Ryan Norys, chief revenue officer del Tottenham, sarebbe dovuto intervenire davanti all’élite del business americano il mese scorso ad Austin, in Texas, per il South by Southwest. Tuttavia, la lazione di business in salsa english football, è stato cancellato all’ultimo minuto. Il motivo? A quasi 8.000 chilometri di distanza, gli Spurs erano appena stati travolti 5-2 dall’Atlético Madrid, uscendo di fatto dalla redditizia Champions League. Ed erano sull’orlo della zona retrocessione in Premier League.
Le cose non sono cambiate, anzi se possibile sono peggiorate: la squadra di De Zerbi si trova attualmente al terzultimo posto, ha due punti di svantaggio dal West Ham quartultimo e quindi rischia seriamente la caduta in Championship. Se le cose non migliorassero, si tratterebbe di un vero e proprio shock sismico per il calcio globale. E per i mercati. Sì, perché parliamo di una squadra che nelle ultime stagioni si è affermata come una delle realtà più solide del business calcistico: i ricavi sono triplicati fino a superare i 650 milioni di euro, grazie ai risultati sul campo e a uno stadio da un miliardo che ospita concerti di Beyoncé, partite di football americano e persino gare di go-kart. In virtù di questa condizione, una retrocessione in Champions sarebbe un colpo durissimo alla credibilità del sistema calcio come settore di investimenti redditizi. E causerebbe un danno complessivo, guardando ai valori del brand, di 1,73 miliardi di euro.
«È come se un appaltatore statale perdesse un grande progetto infrastrutturale», ha spiegato al Times l’analista François Godard. Secondo Ampere Sports, i ricavi potrebbero crollare di circa 311 milioni di euro, mentre la valutazione del club — che è arrivata a sfiorare i 4 miliardi — subirebbe un drastico ridimensionamento. Le difficoltà non nascono dal nulla. Una parte della tifoseria accusa la dirigenza di aver privilegiato sviluppo immobiliare e branding globale a scapito dei risultati sportivi. Critiche riguardano anche l’elevato turnover degli allenatori e i prezzi dei biglietti tra i più alti del campionato.
Per anni, le figure chiave sono state il miliardario Joe Lewis e il suo storico collaboratore Daniel Levy. Sotto la loro gestione, il Tottenham è stato a lungo considerato uno dei club meglio amministrati d’Europa, culminando nel 2019 con l’inaugurazione del nuovo stadio e la finale di Champions League raggiunta sotto la guida di Mauricio Pochettino, con in campo stelle come Harry Kane e Son Heung-min. Da quel momento, però, è iniziata la discesa. Pochettino è stato esonerato pochi mesi dopo, aprendo una fase di instabilità tecnica e decisioni di mercato poco efficaci. Neanche il successo in Europa League di un anno fa, che ha rimpinguato la bacheca del club dopo quasi vent’anni d’astinenza, è riuscito a invertire il trend.
La dirigenza ha ora riconosciuto gli errori: sono stati sospesi progetti immobiliari, promessi maggiori investimenti sugli stipendi e avviate nuove strategie per migliorare mercato, gestione degli infortuni e settore giovanile. Tuttavia, per molti tifosi, questi interventi arrivano troppo tardi. E non solo per i tifosi londinesi: un tonfo sportivo come la retrocessione degli Spurs metterebbe in discussione la percezione di stabilità dei grandi club europei, rendendoli meno attraenti per gli investitori. Un aspetto particolarmente sensibile per il mercato americano, dove il concetto di retrocessione è assente. «Gli investitori statunitensi odiano la retrocessione», ha sottolineato Godard. E il rischio che persino club consolidati possano precipitare potrebbe cambiare radicalmente il modo in cui il calcio europeo viene valutato sul piano finanziario.