Calcio

Manuale della Champions League 2016/2017

I temi della nuova Champions League: focus su Napoli e Juventus, il nuovo corso di Manchester City e Psg, storie e incroci affascinanti della fase a gironi.

MILAN, ITALY - MAY 28: Sergio Ramos of Real Madrid kisses the trophy after winning the UEFA Champions League Final match between Real Madrid and Club Atletico de Madrid at Stadio Giuseppe Meazza on May 28, 2016 in Milan, Italy. (Photo by Matthias Hangst/Getty Images)

Quasi quattro mesi dopo la finale di Milano, torna la Champions League con la fase a gironi. Due italiane, la Juventus e il Napoli, ma anche le solite favorite Real Madrid e Barcellona, il Man City di Guardiola, il Bayern di Ancelotti, il Psg di Emery. E non solo: uno sguardo anche alle piccole, alle storie più curiose, agli incroci più affascinanti.

Suggestione Napoli

Analizzare la Champions League 2016/2017 e scoprire che il Napoli è un caso unico, un’eccezione: non ci sono altri gruppi in cui la squadra di seconda fascia possa vantare, insieme, il valore della rosa più alto (295 milioni, fonte Transfermarkt) e l’età media più bassa (26,2). Se invece guardiamo le valutazioni dell’intera competizione, senza scomporre per gironi, il Napoli è legittimamente parte dell’urna numero due: l’organico creato da De Laurentiis e Giuntoli è l’undicesimo più costoso del tabellone. Per età media, invece, siamo giusto a metà: quella partenopea è la sedicesima squadra più giovane, ma anche la quinta sulle sedici di prima e seconda fascia. Questi dati dicono tanto su come il Napoli abbia deciso di costruire sé stesso per la sua quinta avventura tra Coppa dei Campioni o Champions League, la terza nelle ultime sei stagioni: un punto di partenza per un nuovo gruppo di talenti futuribili. Da allevare subito come protagonisti, pure sul palcoscenico più importante. Una rivoluzione culturale per il club, che dopo l’addio di Higuaín ha abbandonato la narrazione del grande nome e ha deciso di puntare su organico completo e hype. Una scelta che ha pure il sapore della sfrontatezza: sui 25 calciatori in lista, sono in 9 a poter contare più di 5 partite in Champions. D’altronde, pure Maurizio Sarri è un esordiente assoluto. Intorno a lui c’è molta curiosità tattica, c’è grande attesa: il Napoli ha mostrato il gioco più attrattivo, intenso e (potenzialmente) adatto alla Champions dell’ultima Serie A, e ora ha l’occasione per confermare sul campo questa suggestione. In un girone stimolante, dalla composizione retrò perché è l’unico ad annoverare tre club campioni nazionali. Il Benfica, innanzitutto: eliminata ai quarti dal Bayern nell’ultima edizione, la squadra che Rui Vitória l’anno scorso ha ereditato da Jorge Jesus è reduce dalla solita estate tra cessioni eccellenti (Renato Sanches al Bayern e Nico Gaitán all’Atletico) e nuovi giovani da inserire (il portoghese Rafa Silva, acquistato dal Braga per 16 milioni di euro, l’argentino Cervi e l’altro lusitano Horta).

Rafa Silva, in pillole

Poi, Dynamo Kiev e Besiktas. Gli ucraini sono reduci dal passaggio agli ottavi della scorsa stagione, e in campo sono guidati dalla fantasia di Yarmolenko; la squadra turca ha vinto il campionato sette anni dopo l’ultima volta, e si presenta senza Mario Gómez ma con la conferma di Quaresma e gli arrivi di Inler, Erkin (dall’Inter) e Aboubakar dal Porto. Le prospettive del Napoli in questo girone dipendono proprio dal Napoli: la squadra di Sarri potrebbe e può tranquillamente aspirare al primo posto, ma il grande equilibrio non ammette distrazioni. Fin dalla prima, complicatissima trasferta di Kiev. Il futuro europeo passa soprattutto dall’impatto che un torneo nuovo per gran parte della rosa potrebbe avere sul discorso tecnico, psicofisico e pure ambientale. Napoli vive d’entusiasmo, si sa: un buon risultato in Ucraina permetterebbe di partire col giusto carico di esaltazione e consapevolezza, fondamentali per rompere il ghiaccio. Per gestire con maggiore serenità i match successivi e pure il turnover mancato nella scorsa stagione, ora possibile (grazie al mercato) e necessario per amministrare il doppio impegno. Sarri si gioca proprio qui, così, il suo grande esame di maturità. Quello definitivo. (Alfonso Fasano)

Le rivali della Juventus

Quello della Juventus è un girone alla portata dei bianconeri, ma non così semplice. A partire dal Siviglia di Sampaoli, ancora alla ricerca della quadra definitiva. Dimenticate Emery e il suo calcio associativo: per supplire alla partenza del vate di Hondarribia e dei fedelissimi Banega, Krychowiak e Coke, il ds Monchi ha optato per il più “bielsista” tra gli allievi di Bielsa, con tutto il bello e il brutto che questo comporta. E quindi da un lato l’imprevedibilità data dal movimento e dallo scambio di posizioni continuo di una batteria di trequartisti che può contare su gente come Nasri, Ganso, Vazquez e Correa, dall’altro l’integralismo di alcuni principi di gioco che portano a scelte tattiche rivedibili come il 3-1-4-2 della gara contro l’Espanyol, con il povero N’Zonzi a correre per tutti. Una volta smesse le vesti del cantiere a cielo aperto, potrebbero davvero dar fastidio a chiunque.

Assaggio di sampaolismo: Siviglia-Espanyol 6-4

Più concreto il Lione di Genesio, che rappresenta l’evoluzione di quella squadra che la Juve eliminò a fatica nei quarti dell’Europa League 2014. Con Lacazette che da seconda punta di belle speranze è diventato un bomber da 54 gol nelle successive 70 partite di Ligue 1 (sei nelle prime quattro di questa stagione), sostenuto ai lati da Fekir e Cornet e dal generoso apporto a tutto campo di Gonalons e Tolisso, in un 4-3-3 che ha nella ricerca della profondità il filo conduttore di tutte le trame offensive. Punti deboli? La continuità di risultati e una difesa che soffre gli scambi rapidi e le imbucate dal lato debole a causa della lentezza della coppia N’Kolou e Yanga-Mbiwa. Tutta da scoprire, invece, la Dinamo Zagabria. Con la partenza di Pjaca e di Rog (che era in grado di poter agire da mezzala nel 4-3-3 o da trequartista nel 4-2-3-1), la squadra di Kranjcar è un insieme di giovani di belle speranze, con elementi interessanti (Coric, Benkovic e Stojanovic su tutti) ma destinati a pagare lo scotto della scarsa esperienza ad alti livelli. Dalla loro, il fatto di avere poco o nulla da perdere e la sfrontatezza di chi sa di poter sfruttare il palcoscenico più importante per mettersi in mostra. (Claudio Pellecchia)

Tattica: il nuovo corso di Manchester City e Paris Saint-Germain

Attaccare in spazi stretti, difendere in spazi larghi. L’obiettivo di Unai Emery e Pep Guardiola è il medesimo, cambia semmai il mezzo attraverso cui perseguirlo. Il tecnico del Manchester City ripropone il 4-1-4-1 costruito al Bayern, che in fase di possesso porta i terzini a stringere il campo (i cosiddetti “falsi terzini”) e a posizionarsi ai lati del mediano. Con questa mossa punta a congestionare la zona centrale, in modo da tenere bloccato il centrocampo avversario e concedere un maggior margine di manovra ai 4 uomini dietro la punta. In particolare David Silva e De Bruyne, i due registi negli ultimi due terzi di campo. Che non si muovono più divisi da una sorta di dualismo culturale come con Pellegrini, bensì in maniera coordinata e quindi funzionale, quasi uniti da una sorta di elastico immaginario. Se il canario si abbassa per fornire un’opzione di passaggio pulita, ecco il belga alzarsi alle spalle della mediana rivale, e viceversa. In alternativa uno dei due si può invertire con l’esterno di riferimento, al fine di garantire la stessa struttura posizionale. Un calcio codificato, per il quale Guardiola ha richiesto target specifici e costosi: elementi in grado di trattare la palla (Bravo e Gundogan), coprire la profondità (Stones), attaccare gli spazi e generare superiorità numerica (Nolito, Sané e Gabriel Jesus). Criticità? Resta da capire se i citizens sapranno progredire nella gestione palla nei primi 40 metri e se in fase difensiva riusciranno a coprire gli spazi intermedi.

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La struttura tipo del Manchester City su azione consolidata: terzini stretti e 4 uomini che coprono il campo in ampiezza (Aguero è fuori schermo)

L’allenatore del Psg invece in fase offensiva chiede ai terzini e ad una mezzala di alzarsi sistematicamente sulla stessa linea delle ali, che a loro volta si accentrano. Contestualmente il playmaker scende tra i due centrali, in modo da comporre un 3-1-5-1 alto, largo e corto, in cui vengono avvicinati i giocatori di maggior qualità e fantasia, che creano superiorità attraverso gli scambi stretti. Così facendo Emery vuole schiacciare l’avversario e costringerlo a scegliere se coprire il centro o le fasce. In questo contesto Pastore potrebbe diventare ciò che Banega è stato al Siviglia, ossia il conduttore nel secondo terzo di campo, nonché il rifinitore assieme a Di Maria per un Cavani che ha l’occasione della vita: dimostrare di essere più della spalla dell’accentratore Ibra, un finalizzatore maturo e decisivo. La sconfitta con il Monaco ha evidenziato però la precarietà di quest’equilibrio: se il Paris fallisce il recupero palla immediato, per l’avversario è uno scherzo affondare sugli esterni. Sarà curioso in questo senso capire se e come sfrutterà la fisicità di Krychowiak e l’atletismo di Matuidi in un sistema che mira a controllare ossessivamente il possesso palla. (Gian Marco Porcellini)

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Il Paris Saint-Germain in fase di possesso, con i terzini Aurier e Kurzawa altissimi

Cinque storie dalla periferia della Champions

Quando Oleksandr Shovkovsky giocò la sua prima partita in Champions League, il Napoli di Benny Carbone, Cruz e Boghossian era appena tornato da Cremona con le pive nel sacco per uno 0-2 firmato dallo sloveno Florijančič, mentre Maurizio Sarri allenava il Cavriglia in Promozione. Era la stagione 1994/95 e la Champions aveva sostituito la vecchia Coppa Campioni solo tre anni prima. A 41 anni di età Shovkovsky sarà in campo contro il Napoli, tra i pali della stessa squadra di sempre, la Dinamo Kiev, club con il quale nel corso della carriera ha festeggiato 28 trofei. Il penultimo è stato il secondo titolo consecutivo di Prem’er-Liha ucraina, che ha certificato la bontà del nuovo corso inaugurato dal tecnico Serhij Rebrov, suo ex compagno di squadra.

L’Ucraina oggi è più Dinamo Kiev che Shakhtar Donetsk, con questi ultimi alle prese con un nuovo ciclo caratterizzato da una filosofia più autoctona e meno esterofila. Chi avesse nostalgia dello Shakhtar do Brasil può comunque rivolgersi ad un suo piccolo surrogato, il Ludogorets Razgrad, primo club bulgaro a qualificarsi per due volte alla fase a gironi di Champions. Sono otto i giocatori di passaporto verdeoro presenti in squadra – Marcelinho e Juninho Quixadá i migliori – senza dimenticare chi è già riuscito a compiere il grande salto come il difensore Júnior Caiçara, acquistato nel 2015 dallo Schalke 04 proprio grazie alla vetrina Champions sfruttata con il Ludogorets. Curioso anche il caso del proprietario del club, Kiril Domuschiev, tifoso dichiarato del CSKA Sofia, ma che a causa dell’elevata corruzione in seno ai piani alti della storia società bulgara ha deciso nel 2010 di investire i propri soldi in un’altra squadra.

Il preliminare vinto dal Ludogorets contro il Viktoria Plzen

In casa Ludogorets i risultati sono finora stati eccellenti, così come quelli ottenuti dal russo-turkmeno Kurban Berdyev alla guida del Rostov, squadra che solo 15 mesi fa disputava i play-out salvezza, mentre oggi si trova al debutto assoluto in Champions grazie al sorprendente secondo posto in campionato nella passata stagione e agli scalpi delle nobili decadute Anderlecht e Ajax ai play-off. Sarà un esordio tutt’altro che soft contro il Bayern Monaco, squadra che nella scorsa Champions ha disputato 12 incontri, appena due meno di quelli disputati dal Rostov nella sua intera storia europea. I russi non avranno però Berdyev in panchina bensì il suo vice Ivan Daniliants, dal momento che l’ex Rubin Kazan (con il quale nel 2009 espugnò il Camp Nou) si è dimesso in estate per motivi di carriera. Erano infatti libere le panchine di Spartak Mosca e nazionale russa, e quello di Berdyev era tra i nomi più gettonati per entrambe. Alla fine non si è fatto nulla, così Berdyev è ritornato a Rostov con la bizzarra qualifica di vice-presidente e membro dello staff tecnico.

Il 18 settembre 2002 il Barcellona superava 3-2 il Brugge al Camp Nou. In campo c’erano cinque giocatori che oggi ritroviamo dall’altra parte della barricata nella nuova stagione europea: Luis Enrique (tecnico del Barcellona), Phillip Cocu (allenatore del Psv Eindhoven), Patrick Kluivert (ds del Paris Saint Germain), più Frank de Boer e Giovanni van Bronckhorst, impegnati in Europa League rispettivamente sulle panchine di Inter e Feyenoord. In quella partita una delle due reti dei belgi fu siglata da Timmy Simons, all’epoca alla sua prima campagna di Champions, oggi capitano del Brugge guidato da Michel Preud’Homme (altro campionissimo passato diventato un buon allenatore) e tornato a vincere il titolo belga dopo 14 anni. Simons, che compirà 40 anni il prossimo 11 dicembre, è anche il rigorista dei nerazzurri, quindi basterà un penalty per vederlo superare Francesco Totti e Manfred Burgsmüller, rispettivamente il più vecchio marcatore della Champions (38 anni, 3 giorni) e della Coppa Campioni (38 anni, 293 giorni) in assoluto.

Barcellona-Bruges 3-2, Champions 2002

Citazione infine per la Polonia, che grazie al Legia Varsavia torna ai giorni di Champions per la prima volta dal 96/97 (all’epoca ci riuscì il Widzew Lodz). L’allenatore è l’albanese Besnik Hasi, che in carriera vanta un titolo-lampo vinto in appena 11 partite. Gli è capitato tre anni fa alla guida dell’Anderlecht, quando subentrò all’ultima di campionato a John van den Brom, per poi dar vita nel girone del play-off scudetto (sei squadre, punti dimezzati rispetto alla regular season). ad un’incredibile rimonta. Predestinato o semplice fortunello? (Alec Cordolcini)

Gli incroci più affascinanti

Il passato ritorna sempre. Anche quello che poteva essere e invece non è stato, ma che la Champions amplifica e rende ancora più affascinante. Non tutti inediti, ma qualcuno sì: eccoli, di seguito, questi incroci da notti magiche, per prepararci al meglio all'inizio della competizione.

Granit Xhaka/Basilea

Basilea-Arsenal sarà anche un fatto di sentimenti per Granit Xhaka, che tornerà ad affrontare la squadra in cui è cresciuto (lì ha fatto tutto il settore giovanile) e vinto. Nel Basilea ci gioca pure il fratello Taulant. I due si sono erano affrontanti giusto pochi mesi fa a Euro 2016. Uno (Granit) con la maglia della Svizzera, l’altro (Taulant) con quella dell’Albania. La mamma li guardava dalla tribuna con addosso una maglietta divisa in due. Il favorito, però, questa volta è Granit, pagato 40 milioni di euro dai Gunners che lo hanno prelevato dal Borussia Moenchengladbach. Papà è un indipendentista kosovaro, è da lui che Granit ha preso la voglia di lottare. Una volta scrisse una lettera a Blatter per fargli conoscere il Kosovo, un'altra giocò con una costola rotta per un mese solo perché non si voleva fermare.

Pep Guardiola/Barcellona

Non solo ha vinto titoli (14 trofei in quattro anni), generato sogni, realizzato un mucchio di aspettative. E non è nemmeno perché ha fondato un movimento, il tiqui-taca, l'ultima grande rivoluzione tattica della nostra epoca. Pep Guardiola che affronta il Barcellona è qualcosa di più profondo, anche adesso che allena il City, anche dopo averlo già fatto sulla panchina del Bayern Monaco. È come un guardarsi allo specchio. Catalano fino al midollo, l’essenza di Guardiola è ricaricabile solo nelle sue radici. Ci sarebbe molto altro nella sfida tra Barcellona e Manchester City, ma alla fine si torna lì, al Guardiola vs Guardiola, il passato contro l'adesso. Dal 2008 al 2012 con la squadra blaugrana ha vinto tutto, anche due Champions League (2009 e 2011).

Barcelona's coach Pep Guardiola (L) congratulates his Argentinian attacker Leo Messi after he is substituted during their Spanish League football match against Atletico Madrid at the Camp Nou stadium in Barcelona on October 4, 2008. AFP PHOTO / LLUIS GENE (Photo credit should read LLUIS GENE/AFP/Getty Images)
Pep Guardiola con Leo Messi, ottobre 2008 (Lluis Gene/AFP/Getty Images)

Franco Vazquez/Paulo Dybala

Quel che resta di Franco Vazquez è lontano anni luce da qui. Brilla con addosso la maglia del Siviglia, squadra con cui ha già conquistato se non altro la fama di meraviglioso fantasista. Nella sfida contro la Juventus tornerà ad affrontare l'Italia e l'amicizia. Il Palermo sembrava pronto a vederlo proprio ai bianconeri, poi Allegri gli ha preferito altri giocatori. Vazquez se la vedrà anche contro l'amico Dybala, già coppia dei sogni in rosanero. Franco stava fuori lista, Paulo veniva da un grave infortunio: Iachini diede loro una chance. «Ci vogliamo bene», hanno detto in coro. Ma il calciomercato che li doveva unire è stato di nuovo crudele, e adesso si troveranno di fronte in Champions. In Italia Vazquez ha giocato 109 partite e segnato 22 gol.

Cristiano Ronaldo/Sporting Lisbona

Odiarlo, mai. Alla fine Cristiano Ronaldo entrerà all'Estádio José Alvalade di Lisbona con la consapevolezza di essere partito da lì. La stella del Real Madrid incontrerà la squadra che lo ha lanciato quando era un ragazzino. Il primo gol arrivò il 7 ottobre 2002, quando a 17 anni segnò in Coppa di Lega portoghese contro la Moreirense. Quattordici anni dopo Cristiano Ronaldo è l'uomo immagine sulle copertine, campione d'Europa con la nazionale, e uno che non dimentica le radici: «Lo Sporting è il club che mi ha formato, è il club del mio cuore. Ma io amo il Real Madrid e ho un dovere nei confronti di questo club».

PORTO, PORTUGAL: Vitoria de Guimaraes's Ricardo Silva (L) vies with Sporting's Cristiano Ronaldo in a Portuguese league match 08 November 2002 at Antas Stadium in Porto. (Photo credit should read ANTONIO SIMOES/AFP/Getty Images)
Un giovanissimo Ronaldo con la maglia dello Sporting, nel 2002 (Antonio Simoes/AFP/Getty Images)

Marko Pjaca/Dinamo Zagabria

Magari è ancora presto perché uno come lui faccia il nostalgico, ma Marko Pjaca affronterà la squadra che lo ha lanciato: la Dinamo Zagabria. Lo farà con addosso la maglia della Juve. Scovato da Pantaleo Corvino (che voleva portarlo a Bologna), a lungo sondato dal Milan, alla fine Pjaca ha scelto di vestire bianconero. Un corteggiamento nemmeno tanto lungo da parte del club di Agnelli dopo che Pjaca era esploso all'Europeo. A distanza di qualche mese Marko se la vedrà con l'ambiente a cui ha detto grazie per averlo cresciuto. Con il club croato Pjaca ha vinto due campionati e due coppe nazionali (2014/2015 e 2015/2016), trovando spazio e continuità.

Leicester/La Champions League

Ascoltate bene, sentirete anche voi il rumore dei nemici. Arrivano da tutte le parti e sono pronti a far fuori il Leicester di Claudio Ranieri. La favola si è trasformata in incubo. Da quando gli inglesi hanno vinto la Premier, il gioco è diventato un massacro. Contro di loro, le Foxes. L'avvio in campionato non ha convinto e adesso tutti vogliono vedere dove andrà a finire questo Leicester. «Non è più quello dell'anno scorso». «Un fantasma rispetto ai campioni d'Inghilterra», e via così. Ogni partita sarà un esame e anche uno confronto (inevitabile) con la squadra che un anno fa ha incantato il mondo. (Giorgio Burreddu)

Nell'immagine in evidenza, Sergio Ramos bacia la Coppa nell'ultima finale di Champions, vinta dal Real Madrid (Matthias Hangst/Getty Images)


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