferma del livello assoluto di uno dei difensori più completi e affidabili nel panorama internazionale: quasi mai in difficoltà contro il diretto avversario nell’uno contro uno, implacabile di testa (quattro duelli aerei vinti di in tutti e 630’ giocati), a suo agio quando si è trattato di coprire qualche svarione di troppo del compagno di reparto Umtiti o di far ripartire l’azione dal basso (87.3% di pass accuracy su quasi 48 tocchi di palla, oltre sei lanci lunghi effettuati ogni 90’). Il poter contare su un elemento del genere ha permesso alla Francia, come ha scritto Alfonso Fasano su Undici, la Francia di costruire un modello di gioco in cui «la transizione positiva è legata a strutture difensive e connessioni preparate in allenamento, che tendono ad esaltare il talento individuale dei calciatori offensivi in campo aperto». Ponendo le basi per il secondo titolo iridato della propria storia.

Come intercettare un pallone difficilissimo con eleganza

Harry Maguire

Nel 2016 Harry Maguire presenziava come semplice spettatore/tifoso alla dimenticabilissima esperienza dell’Inghilterra agli Europei di Francia. Gli ci sono voluti due anni per diventare quello che Chris Smith ha definito su Squawka come «il muscolo della linea difensiva inglese», in una sorta di riuscitissima fusione tra tradizione inglese e innovazione guardiolana nell’interpretazione del ruolo di difensore centrale. Perché se di Stones e Walkers erano note le inclinazioni a giocare all’interno del sistema che, di fatto, ha ispirato Southgate, l’unica incognita era legata all’adattabilità allo stesso del giocatore del Leicester. Il Mondiale russo ci ha consegnato un Maguire maturo, pronto e dalla multidimensionalità insospettabile: oltre all’atteso dominio nel gioco aereo (fino alla semifinale con la Croazia era il giocatore ad aver vinto il maggior numero di duelli arei 33 – di cui 12 solo nella gara contro la Colombia – alla media di 6.8 a partita), si è dimostrato particolarmente abile anche in fase di impostazione (quasi 89% di pass accuracy su 62 passaggi e quattro long balls giocati ogni 90’), surrogandosi ai compagni di reparto in fase di prima costruzione nel momento in cui il pressing selettivo degli avversari gli lasciava spazio e tempo per la giocata in verticale. Con l’aura da underdog che ha fatto il resto, come evidenziato da Four Four Two: «Per anni i tifosi dell’Inghilterra hanno faticato a trovare un giocatore della Nazionale con cui identificarsi. Con Maguire questa dinamica sta cambiando definitivamente».

Difende bene e sa anche decidere in area avversaria

Diego Laxalt

Probabilmente il Mondiale di assoluto overperforming disputato da Diego Laxalt può essere spiegato solo con le parole di Seb-Stafford Blood: «L’esterno adattato del Genoa non può certo essere considerato particolarmente lucido, anzi talvolta può risultare persino imbarazzante da guardare, eppure è stato lui l’autentica scoperta del fronte sinistro uruguagio. I suoi momenti migliori sono stati quelli nella partita contro la Francia: l’Uruguay avrebbe potuto dare persa la gara in partenza, ma Laxalt ha affrontato Mbappé meglio di chiunque altro abbia mai fatto in Russia». Che l’uomo da Montevideo fosse elemento di grande affidabilità e concretezza nel suo essere esterno a tutta fascia era cosa nota più o meno a tutti, ma l’ultima rassegna internazionale potrebbe essere stata l’ultimo e necessario step per ambire a realtà di alto e altro livello. La risposta, adesso, dovrà passare dall’ultimo mese di calciomercato.

E ha trovato anche il tempo per realizzare il primo (fortunoso) gol con la maglia della Celeste

Paul Pogba

Nel corso dell’ultima stagione avevamo già segnalato come la narrazione che si stava sviluppando intorno a Paul Pogba, al netto delle difficoltà incontrate dal Manchester United di Mourinho nel corso dell’annata, fosse assolutamente pregiudizievole delle effettive qualità dell’ex giocatore della Juventus. Al termine di un Mondiale dominato tecnicamente e fisicamente su entrambi i lati del campo (solo l’ubiquo Kanté ha recuperato più palloni di lui nel corso della competizione, mentre dal punto di vista offensivo il #6 è risultato essere il top player che, tra dribbling e passaggi chiave, ha guadagnato più metri di campo sulle transizioni: dettaglio fondamentale per una squadra come la Francia), nonostante un’interpretazione a tratti minimalista del ruolo che Deschamps gli ha cucito su misura, ritroviamo un giocatore che ha costretto i suoi non pochi detrattori a cambiare radicalmente la percezione che avevano di lui. E non solo perché, come ha scritto Daniele Manusia su L’Ultimo Uomo nell’immediata vigilia della finale, è arrivato quel singolo «momento di gloria a rappresentazione del suo talento»; Pogba ha dimostrato con i fatti, in ogni singola partita, di essere diverso, decisivo, totalizzante, indiscutibile. Quello che, in fondo, era sempre stato. Solo che adesso se ne sono accorti tutti. Finalmente.

L’idea di transizione ai tempi di Paul Pogba (e Kylian Mbappé)

Luka Modric

Sul Guardian c’è uno splendido pezzo di Jorge Valdano che riassume perfettamente quello che Luka Modric ha significato (e significherà) per il calcio moderno: «Quando la palla passa dai suoi piedi il gioco scorre come se il calcio fosse la cosa più naturale del mondo. Non si tratta di aggiungere intensità o pericolosità alla manovra: è una questione di sensibilità, chiarezza, intento. In un Mondiale in cui sembra che gli spazi stiano scomparendo e in cui tutti quelli che ricevono palla sembrano avere fretta, Modric compie il miracolo di permettere all’azione di respirare, dando alla palla la velocità necessaria ovunque si trovi sul campo. All’improvviso scopriamo che lo spazio e il tempo esistono ancora e che tutto ciò di cui c’era bisogno era qualcuno con il talento per riportarli indietro, là dove sono sempre stati». Non serve altro per capire il livello del torneo giocato dal regista del Real Madrid: non è questione di numeri, statistiche, posizione in campo, capacità di abbassarsi per favorire lo sviluppo della manovra in verticale sugli esterni, ma di percezioni legate a quello che ci si aspetta da lui in un certo momento della partita: il fatto che sia stato sempre all’altezza della situazione – tranne che in occasione del rigore con la Danimarca, ma la perfezione non è di questo mondo – e che ci abbia ugualmente stupiti per questo motivo è la prova tangibile di quella che comunemente identifichiamo come grandezza. La vittoria del Pallone d’oro come miglior giocatore della manifestazione (quinta volta nelle ultime sei edizioni che viene premiato un membro della squadra sconfitta in finale) appare come un qualcosa di superfluo, quasi fastidioso. Perché sappiamo che Modric è forte. E non serve alcun riconoscimento per legittimarlo.

Il meraviglioso gol contro l'Argentina

Kevin De Bruyne

Nel Belgio che ha raggiunto il miglior risultato della sua storia in ambito internazionale, la gestione di spazi e tempi della manovra del nuovo allievo prediletto di Pep Guardiola ha giocato un ruolo determinante: seppur meno sopra le righe rispetto a quanto accaduto nell’ultima stagione al City (complice un Hazard che si è preso il proscenio quasi di forza), De Bruyne ha confermato la normalità del suo essere uno dei top mondiali nel ruolo di mezzala a tutto campo oltre che autentico centro di gravità permanente della fase offensiva: nessuno, tra centrocampisti e attaccanti dei Red Devils, ha giocato più palloni di lui – 55,5 di media a partita con una precisione che sfiora l’80% -, nessuno è stato più decisivo di lui nell’ultimo terzo di campo in termini di assist (2) e occasioni create (3,8 ogni 90’). E, naturalmente, il gol più importante nella storia del calcio belga che ha nobilitato il suo lavoro di trama e ordito.

Serviva un Mondiale da protagonista per legittimare il suo status tra i grandissimi del nostro tempo. La legittimazione è arrivata

Kylian Mbappé

C’è stato un momento in cui, al di là di tutti i discorsi sulla superiorità dei singoli e del collettivo, si è capito che la Francia avrebbe comunque vinto. Durante l’esecuzione della “Marsigliese” le telecamere indugiano quel tanto che basta sul volto di Kylian Mbappé: compagni e avversari sono stravolti da tensione e/o concentrazione, lui no, lui accenna addirittura un sorriso, con il ghigno tipico del predestinato, di chi ha già visto tutto prima, di chi finale dei Campionati del mondo allo stadio Lužniki o partitella con gli amici al campetto dietro casa a Bondy non fa alcuna differenza. Ed è proprio questo tipo di sicurezza nei propri mezzi, che a tratti sembra sfociare nell’incoscienza, che permette all’arcaica modernità di Mbappé di sprigionarsi in tutta la sua devastante pienezza. C’è, infine, un dato molto più significativo di altri: al di là dei margini di miglioramento ancora inesplorati, l’attaccante del Psg si troverebbe a disputare il secondo e terzo Mondiale della carriera tra i 23 e i 27 anni (quindi all’apice della maturità psico-fisica di un calciatore), con ragionevoli possibilità di arrivare in ottime condizioni anche al quarto, quando di anni ne avrà 31. Un qualcosa di altri tempi proiettata nel futuro. Esattamente come lui.

Mbappé è il secondo teenager della storia a realizzare un gol in una finale di Coppa del Mondo: l’altro era stato Pelé (doppietta) nell’edizione del 1958 in Svezia

Edinson Cavani

C’è qualcosa di mistico nella ferocia tipicamente charrua con cui Cavani, dopo aver iniziato lui stesso l’azione, si avventa sul pallone che vale l’1-0 agli ottavi di finale contro il Portogallo: si tratterebbe di una rete “normale” per uno come lui (soprattutto se, poi, si guarda a quello che fa in occasione del 2-0) ma che certifica lo stato di grazia del Matador in questo momento della sua carriera. Così come c’è qualcosa di altrettanto mistico nella sua uscita dal campo per infortunio, sorretto da Cristiano Ronaldo: in quel momento c’è la presa di coscienza da parte di tutti, lui in particolare, che la perdita del vero leader tecnico ed emotivo della squadra (molto più di Suarez, almeno) pregiudicherà il quarto di finale con la Francia ben prima del suo inizio. Tanta e tale era la forma raggiunta da uno degli ultimi attaccanti totali di alto livello al terzo Mondiale della carriera. Quello che lo ha visto protagonista nonostante tutto quello che poteva essere e non è stato.

Un concentrato del termine garra charrua

Eden Hazard

La prestazione tecnicamente dominante (nove dribbling riusciti su altrettanti tentati, 78% di pass accuracy su 36 passaggi effettuati) di Hazard contro il Brasile ha ricordato quella di Zidane ai quarti di finale di Germania 2006 sempre contro i verdeoro. Raramente avevamo visto il fantasista del Chelsea in così completo e totale controllo dei suoi mezzi, «pienamente a suo agio in quel concetto di flessibilità chiesto dal ct Martinez ai suoi giocatori» (Alec Cordolcini qui su Undici) ed in grado di esprimere quella multidimensionalità – intesa come fusione di tecnica e fantasia in velocità – richiesta ad un numero 10 moderno. La qualità e la continuità delle prestazioni, oltre a legittimare fino all’ultimo la sua candidatura come MVP del torneo, sembrano aver chiuso il cerchio della definitiva maturazione aperto in occasione della Premier League 2016/207 vinta da assoluto protagonista e rallentato dai problemi fisici della scorsa stagione. Nel Mondiale del crollo di Messi, dell’inconsistenza di Ozil, delle polemiche introno a Neymar, della sfortuna che toglie di mezzo James Rodriguez proprio sul più bello, Hazard è stato il miglior “dieci” tra i nuovi dieci.

In the garden of Eden


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