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Dieci previsioni sulla nuova Nba

I giocatori che faranno parlare di sé, le squadre che avranno successo (e quelle che non ci riusciranno), più alcuni importanti scenari.

Di Claudio Pellecchia

Milos Teodosic farà dimenticare Chris Paul

«Non capisco metà di quello che dice quando parla, ma giocare con lui è incredibile. È uno dei migliori playmaker con cui abbia mai giocato». DeAndre Jordan ha intuito subito che Milos Teodosic sarà il suo nuovo migliore amico e che c’è vita oltre Chris Paul. L’attraversamento dell’Oceano a 30 anni del mago di Valjevo somiglia tanto a quei ritorni a casa rimandati troppo a lungo. Il resto lo faranno il naturale appartenere a un mondo che è sempre stato anche suo, il look da benzinaio della Interstate 80 che fa tanto Clipper Nation, l’essere uno dei pochissimi che ancora consulta lo scouting report degli avversari per capire dove e come sfruttare la sua pallacanestro di visione. Non è questione di “se” raggiungerà i dieci assist di media a sera ma di “quando” lo farà. A naso, non dovrebbe metterci molto.

Qualcuno ha detto Lob City?

Giannis Antetokounmpo disputerà una partita in cui ricopre tutti i ruoli del sistema

Primo e unico giocatore nella storia ad aver concluso la regular season tra i primi 20 classificati delle cinque principali categorie statistiche (22.9 punti, 8.7 rimbalzi, 5.4 assist, 1.9 stoppate e 1.6 recuperi, tirando con oltre il 50% dal campo), Giannis Antetokounmpo si candida a diventare l’epitome della superstar Nba del terzo millennio oltre il «il miglior giocatore che sia mai sceso su un campo da basket», per dirla alla Kevin Durant. E visto che non può vincere sempre lui il Most Improved Player Award, il 2017/18 sarà la stagione in cui il greco estremizzerà il suo essere l’all around player per eccellenza, disputando una o più partite in cui ricoprirà tutti e cinque i ruoli del sistema. Realizzando, ovviamente, una quintupla doppia.

Pane quotidiano

Joel Embiid disputerà più di 60 partite e trascinerà i Philadelphia 76ers ai playoff

Dopo tre stagioni passate a lottare con gli infortuni, il camerunense riuscirà finalmente a dare seguito all’hype che lo ha sempre circondato, riscrivendo le moderne caratteristiche del centro Nba (in grado di attaccare dal palleggio e con un range di tiro che sia comprensivo dei long two) e concretizzando quel Process per il quale Sam Hinkie «non è morto invano». Le oltre 60 partite disputate in regular season e i trentacinque minuti di impiego di media garantiranno a Embiid il primato nella classifica delle doppie doppie e ai Sixers l’ottavo posto a Est valevole per i playoff che mancano dal 2012.

Ritorno al futuro

Anthony tornerà “FIBA-Melo” (ma non basterà)

Libero dalle conseguenze delle scelte sbagliate e dal dover essere ad ogni costo il salvatore della patria New York, Carmelo Anthony tornerà a giocare “solo” a basket in un sistema, quello di OKC, che gli consente di non doversi sobbarcare tutto il peso dell’attacco per 40’ (con tutte le forzature del caso), lasciandolo libero di trovarsi da sé i cinque minuti in cui incidere con il suo spaventoso talento offensivo. Sulla scena riapparirà “FIBA Melo”, naturale prolungamento di “Hoodie Melo”, il giocatore in grado di indirizzare a piacimento ogni singola partita, attaccando senza sosta le malcapitate second unit avversarie, dividendosi ordinatamente il campo con George e aumentando il numero di assist mandati a referto da Westbrook. La chimica tra i nuovi big three diventerà la chiave di volta di una stagione che porterà i Thunder fino alle soglie della gloria, prima di arrestarsi al cospetto delle reali superpotenze dell’Ovest.

Si, è proprio Carmelo Anthony che gioca di squadra in una squadra

I Timberwolves mancheranno l’accesso ai playoff. Ancora

«Se ti fermi ad aspettare il potenziale in realtà stai solo aspettando la sconfitta. Non possiamo assolutamente puntare ancora a lungo sul potenziale». Coach Thibodeau probabilmente ha già visto e capito tutto: sulla carta i Minnesota Timberwolves hanno fatto tutto quel che era necessario per puntare ai playoff, alzando l’età media del roster e puntellandolo nei punti giusti (Brooks, Butler, Crawford su tutti); in pratica il rischio di restare risucchiati nel gruppone che punta alla conquista degli ultimi due posti utili nella Western Conference, per poi farsi beffare dai Grizzlies o Jazz di turno, è molto più forte dell’hype generato da una squadra che deve ancora mantenere il tanto che promette da tempo. Nonostante Karl-Anthony Towns.

Vlade Divac vincerà l’ “Executive of the Year”

A Sacramento, dopo anni passati a sfogliare senza successo il “Manuale del perfetto General Manager Nba”, Vlade Divac è riuscito finalmente ad assemblare un roster coerente e con ottimi margini di futuribilità, rendendosi conto che bastava applicare la ricetta buona per tutte le stagioni: giovani di talento da crescere all’ombra di veterani in grado di dare ancora qualcosa nel declinare della propria carriera. E quindi i vari Bogdanovic, Fox, Jackson, Gilles, Mason III, Labissiere, Hield e Cauley-Stein a studiare da George Hill, Vince Carter e Zach Randolph, con il proprietario Vivek Ranadivé che limita i suoi consueti e nefasti interventi in corso d’opera. I Kings sembrano finalmente pronti a dimenticare il tiro di Stojakovic e il limbo di sfaceli e indeterminatezze successivo, e a ricominciare davvero sulla strada di un nuovo corso: il flirt con il 50% di vittorie e una base solida su cui continuare a costruire nel tempo saranno i motivi che porteranno Divac a ritirare il premio di Executive of the Year alla serata di gala di fine stagione.

Piacere, De’Aaron Fox

Kyle Kuzma diventerà Rookie Of the Year   

Da carneade al primo giro del Draft (scelta numero 27) a nuova speranza per il futuro gialloviola, il passo è stato breve. Talmente breve da convincere coach Luke Walton a sovvertire le gerarchie di squadra e a ridisegnare i possessi offensivi dei suoi Lakers per dare più spazio e tiri a Kyle Kuzma. Il quale, dopo un’adolescenza passata a sentirsi dire di non essere bravo abbastanza e a lavorare duramente sui propri limiti, si ritrova nel ruolo di go to guy della squadra più famosa del mondo: chiuderà la regular season a oltre 16 punti di media con il 40% dal campo, trascinando i Lakers ai limiti della zona playoff e risultando a sorpresa il Rookie of the Year davanti a Dennis Smith Jr. e Jayson Tatum, relegando a un ruolo marginale il compagno di squadra Lonzo Ball. Che, intanto, ha deciso di liberarsi dell’ombra ingombrante del padre LaVar, reo di aver polemizzato con le scelte di Walton in un’improvvisata conferenza stampa poco prima dell’All Star weekend.

Sorry Lonzo

Kawhi Leonard verrà eletto Mvp

Stephen Curry e Kevin Durant si ruberanno la scena a vicenda alla ricerca della stagione da 50-40-90 (50% dal campo, 40% da tre e 90% ai liberi); LeBron James andrà con le marce alte solo da aprile in poi; James Harden e Russell Westbrook non saranno in grado di replicare i numeri spaventosi della scorsa stagione; i Bucks non potranno garantire ad Antetokounmpo un rapporto vittorie/sconfitte adeguato al suo status. Come scrive Zach Lowe, ci sarà una sola superstar in grado di «essere l’unico e solo protagonista in una squadra da più di 55 vittorie»: quel giocatore sarà Kawhi Leonard, arma totale sui due lati del campo grazie a un gioco versatile e multidimensionale come pochi e migliore personificazione possibile del concetto di Most Valuable Player.

Le cinque migliori azioni di Leonard della scorsa stagione

I Boston Celtics andranno alle Finals (e perderanno)

I Celtics sono diventati una contender nel momento in cui Danny Ainge è riuscito a scambiare un playmaker rotto, dai tempi di recupero incerti e con pochi margini per ripetere i fasti dell’ultima stagione, con uno più giovane, motivato nella corsa a franchise player e all’apice della carriera. Tanto più che il sistema di Brad Stevens, rimodulato dall’arrivo di Gordon Hayward, sembra essere fatto apposta per esaltare i pregi e mascherare i difetti di Kyrie Irving, aumentandone l’efficacia nei movimenti off the ball, limitando i momenti in cui la palla stessa risulti ferma nelle sue mani e concedendogli un numero di tiri minore ma a più alta percentuale, magari giocando in pick and roll con Al Horford. Il redde rationem in finale di Conference con i Cavs è scontato, meno del cambio della guardia ad Est che dovrebbe comunque essere la naturale conseguenza dello scontro tra un gruppo logoro e a fine corsa (per quanto innervato da Crowder e dalla ritrovata vena competitiva di Rose e Wade) e il nuovo che avanza, desideroso di tornare sul palcoscenico più importante: quello delle Finals, comunque dominate dai Golden State Warriors. Perché, come ha scritto Jonathan Tjarks su The Ringer, «Davide aveva bisogno di un miracolo per battere Golia, visto che tutto ciò che aveva era una fionda. Questa volta Golia è Stephen Curry. E Stephen Curry ha un cannone».

Un antipasto di Irving in biancoverde

The Decision 2.0

Il mancato approdo alle Finals per l’ottavo anno consecutivo sarà il colpo di grazia alle speranze di permanenza di LeBron James a Cleveland. Del resto i conti con il destino e la città sono già stati abbondantemente saldati nel 2016 e lui avrebbe bisogno di almeno un altro titolo per proseguire nella faustiana rincorsa «al fantasma che ha giocato a Chicago». Ce n’è abbastanza per prendere bagagli (e naturalmente Dwyane Wade) e “portare il suo talento altrove”. Dove, non lo sa nessuno, e non lo saprà nemmeno lui fino al termine di un’estate passata a sfogliare livorosamente la margherita: come ribadisce Lowe, «LeBron è talmente dominante da andare ovunque voglia e chiedere ed ottenere che vengano firmati il giocatore X e il giocatore Y».