Serie A

La rivoluzione di Sarri alla Juventus partirà dal centrocampo

Un reparto ancora tutto da assemblare, ma con elementi di grande qualità e varietà.

«Con Sarri ho un buon rapporto, ero sicuro di convincerlo con le mie qualità. Lo seguo da quando allenava a Napoli. Gioca un calcio diverso, fatto di pressing, intensità, passione e intelligenza. Sono tutti aspetti che mi vanno a genio». Con queste parole, all’interno di un’intervista esclusiva rilasciata a Kicker, Sami Khedira, oltre a togliersi di fatto dall’elenco degli esuberi che stanno complicando l’indecifrabile mercato in uscita della Juventus, ha quasi voluto ribadire una sua rinnovata centralità all’interno del nuovo corso bianconero.

Perché se è dalla difesa – «che deve imparare a difendere ciò che ha davanti e non quello che ha alle spalle», ha sottolineato lo stesso Sarri – che parte quella rivoluzione filosofica e culturale intesa a ribadire il primato del gioco e della prestazione, è nel reparto di centrocampo che dovrà plasticamente prendere forma il progetto dell’ex allenatore di Napoli e Chelsea. Non è tanto – o almeno non è solo – una questione di nomi e di individualità, quanto di aderenza dei singoli alle necessità del sistema. Servirà tempo, a Sarri e non solo, per capire come costruire un reparto che sembra inferiore rispetto alle altre big europee – almeno nel valore assoluto dei singoli interpreti – ma che può vantare elementi di grande qualità e varietà.

Nell’ottica di un modello di gioco strutturato, meno “libertario” nell’interpretazione di moduli e principi, soprattutto a centrocampo, non può stupire il fatto che proprio Khedira abbia scalato posizioni nell’ideale gerarchia di Sarri. Al netto delle difficoltà fisiche che hanno caratterizzato l’ultimo biennio – e che costituiscono una notevole incognita anche per la nuova stagione –, l'ex del Real Madrid aveva ed ha le caratteristiche per metabolizzare il gioco del nuovo allenatore, grazie alla qualità delle sue letture con e senza palla, e alla capacità di muoversi come mezzala di possesso in quelle fasi della partita in cui la trasmissione del pallone deve essere più efficace e rapida.

Secondo lo stesso principio, Matuidi sembra essere l’unico elemento di cui Sarri possa fare a meno, in previsione di un calcio più orientato al controllo e al possesso palla in cui le sue carenze tecniche potrebbero risultare ancor più evidenti. Nel ruolo di mezzala sinistra, Rabiot non ci dovrebbe mettere molto a superare il suo ex compagno al Psg: la sua multidimensionalità di base lo rende impiegabile anche da mediano di un centrocampo a due o da vertice basso in una linea a tre e inoltre il suo saper giocare a uno-due tocchi sia sul lungo che sul corto ne fanno il profilo ideale per associarsi con Alex Sandro e Cristiano Ronaldo su quella catena di sinistra che, esattamente come accaduto al Napoli (Ghoulam-Hamsik-Insigne) e al Chelsea (Marcos Alonso/Emerson-Kovacic-Hazard), sarà deputata alla risalita del campo attraverso il palleggio. A tutto questo, poi, va aggiunta la naturale inclinazione all’anticipo, alla conduzione palla in verticale dopo il recupero della stessa e ad un’occupazione degli spazi meno accentuata e “brillante” rispetto a quella di Khedira ma che permette comunque di guadagnare metri sul terreno di gioco e che fa di Rabiot una sorta di “arma totale” su entrambi i lati del campo. Tutte queste qualità non sembrano essere state ridimensionate dalla forzata inattività dell’ultimo periodo parigino, anzi Rabiot sembra aver proseguito la maturazione tecnica, fisica e psicologia manifestata nelle ultime partite giocate col Psg.

Adrien Rabiot è arrivato a parametro zero alla Juventus dopo 6 stagioni con il Psg. Con il club della capitale francese, ha vinto per 5 volte la Ligue 1 (Jonathan Nackstrand/AFP/Getty Images)

Ancora una volta, però, molto sembrerà dipendere dalla qualità e dalla costanza di rendimento di Miralem Pjanic. Il bosniaco – al quale Sarri, esattamente come Allegri, ha affidato compiti di prima costruzione, chiamandolo a far funzionare il sistema “scomparendo” all’interno di esso – è apparso in grande difficoltà per tutto il precampionato a causa di un modo di pensare e vedere il calcio apparentemente diverso da quello del suo nuovo allenatore. La sensazione è quella di una velocità di piede e di pensiero opposta a quella cui Sarri si era abituato (e aveva abituato) con Jorginho. Nonostante i giocatori ai suoi lati abbiano già preso familiarità con le zone da occupare in relazione alla singola situazione di gioco, Pjanic mostra ancora la tendenza a portare troppo palla rispetto al centromediano classicamente inteso da Sarri, rallentando lo sviluppo della manovra. Ed è questo il motivo per cui per quel ruolo – o, meglio, per questa interpretazione del ruolo – è sembrato molto più adatto un Bentancur in costante ascesa piuttosto che lo stesso Pjanic. Nel caso, il bosniaco sarebbe potenzialmente impiegabile (in una sorta di “ritorno alle origini” romaniste) come mezzala di possesso al posto dello stesso Rabiot, con conseguente valutazione del rapporto tra vantaggi e svantaggi derivanti da una maggiore qualità tecnica e da una minore intensità fisica in fase di non possesso.

Una sconfitta contro il Tottenham il 21 luglio, vittoria contro l'Inter e pareggio contro Team K League, poi sconfitta contro Atlético Madrid e vittoria sulla Triestina, il bilancio di amichevoli estive di Maurizio Sarri (Yifan Ding/Getty Images)

Appare chiaro, quindi, come il secondo ago della bilancia sarà costituito dal tipo di impatto che Aaron Ramsey riuscirà ad avere fin da subito. Ingaggiato perché potesse esaltarsi attraverso la controintuitività ed estemporaneità nelle giocate che Massimiliano Allegri cercava nel suo centrocampista ideale, l’ex Arsenal è l'elemento che può garantire a Sarri una varietà di soluzioni tattiche probabilmente mai sperimentata in carriera, senza un fisiologico periodo di adattamento a un tipo di calcio che gli è già familiare. Il gallese può agire da mezzala destra e sinistra; da “esterno tattico” in un 4-4-2 spurio in cui all’omologo Douglas Costa vengano continuativamente affidati quei compiti creativi e associativi tipici del fantasista sui generis che hanno caratterizzato il suo ottimo precampionato; da trequartista a ridosso delle punte nel momento in cui il tecnico toscano deciderà effettivamente di sfruttare le qualità di Dybala solo negli ultimi venti metri di campo.

Capitolo a parte lo merita Emre Can che, come Pjanic e forse più di Pjanic, rischia di diventare un equivoco per la prima parte di stagione, al di là delle voci di mercato che lo riguardano. In fase di non possesso, il tedesco, anche in virtù di una struttura fisica fuori dall’ordinario, è assolutamente in grado di svolgere i compiti che nel Napoli e nel Chelsea sono stati di Allan prima e Kante poi. In questo modo potrebbe diventare essenziale come recuperatore di palloni attraverso la pressione in zone avanzate del campo –  uno degli aspetti che ha accomunato le squadre di Sarri al Liverpool di Klopp, non a caso il contesto di provenienza di Can. La potenziale incompatibilità si manifesterebbe in fase attiva: l’impossibilità ad essere schierato come centrocampista davanti alla difesa aprirebbe a un impiego come mezzala chiamata a facilitare il consolidamento del possesso e a surrogarsi al playmaker nei momenti di maggior pressing avversario. Caratteristiche che, anche a causa della dimensione puramente verticale del suo gioco, Can non ha ancora del tutto sviluppato, soprattutto per quel che riguarda le ricezioni e gli smarcamenti in orizzontale, due degli aspetti che Sarri cura maggiormente nel suo player devolpment.

Servirà tempo, servirà pazienza, servirà sperimentare e osare alla ricerca della quadra definitiva: perché è da quel che sarà il suo centrocampo che passa la Juventus 2019/2020. Una squadra che Maurizio Sarri dovrà plasmare a sua immagine e somiglianza proprio nel reparto che più di altri caratterizza il calcio contemporaneo. E anche il suo.


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