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La lingua inventata del calciomercato

Blitz, piste calde, accelerazioni e brusche frenate: perché le trattative hanno una lingua tutta loro?

Di Claudio Pellecchia

Nel tracciare le linee guida che alimentano, praticamente senza sosta, la letteratura del calciomercato contemporaneo, Davide Coppo scriveva su Undici che «il calciomercato affascina così tanti perché è assenza di calcio, è assenza di realtà. È onirico e, in un certo qual modo, è più sicuro», evidenziando il paradosso costituito dalla necessità di creare e aggiornare un’ulteriore narrativa per raccontare l’aspetto marginale di uno sport che ne avrebbe già una. Un concetto che, qualche tempo dopo, ha ribadito anche Alessandro Oliva su Linkiesta: «Il calciomercato si è arricchito sempre più di frasi fatte e giri di parole arditi che servono a farci intravedere un mondo altro, fantastico, che non è più solo argomento di conversazione al mare ma che ci fa proprio volare stando comodamente seduti sulla sdraio al Bagno Gigi». Si tratta di qualcosa che va oltre la banale dicotomia tra notizie vere e false (in questo articolo dello scorso luglio il New York Times definiva il calciomercato come una delle principali fonti di fake news del mondo) o il geniale esperimento sociale che ha avuto come protagonista Masal Bugduv, calciatore immaginario finito nella lista dei 50 giocatori più promettenti del Times: di fatto, se Gianni Brera ha avuto il merito di rivoluzionare il racconto sportivo attraverso l’innovazione della sua terminologia, ai moderni insider di mercato va riconosciuta l’altrettanto notevole capacità di rimodulare un linguaggio non necessariamente settoriale per adattarlo ad un contesto assolutamente unico nel suo genere. In tal senso, lo psicologo dello sport Fabio Ciuffini ha sottolineato come «la parola d’ordine di chi parla di scambi, acquisti e prestiti è l’attrattività»: in assenza di qualsiasi legame fattuale e/o tangibile con l’oggetto della discussione, l’utilizzo metaforico di parole semplici, chiare e di facile impatto può aiutare il pubblico di riferimento a sentirsi maggiormente coinvolto in un evento solo all’apparenza banale, come può esserlo la compravendita di calciatori.

Quando si parla della terminologia del calciomercato non si può non tenere conto dell’impianto narrativo che la stessa deve sostenere. Si tratta di uno schema semplice che, grazie alla sua ripetitività, può svilupparsi in una serie infinita di storyline secondarie, non necessariamente collegate al filone principale, buone per occupare i quasi quattro mesi (la metà di una normale stagione calcistica) di trattative: c’è il giocatore X in procinto di passare alla squadra Y, salvo dover constatare l’improvviso inserimento della squadra Z e di tutta una serie di fattori esterni più o meno credibili che impediscono una felice e rapida conclusione della trattativa. Una sorta di grande romanzo collettivo in cui i social giocano un ruolo fondamentale, ben più importante della semplice cassa di risonanza: se nel 2017 è stato calcolato che il 21% degli utenti di Instagram segue almeno un profilo legato al mondo del calcio, appare evidente come soprattutto le testate online abbiano buon gioco nel rilanciare in loop notizie costruite praticamente dal nulla, basandosi  anche sul dettaglio più insignificante.

Ha scritto, ancora, Oliva: «Ci si spinge di più, sino a limiti che voi umani non potete immaginare: l’ultimo è quello dei like su Instagram. “Il giocatore ha messo un cuoricino al profilo IG del Manchester United: un segnale?” è il trend che si sta imponendo negli ultimi mesi. E spunta almeno una volta al giorno una notizia del genere, utile a tenere viva la nostra voglia di calciomercato anche quando la sessione non è aperta, perché uno sui social ci va sempre. Ed è anche questa un’operazione chirurgica». E più i termini usati sono in grado di metaforizzare la situazione, creando narrative coinvolgenti, più la macchina del calciomercato si dimostra in grado di autoalimentarsi senza la necessità di sostanziali elementi di novità: il linguaggio, stereotipato e adattato allo stesso tempo, diventa, quindi, il mezzo per districarsi in quel che è a tutti gli effetti un mondo a parte in cui non si può fare a meno di entrare, anche solo per dare un’occhiata.

Il meccanismo si delinea chiaramente fin dall’inizio, quando comincia a circolare l’indiscrezione (da preferire alla suggestione, non fosse altro perché, secondo Coppo, «la parola “suggestione” solitamente accompagna le notizie di calciomercato più strambe e instabili. Quando leggo titoli come “Inter, suggestione Iniesta”, insomma, mi sembra che la suggestione sia esclusivamente quella di chi scrive»), che sottintende qualcosa di nascosto, di segreto, che nessuno avrebbe dovuto sapere e che invece qualcuno ha saputo e, quindi, fortemente accattivante per chi legge, specie se c’è l’esclusiva di prammatica ad accompagnarla. Tocca poi ai sondaggi, agli abboccamenti, ai primi sì, all’ottimismo che filtra dall’entourage (termine che indica la varia umanità gravitante intorno a un calciatore di successo, dall’agente alla fidanzata, dagli amici d’infanzia ai parenti di ogni ordine e grado, passando per intermediari e agenti Fifa), alla casa in zona residenziale già acquistata: insomma, tutto ciò che lasci presagire la concretizzazione, di lì a poco, del botto o del colpo o di qualsiasi altro sostantivo cui poter affiancare gli aggettivi clamoroso, sensazionale, incredibile, in un’iperbole apparentemente senza soluzione di continuità. Almeno fino al momento del colpo di scena in negativo, ovvero la brusca frenata (da usare in contrapposizione con l’improvvisa accelerata iniziale) causata quasi sempre dal nodo ingaggio (chiaro il riferimento all’episodio del nodo gordiano, con il presidente di una società, novello Alessandro Magno, chiamato ad allargare i cordoni della borsa, magari grazie a un tesoretto messo sapientemente da parte) e anticamera della fase centrale della trattativa.

Quella caratterizzata, dal punto di vista semantico, dall’utilizzo di termini che sarebbero tipici della Guerra Fredda e che, invece, servono per catapultare il lettore all’interno di un intricato e avvincente gioco di strategia in cui a una segretezza molto presunta si accompagna la dovizia dei particolari della clamorosa fuga di notizie: ecco, quindi, che si susseguono i summit, i blitz, gli intrighi, i retroscena, gli intrecci (ovvero quei complessi giri di calciatori tra più squadre che non si verificano quasi mai), gli indizi, le conferme e le smentite, in un gigantesco puzzle in cui i pezzi da incastrare, invece di diminuire,  aumentano con il passare dei giorni, rendendo la composizione sempre più difficile. È un gioco di parti distanti (che poi, inevitabilmente, si riavvicinano attraverso prove di disgelo) in cui la dimensione spazio-temporale assume una connotazione relativa, quasi anticlimatica: piste calde che si raffreddano e viceversa, trattative che si infiammano e si congelano oppure decollano e naufragano, in una dilatazione e successione di eventi da serie tv che spinga lo spettatore/lettore a non perdersi neanche una puntata fino al season finale. Fino, cioè, alla fumata bianca (di nuovo il paradosso dell’utilizzo di un termine che richiama alla segretezza in un contesto in cui tutti sembrano sapere tutto prima), all’accordo raggiunto, agli ultimi dettagli che mancano, al giorno delle firme: ribaltando il tutto in caso di fumata nera e con i dirigenti che, dopo aver lavorato su più tavoli ed essere rimasti spiazzati, rivelano, spiegano, svelano e anticipano ciò che qualcun altro ha già provveduto a rivelare, spiegare, svelare e anticipare prima di loro, nella ridondanza tipica del principio per cui vale tutto e il suo contrario e con il confine tra verità e finzione che si assottiglia ben oltre quello che la normale capacità di lucida analisi dei fatti lascerebbe presupporre.

In un recente articolo comparso sul Guardian, Sam Griswold analizza il rapporto che lega il lessico utilizzato alla narrativa comunemente attribuita al calcio italiano, anticipando la chiave di lettura che rende il ragionamento compatibile anche con il calciomercato e le sue tipiche forme espressive: in ambo i casi questa letteratura (e relativo linguaggio) esiste in quanto comunemente accettata dai destinatari della stessa, ben consapevoli di essere parte integrante di un ecosistema che non potrebbe esistere senza di loro. Quando un tifoso legge che la sua squadra ha piazzato il colpo è perché quei termini non sono altro che il modo, semplice e immediato, in cui lui immagina il dirigente intento a chiudere una trattativa: una semantica che, di fatto, si autocrea e autoalimenta praticamente all’infinito nonostante la sua ciclica ripetitività lascerebbe pensare il contrario. Del resto Alessandro Bonan, conduttore di Calciomercato – L’Originale in onda su Sky, ha fotografato perfettamente la situazione in quest’intervista: «Il calciomercato appassiona così tanto perché ai tifosi piace immaginare che la loro squadra vada a scovare lo sconosciuto che si rivelerà un campione. E, poi, c’è quel sentimento legato all’attesa, come aveva notato Aldo Grasso, che è stato descritto da Leopardi ne Il sabato del villaggio in maniera magistrale». Non si tratta, quindi, solo di vendere sogni, ma di raccontarli anche nel modo giusto e con un linguaggio appropriato. Prima di svegliarsi, ovviamente.

 

Immagini Getty Images