Zinédine Zidane ha 50 anni, ma il suo calcio non ha tempo

Eleganza, bellezza, arte ancor prima che gol, assist e trofei: Zidane è stato un unicum nella storia del calcio.
di Francesco Paolo Giordano 23 Giugno 2022 alle 03:31

Zinédine Zidane ha 50 anni, ma la sua magia non conosce tempo. Chi lo ha visto giocare, chi lo ha recuperato attraverso le compilation di YouTube, tutti ne hanno captato la grandezza calcistica. Perché Zidane e il suo calcio si pongono al di sopra del tempo, rappresentazione di un’idea assoluta della bellezza applicata al campo, intellegibile a chiunque sia sedotto dall’arte, prima ancora che dallo sport. Zidane ha 50 anni ma è come se il suo ritiro dal calcio giocato – che tutti ricordano – non abbia in realtà mutato la sua dimensione di fuoriclasse assoluto, perché il suo repertorio di finte, dribbling, veroniche, controlli volanti, agganci acrobatici si autogenera costantemente: è l’esperienza calcistica più vicina all’ascolto di un album evergreen – musica e sensazioni sono sempre le stesse, anche se la band si è ritirata da un pezzo.

Zidane ha 50 anni ma potrebbe averne 20 o 80: è un fenomeno intergenerazionale, propagato oggi dalle migliaia di video che ne mettono in risalto la parte più spettacolare. L’account Twitter “Stop That Zizou” – che poi ha fatto proseliti, con account simili dedicati ad altri calciatori – è una miniera di costanti mirabilie, un periplo attorno alla meraviglia del campione. Ammirarlo oggi produce lo stesso effetto di quando lo si ammirava vent’anni fa, nonostante sia cambiato il calcio, il mondo, e pure noi stessi.

Zidane ha 50 anni ma è sempre stato proiettato nel futuro: oggi tutti i calciatori di maggior rilievo hanno documentari dedicati, ma nessuno di questi supera la potenza espressiva di Zidane: A 21st Century Portrait, un lungometraggio di 90 minuti costruito su 17 telecamere che hanno ripreso ogni momento del francese durante una gara di campionato con la maglia del Real Madrid. Un docu-film che non ha nulla a che vedere con i canonici temi della scalata alla vetta, del sacrificio, del successo: c’è semplicemente un uomo inquadrato per tutto il tempo, spesso lontano dall’azione mentre cammina stancamente, il tutto condensato nell’attesa spasmodica che si compia la magia.

Di Cruijff, Rudolf Nureyev sosteneva che avrebbe dovuto fare il ballerino. Si legge in Brilliant Orange di David Winner: “Era intrigato dai suoi movimenti, dal suo virtuosismo, dal modo in cui riusciva a cambiare immediatamente direzione lasciandosi tutti alle spalle, e a fare tutto ciò mantenendo un controllo, un equilibrio e una grazia perfetti”. Se Nureyev avesse visto Zidane, avrebbe utilizzato le stesse parole: sarebbe rimasto estasiato di come, nel calcio anni Novanta che cominciava ad anticipare le tendenze ipercinetiche di quello moderno, Zidane preservava in campo l’eleganza e l’armonia nelle sue forme più pure.

Poi c’è questo: Zidane ha 50 anni ma le sue fortune calcistiche sarebbero fiorite in qualsiasi epoca. Zidane giocava a un livello, e soprattutto a un tempo, che era solo e soltanto suo: quando toccava palla, era come se avesse il potere di rallentare di colpo tutto quello che c’era attorno a lui. Non avrebbe mai potuto avventurarsi in sgroppate alla Ronaldo, in cavalcate furibonde alla Kaká o in dribbling claustrofobici alla Mbappé. Zidane decideva il corso temporale della partita, quando aveva il pallone tra i piedi: anche nel calcio ipertrofico di oggi, sarebbe riuscito a orientare giocate e manovre a proprio piacimento.

Zidane è anche l’ultimo dei trequartisti: altri sono venuti dopo di lui, nessuno però negli anni successivi avrebbe abbinato l’idea di giocare lì in mezzo con la maglia numero dieci sulle spalle, come prima e insieme a lui avevano fatto i vari Maradona, Platini, Baggio, Totti. Il gioco avrebbe assunto forme nuove e avrebbe inglobato quel ruolo sotto nuove interpretazioni, per posizione in campo e attribuzioni, come è toccato allo stesso Messi. Il calcio di Zidane senza tempo ha dunque rappresentato una cesura temporale: c’è il gioco prima e con lui, e c’è il gioco dopo di lui. Altri campioni, probabilmente, sono stati più continui e vincenti del francese, ma il suo modo di stare in campo ha rappresentato un paradigma inavvicinabile e negli anni diventato anti-storico. E quindi unico.

Zidane è stato anche l’ultimo calciatore slegato dal suo tempo e questo è visibile anche nel suo racconto tangenziale al campo: personaggio schivo, di poche parole, ricco di contrasti. Ha giocato solo e soltanto in Europa, non si è mai misurato con un continente diverso quando già ne avrebbe avuto l’opportunità, non ha mai avuto esigenze da “brand”, che tanti suoi colleghi all’epoca cavalcavano. Ha smesso a 34 anni, ancora all’apice. Spesso la bellezza è andata di pari passo con i lati oscuri del suo carattere: è stato espulso 13 volte in carriera, compresa ovviamente l’ultima partita ufficiale della sua vita. La lotta interiore ha sublimato ulteriormente lo splendore esteriore.

Di Zidane, infine, non si misura la grandezza in numeri, gol, assist, nemmeno in Mondiali vinti, lui che comunque ne ha conquistato uno da protagonista e ne ha sfiorato un altro da dominatore assoluto, il suo lascito più luminoso e struggente. La grandezza di Zidane è qualcosa di intangibile, che nemmeno le singole giocate bastano, da sole, a spiegarle. Non si spiega la magia e nemmeno l’arte. Non si spiega Zidane e non avrebbe senso farlo. Il suo mito si è alimentato sulla base del fatto che era ed è tuttora impossibile imitarlo. Zidane ha 50 anni ma poco importa, perché un altro come lui non ci sarà mai più.

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