La difesa a tre non è più sinonimo di calcio difensivo

I cultori del gioco d'attacco l'hanno sempre visto come un sistema speculativo. Il lavoro di Gasperini, Conte, Inzaghi e altri allenatori ha cambiato la prospettiva.
di Alfonso Fasano 15 Maggio 2024 alle 09:48

Antonio Conte ha la fama – una fama meritata, in verità – di allenatore rigido, dogmatico, finanche stagnante nella sua proposta di gioco: la difesa a tre è la base irrinunciabile del suo calcio, e lo è da moltissimo tempo. Per la precisione dal 29 novembre 2011, il giorno in cui la sua Juventus si schierò a specchio contro il Napoli di Mazzarri. Allora il passaggio da un 4-4-2 sbilanciatissimo in avanti – così sbilanciato che i giornalisti, gli analisti e anche lo stesso Conte arrivavano a definirlo 4-2-4  – al 3-5-2 venne vissuto come un’offesa dai cultori del gioco d’attacco, o comunque come una regressione in chiave puramente difensiva. E invece fu proprio Antonio Conte, diversi anni dopo, a spiegare come quella metamorfosi avesse un’anima offensiva: «Col 4-2-4 attaccavo con quattro giocatori e gli altri si preoccupavano di difendere. Col 3-5-2, invece, attacco con cinque e a volte anche con sei giocatori».

L’Inter e l’Atalanta di quest’anno, le due squadre più spettacolari del campionato di Serie A insieme al Bologna, sono due indizi che bastano a fare una prova: Antonio Conte aveva ragione, Antonio Conte ha ragione. E se siete puntigliosi, se volete anche il terzo indizio, non c’è bisogno di fare grossi sforzi di scouting o di fantasia: pur nell’ambito di un sistema tattico estremamente fluido, il meraviglioso Bayer Leverkusen di Xabi Alonso affronta le sue partite con tre centrali puri nell’undici di partenza. Certo, tante altre squadre di primo livello giocano ancora con la cara vecchia linea a quattro, due laterali più due centrali. Eppure l’idea di costruire l’azione con tre difensori schierati in linea ha contagiato di recente anche Ancelotti e Guardiola, giusto per citare due allenatori che nessuno potrebbe associare a concetti di gioco esclusivamente difensivi.

Ora è chiaro che inserire tre difensori centrali nella formazione iniziale può essere una scelta speculativa o di semplice accortezza. Per dire: alcuni allenatori lo fanno per evitare di trovarsi due contro due – o anche due contro tre – in fase di transizione negativa. Il punto, però, è che l’evoluzione tattica del calcio ha trasformato i giocatori, li ha resi più universali, abili in tutte le situazioni a prescindere dai ruoli che ricoprono. Ruoli che, a loro volta, sono sempre più teorici, sfumati, ibridati tra loro. E così oggi le difese a tre sono composte da elementi che le rendono più funzionali per applicare determinati principi tattici, più manipolabili sul terreno di gioco. Fino al punto che alcune squadre, con questo tipo di sistema, risultano addirittura più offensive, più spettacolari, rispetto a quelle che si mettono a quattro.

Il legame tra difesa a tre e determinati principi tattici, per esempio, è alla base delle scelte di Gasperini. È stato lui, diversi anni fa, a spiegare com’è nata la sua fascinazione per quel tipo di sistema e la convergenza con le sue idee di gioco: «A metà degli anni Novanta allenavo le giovanili della Juve. Usavo il 4-3-3 ma in Italia il 90% degli allenatori preferiva il 4-4-2, era tutto uno scimmiottare Sacchi. In Europa, invece, l’Ajax era fantastico: giocava col 3-4-3 e i calciatori ballavano in campo. Dopo averli visti, mi sono stufato e mi sono messo anche io a tre dietro. I due attaccanti avversari non vedevano palla, avevamo il possesso del gioco. Ed è per questo che ancora oggi gioco a tre: è questione di avvio dell’azione, perché io voglio i difensori larghi. Quando difendo, invece, la mia idea è quella di accorciare, aggredire, correre in avanti. Non è una questione di numero di centrali: posso difendere a tre, a quattro, anche in nove, ma le cose che contano sono l’anticipo e il contrasto».

Proprio come Conte, quindi, l’allenatore dell’Atalanta sceglie di schierare tre difensori centrali per poter gestire il pallone, quindi attaccare, con più uomini. Nel caso specifico, inizialmente – l’intervista di cui avete letto un estratto fu rilasciata alla Gazzetta ai tempi in cui allenava il Genoa – l’idea era quella di avere superiorità numerica nella prima impostazione. Col passare delle stagioni, le cose sono progredite in modo straordinario, nel senso che oggi i centrali di Gasperini non sono solo i primi costruttori dal basso: si sovrappongono continuamente seguendo direttrici interne ed esterne, spesso appoggiano l’azione fin dentro l’area di rigore avversaria, arrivano a rifinirla e persino a concluderla. Insomma, sono gli architetti, gli ispiratori e a volte i finalizzatori di una fase d’attacco che non offre punti di riferimento. Certo, magari l’evoluzione degli esterni a tutta fascia e dei trequartisti valorizzati da Gasperini ha avuto e ha ancora un impatto mediatico maggiore, così come il sistema di marcature uomo su uomo a tutto campo che coinvolge tutti i giocatori di movimento, ma il lavoro fatto negli anni su – e con – Tolói, Palomino, Mancini, Djimsiti, Romero, Scalvini, Demiral, Kolasinac è davvero enorme. E ha completamente riscritto l’idea che avevamo della difesa a tre, nel senso che oggi quel sistema di gioco non richiama più un blocco basso di cinque uomini – considerando anche i laterali, ovviamente – a protezione dell’area di rigore, piuttosto un organismo tattico in perenne movimento, capace di essere aggressivo, intenso, ma anche di creare manovre ad alto coefficiente di difficoltà. E di bellezza.

Guardate dov’è e come si muove Tolói mentre l’Atalanta costruisce la sua azione

Il caso dell’Inter di Simone Inzaghi è persino più emblematico, se possibile. I tre centrali nerazzurri, infatti, sono ancora più mobili rispetto a quelli dell’Atalanta: tengono realmente la linea solo in fase passiva, ricomponendola in transizione negativa insieme agli esterni a tutta fascia, ma quando l’Inter ha il pallone si muovono in tante direzioni tutte diverse. Non è raro, anzi succede molto spesso, che Bastoni e/o Pavard si aprano in ampiezza e Cahlanoglu retroceda accanto ad Acerbi, e così l’Inter imposta da dietro con una vera e propria difesa a quattro; in alternativa, sempre per creare una linea a quattro, l’intero reparto scivola tutto da una parte e l’esterno sul lato opposto – Darmian o Dimarco – retrocede di qualche metro, in modo da attirare il pressing avversario e di mantenere comunque sei giocatori di movimento dietro la prima linea di pressione.

Sono tutti meccanismi che Inzaghi ha messo a punto per creare delle variazioni al classico rombo di costruzione con i tre centrali e il pivote davanti alla difesa – una soluzione che resta ancora nella memoria muscolare dei suoi giocatori, anche perché a suo tempo aveva fatto la fortuna di Conte. E non è tutto: la malleabilità e la duttilità della difesa a tre dei nerazzurri è arrivata al punto tale che uno dei gol più pesanti per lo scudetto 23/24, quello segnato da Bisseck a Bologna, sia arrivato su azione manovrata e dopo un cross di Bastoni. Da centrale di difesa a centrale di difesa, al termine di un’azione avvolgente costruita proprio grazie alla deformazione della linea, da tre a quattro uomini, in fase di possesso. E con altri quattro giocatori a spartirsi gli spazi da attaccare in area di rigore:

I gol da quinto a quinto di centrocampo, solo qualche anno fa, sembravano una vera e propria rivoluzione. Ora siamo arrivati ai gol da terzo a terzo. Di difesa

Anche in questo caso, e basta rivedere il video per rendersene conto, la presenza di tre difensori centrali non ha diminuito il peso offensivo dell’Inter. Anzi, in qualche modo ha contribuito ad aumentarlo: ha assicurato maggiore fluidità posizionale, ma allo stesso tempo ha garantito anche una perfetta copertura del campo e dell’area di rigore avversaria. Esattamente ciò che intendeva Conte quando parlava di cinque o sei uomini coinvolti nella manovra d’attacco. Solo che però Inzaghi ha trovato un modo – molti più modi, in verità – per raggiungere lo stesso obiettivo in modo diverso rispetto al suo predecessore sulla panchina dell’Inter.

L’approdo finale di tutta questa analisi, a pensarci bene, è proprio questo: l’Inter, l’Atalanta e anche il Bayer Leverkusen di quest’anno hanno vinto moltissime partite perché sono delle squadre molto forti, naturalmente, ma anche perché gli avversari non hanno trovato il modo per fermarle. O magari l’hanno fatto, ma poi Inzaghi, Gasperini e Xabi Alonso hanno pensato e attuato delle variabili tattiche a cui quegli stessi avversari non erano preparati. Ecco, questo trasformismo è certamente legato alla presenza di tre centrali in grado di interpretare il gioco in modo multiforme. Di pensare, muoversi e trattare il pallone in modo diversificato. Poi è ovvio che difensori del genere possono essere dispoti in modo diverso, che un allenatore può lavorare in modo creativo partendo anche da una linea a quattro. Ma quel tipo di sistema è più difficile da manipolare, soprattutto se gli slot sugli esterni vengono occupati da due terzini puri, non prestanti eppure tecnici e veloci come i centrali contemporanei. Ecco, la differenza sta qui: è grazie alla nascita e l’affermazione di questi nuovi profili – tecnici e antropometrici – che gli allenatori sono riusciti a cambiare la difesa a tre. L’hanno elevata, l’hanno resa efficace, modernissima, calcisticamente sexy. L’hanno resa offensiva. Nel senso di attacco, però, altro che offesa.

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