Non il solito tifoso

Francesco Mandelli è stato un’icona ai tempi di Mtv, ha suonato con diverse band, condotto programmi, fatto cinema. E in tutti questi anni è rimasto tifoso e appassionato, di calcio e Formula Uno.

di Oscar Cini

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Milano è assolata. C’è un caldo mite e la luce del sole riflette nelle vetrine del Bar Basso. Francesco è una maschera, ha un viso che sa di cinema, di storie. È nato in provincia di Lecco nel 1979, e nonostante il successo, il cinema e la televisione, quell’appartenenza traspira ancora forte mentre parla, così come risuonava forte nei primi anni di Mtv. Da quel momento in poi la sua carriera è un’ascesa coerente, senza strappi o follie. Da Tokusho, il programma che co-conduce con il vj Andrea Pezzi, passa al cinema, in cui negli anni lavora con Giovanni Veronesi e Neri Parenti. Sceglie di prestare la sua comicità a film per il grande pubblico, senza snobismo. In parallelo con il cinema, Francesco coltiva, da sempre, l’amore per la musica. Prima con gli Orange, band di cui è stato voce e chitarra, e poi con Hot Gossip e Shazami. Il successo di massa arriva, repentino e importante, con I soliti idioti. Il duo comico, in cui Mandelli divide la scena con Fabrizio Biggio, è quanto di più dissacrante abbia potuto offrire l’Italia in fatto di nuova commedia, negli anni recenti. Riprendendo lo stile delle figure di finzione più popolari, e mixandole con le nuove tendenze, I soliti idioti arrivano nel 2011 sul grande schermo con un film che scatena reazioni manichee. Nel 2015 esce il terzo film del duo, La solita commedia – Inferno, Mandelli partecipa a San Remo ed è ormai un segnale luminoso sulla mappa dello spettacolo italiano. In tutto questo, cosa c’entra lo sport? C’entra per l’ossessione con cui Mandelli vive la Formula 1: i motori sono una passione mutuata dal padre, così come dal padre, ma stavolta per contrasto, ha imparato ad amare il calcio. A tinte rossonere.

Ⓤ Tu sei un po’ un milanese acquisito, parti da Osnago. Come diventi tifoso del Milan?

Ci sono due motivi, molto futili. In primis per contrasto: mio padre è interista. Ma non per problemi con padre, figurati, è la persona a cui voglio più bene al mondo. Però, fondamentalmente, lui era interista e quindi uno per affermare la propria personalità dice “io faccio il contrario”. E poi la bambina che mi piaceva alle elementari era milanista, dovevo cercare un contatto. Tra l’altro, il Milan in quegli anni, dall’87 in avanti, è stata la roba più figa in assoluto.

Ⓤ Hai avuto un giocatore preferito?

Gullit. Era qualcosa di mai visto, un alieno arrivato nel campionato italiano. Non potevi non tifare Gullit. Ma anche se eri di Bitonto. Era un ballerino con i missili: si muoveva sulle punte però aveva potenza, era tutto quello che speravi di vedere in un calciatore. Esteticamente era unico: dalle treccine a tutto il resto. Non era uguale agli altri. Poi era mega simpatico perché suonava la testa di Lombardo nella sigla di Mai dire Gol. Io ho avuto la fortuna di incontrarlo l’anno scorso e lui è andato a salutare Gene Gnocchi, perché diceva “Mai dire Gol è stata la mia trasmissione preferita per tutti gli anni che sono stato in Italia”. Come faceva a non essere un idolo?

Ⓤ Ma non è l’unico milanista a cui sei affezionato.

Sono rimasto milanista a lungo e mi sono tolto grandi soddisfazioni fino al 2007. Molti sono andati per generazioni, c’erano dei cast fantastici. Nei primi Milan c’era Colombo sulla fascia. Un po’ il John C. Reilly del calcio: un non protagonista da Oscar. Gullit però mi rimane nel cuore per l’intelligenza. Trovo che sia senza confronto paragonarlo a Messi. Stiamo parlando di storie di sport o di numeri? Scusate a me dei numeri non me ne frega granché. Poi ovvio, è un grande calciatore. Prendi Cristiano Ronaldo. Perché dovrei avere il suo poster in camera? Lo vedo come il primo ballerino della Scala che eclissa tutti gli altri. Mentre Gullit non era quella roba lì. Lo stesso Kaká non era così. Secondo me era molto più forte di Cr7. Un altro tipo di genio e di personaggio. Berlusconianissimo. Era il poster di un momento politico del Milan.

Ⓤ Ecco: per quanto riguarda il Milan politico e l’era Berlusconi, come hai vissuto quel periodo?

Devo dire che non me n’è mai fregato niente. Ho sempre separato “famiglia e lavoro”. Quando mi dicevano “ma il tuo presidente è Berlusconi”, io rispondevo: “E quindi?, Stiamo parlando di calcio o di politica?”. Ho sempre diviso il Berlusconi Presidente con la maiuscola (quello del Milan, ndr.) rispetto a quello con la minuscola. Poi è chiaro che lui l’ha usata quella roba lì, però da tifoso mi sono tolto grandi soddisfazioni.

Ⓤ Ti consideri un grande tifoso in un senso più ampio e generale?

Lo sport è una delle cose che mi fa piangere, mi fa gioire. Cioè, io quando guardo le Olimpiadi e riprendono la medaglia con gli atleti sul podio… Io piango. Perché penso alla vita che fanno, una vita dedicata completamente a questo. Gli sta passando davanti tutto il film. Non c’è cosa più epica di una medaglia o di una coppa.

Ⓤ Credi che negli anni il tuo rapporto con il tifo, con il sentirti milanista, sia cambiato?

Beh, è cambiato il calcio anche, no? Mi sono anche un po’ disinnamorato perché, come dire, prima c’era un attaccamento dei giocatori alla maglia che era diverso. Avevi qualcosa in cui credere, oggi perché dovrei credere in persone che sono parcheggiate lì? Faccio un nome, ma veramente a caso: perché dovrei avere la maglia di Kucka? Non capisco nemmeno perché sia arrivato al Milan. È un acquisto fatto senza  progettualità. Mi sembra che tutti siano un po’ di passaggio e questa cosa ha affievolito il mio legame.

Ⓤ Sa un po’ di nostalgia.

No. Non voglio fare quello che è contro il calcio moderno. Anzi, se pensi al Milan di Berlusconi è proprio “IL calcio moderno”. Arrivo e spendo dove e come gli altri non possono. C’è questo aneddoto molto divertente di Galliani che si lamenta con Raiola dell’arrivo degli arabi nel calcio. Raiola gli risponde: “Ma se tu hai fatto l’arabo per vent’anni”. Chiaro che alcune dinamiche, da un certo punto di vista, tendono a uccidere il calcio, però sono grandi storie sono da raccontare. Ad esempio, il primo che fa un film su Raiola ha vinto.

Ⓤ Sarebbe un villain perfetto.

Mi piacerebbe tantissimo aprire il coperchio della pentola di Raiola e vedere veramente che storia c’è dietro. Poi è chiaro che lui fa il suo gioco è c’è anche qualcuno che gli ha permesso di farlo. Però la sua storia mi appassiona, in qualche modo mi esalta. Poi ha un alone di segreto intorno, non rilascia molte interviste. Anzi. Sembra un po’ un Daft Punk del calcio. Ad avere dei soldi da parte, sarebbe da comprarne i diritti e chiamare Christopher Nolan per una cosa in stile The Dark Knight.

Ⓤ Nel mondo in cui lavori secondo te il calcio è visto con un po’ di diffidenza? Magari con una dignità minore.

Sicuramente. Se parli del mondo del cinema qualsiasi cosa ha una dignità minore rispetto a loro, capisci? Anche Caravaggio era un po’ “mmmh, carino”.

Ⓤ E rispetto a come lo sport è percepito in Italia?

Ma a me dà fastidio non ci sia più la cultura. Da una parte il calcio si è mangiato il resto, siamo un po’ calcio-centrici. Però in realtà credo lo sport sia importantissimo da quando sei bambino, perché ti insegna delle cose, ti dà un’educazione. E lo sport crea indotto. Negli altri Paesi questa cosa è stata portata a un altro livello.

Ⓤ Perché sembra sempre esserci qualcosa di più importante dello sport.

Esatto e questo è un modo di pensare da stronzi. Allora quali sono le alternative. L’Italia è un posto in cui in media, qualsiasi cosa fai, fai male. Pensa a Sanremo: è il classico posto in cui tu vai e qualsiasi cosa dici, sbagli. È un po’ la fotografia del Paese.

Ⓤ E a calcio Francesco ha mai giocato?

Sì, certo. Fino alla terza liceo ho giocato. Facevo l’ala sinistra, poi, sì, chiaramente ci sono stati anni migliori e altri peggiori. Però sono riuscito a fare anche qualche gol, perché magari entravo e non mi marcavano, così io riuscivo a fare mezz’ora di secondo tempo positiva. C’era una bella atmosfera, rilassata, giocavano tutti.

Ⓤ È stato formativo quindi? 

Beh, impari a stare in mezzo alla gente. Impari a interagire, a capire che non devi mai fare troppo il fenomeno. Capisci cosa significa stare in un gruppo, in cui non sei tu da solo.

Ⓤ Hai avuto anche una storia da tifoso vero, da stadio?

Si, quando ho cominciato a lavorare a Mtv nel ’98, ci sono stati due anni di ambientamento e poi ho trovato un gruppo di ragazzi, o milanisti o interisti, tutti amici, con cui andavamo allo stadio insieme. Questo è stato fantastico. Non facevo mai l’abbonamento per il campionato ma magari per le gare di Champions sì. Si finiva di lavorare, prendevamo il motorino, e andavamo in curva a tifare. Mi piace il tifo, capisco la cultura ultrà, anche se non apprezzo quando sfocia in violenza. Dove c’è una storia da raccontare e tramandare è già cultura. Poi, alta o bassa, fa poca differenza.

Ⓤ La disparità tra cultura alta e bassa la ritrovi anche nel tuo lavoro.
Chiaro. Per esempio se fai la commedia sei considerato di Serie B. Anche se poi ci si dimentica che molta della nostra cultura cinematografica l’abbiamo fatta con quella e non con i drammi.

Ⓤ Invece la passione della Formula 1 da dove arriva?

La malattia, vorrai dire.

Ⓤ Sì, la malattia.

Chiaramente il calcio ti prende perché tutti in classe da bambino ne parlano. Quando vai all’oratorio, per strada, si gioca a calcio. È qualcosa di così bello che non può non piacerti. Se non ti piace hai un problema. Invece la Formula 1 nasce perché mio padre è sempre stato un grande tifoso Ferrari, quindi mi ha indottrinato.

A casa mia mio padre diceva: “Guarda Francesco, la Formula Uno è un giochino degli inglesi dove ci sono questi italiani che gli rompono. E, soprattutto, la Ferrari è l’unica che ha fatto sempre tutti i Gp, e si costruisce i pezzi all’interno: passeranno i piloti e le scuderie, ma la Ferrari rimarrà per sempre”. C’era questa costruzione di una storia che rendeva il tutto affascinate.

Ⓤ Quando comincia, esattamente, questa malattia?

Mi ricordo che nel 1983 o ‘84 mio padre mi porta a vedere le prove libere a Monza, in parabolica. Era il periodo dei turbo. Quindi vedo Arnoux, e la visione di quella velocità mi sciocca. Cosa sto vedendo? Questi sono dei mostri. Io magari guardavo i cartoni animati dei robot, dove c’era dentro un uomo che li guidava, e la Formula Uno era la cosa più vicina possibile a Mazinga.

Ⓤ È stata una visione che ti ha segnato.

Profondamente. Prima sono andato in giro a guardare i Gp con mio padre, poi ho trovato degli amici con cui andavamo a vedere qualsiasi cosa girasse in pista. Era una stagione magnifica. Entravamo il giovedì notte, dopo un viaggio in Renault 5 caricata con trabattello da muratori per vedere meglio. Ci passavamo il weekend e trovavi personaggi incredibili. Magari alle 2 partiva la gara, e c’era gente sfinita a terra che non la vedeva nemmeno.

Ⓤ Quindi sei sempre stato un grandissimo tifoso Ferrari.

Assolutamente. Tifavo Ferrari e Alesi. Per me lui era il pilota blues. Quando Schumacher ha cominciato a vincere non ho guardato più un Gran Premio. Vedevi Alesi soffrire tutte le domeniche, a ogni gara sapevi che non vinceva. Ho pianto quando ha vinto in Canada, per la prima volta.

Ⓤ E oggi?

Oggi sono tornato grande tifoso, sempre Ferrari. Anche se Hamilton, effettivamente… L’unica cosa che non mi piace di lui è che non guida la Ferrari, per ora. Spero arrivi presto.

Ⓤ Però sei tornato a seguire la Formula Uno con passione.

Ora comincio con la conferenza stampa piloti, quella del team, le libere e i vari Q1,Q2 e Q3. Anche se sono legato al vecchio format. Era meglio quando le qualifiche duravano un’ora e magari per un caso, per la pioggia e un giro fortunato ti capitava la pole di Fisichella con un rottame.

Ⓤ Com’è oggi lavorarci all’interno? (Dal 2016 Mandelli partecipa a Race Anatomy, programma Sky di approfondimento nel post gara, ndr)

È fantastico. Posso andare lì e dire quello che mi pare, perché loro sono giornalisti, mentre io sono un tifoso. Quando parli di sport ad esempio devi avere sempre un nemico: io ho scelto Verstappen. Gli riconosco un talento incredibile, ma come personaggio secondo me è un po’ un bamboccio. A uno come Senna non avrei mai detto niente, perché sarebbe venuto da me e m’avrebbe fatto il discorso che ha fatto a Schumi dopo che l’aveva buttato fuori a Magny Cours nel 1992. Verstappen, invece, non è come suo padre; lui è Gianluca, purtroppo. Mentre suo padre è Ruggero De Ceglie. Non oso immaginare il team radio di Jos a suo figlio.

Ⓤ Invece, a livello di carriera, quanto ti senti soddisfatto? Sei passato da icona generazionale a personaggio consolidato.

Guarda, quando cominci questo lavoro vorresti essere messo sulla mappa. Non essere uno che “ah si, l’ho sentito, ma chi cavolo è?”. Però il successo non era il mio primo obiettivo, ho sempre voluto divertirmi e fare le cose che mi piacevano. Ho vissuto una stagione meravigliosa a Mtv, c’era grande leggerezza. L’exploit è arrivato con I soliti idioti. Ti conoscevano tutti, potevi stargli tremendamente sulle palle o magari ti amavano. Dopo il primo film, andato molto bene, sanno chi sei. Anche perché Concita De Gregorio scrive di te in prima pagina, su Repubblica, e ti massacra: mi ha fatto male, ma con il senno di poi dico “mamma che roba era successa”. Adesso la vivo in maniera molto più tranquilla. È nata mia figlia, quindi se devo scegliere tra 6 mesi fuori per girare  e stare a casa, scelgo l’economia affettiva.

Ⓤ E stai meglio.
Adesso, rispetto al lavoro, ho un approccio diverso. Uno poi è sempre insoddisfatto, pensa che avrebbe potuto fare di più. Poteva essere più bello. Magari più ricco o rispettato. Considerato. Ma non ha molto senso, uno deve essere felice delle cose che ha. Io mi sveglio la mattina e dico: “Non sono mai andato un giorno in ufficio!”. Sono cose come vedere la finale di Champions con gli amici e andare a festeggiare in motorino che hanno reso migliore la mia vita.

Ⓤ E come vivi, anche sportivamente, il fatto di avere una figlia?
Guarda, mi dispiace che sportivamente oggi le cose non vadano così bene perché non posso vivere con lei dei momenti. Non voglio diventi un’invasata, ma mi piacerebbe trasmetterle la passione per le storie calcistiche, di sport, che nella sofferenza o nella vittoria sono belle da vivere.

Ⓤ Magari per crescere insieme, anche da questo punto di vista.
Assolutamente sì. Quest’anno era ancora piccola per andare al Gran Premio, alle prove. Però già l’anno prossimo che avrà quasi 4 anni…Voglio farle vivere quello che ho vissuto io: prendere la macchina la mattina, fare i panini, tutta l’esperienza. Vedere le persone, entrare nel parco, guardare la gara, fare le foto.

 

Dal numero 19 di Undici
Fotografie di Piotr Niepsuj