Calcio

Lo scudetto della storia

Il sesto scudetto consecutivo della Juventus non nasce a inizio anno e nemmeno con l'arrivo di Allegri: sta in una capacità di autoperfezionamento continuo.

TURIN, ITALY - MAY 21: Gianluigi Buffon of Juventus FC celebrates with the trophy after the beating FC Crotone 3-0 to win the Serie A Championships at the end of the Serie A match between Juventus FC and FC Crotone at Juventus Stadium on May 21, 2017 in Turin, Italy. (Photo by Valerio Pennicino/Getty Images)

Ci sarebbero tanti modi per raccontare la Juventus dei sei scudetti consecutivi. Il primo, più immediato ma probabilmente anche più scontato, è partire dai primati di una squadra irripetibile dal punto di vista della costanza e della continuità di rendimento: gli oltre 100 punti di distacco rifilati agli avversari più o meno diretti nel corso dell’ultimo lustro (al momento solo il Napoli ha ragionevoli possibilità di restare sotto la tripla cifra di svantaggio), un campionato vinto da imbattuta, un altro dominato dall’alto di 102 punti (come mai prima in nessuno dei cinque maggiori tornei europei) e un perfetto 19 su 19 nelle partite in casa, un altro ancora contraddistinto da una rimonta che Mario Sconcerti su Sky definì «statisticamente insopportabile» (12 punti nelle prime 10 partite, poi 26 vittorie e un pareggio nelle successive 27 gare) e dal record di imbattibilità di Buffon (973 minuti – che diventano 1023 considerando anche i minuti di recupero). E, poi, l’ultima stagione caratterizzata da un dominio pieno, totale, a tratti persino desolante (per gli avversari) e mai messo in discussione nemmeno nei passaggi a vuoto.

Tuttavia limitarsi ad una mera lettura dei dati statistici sarebbe superficiale e notevolmente sottostimante del percorso che ha portato una squadra reduce da due settimi posti consecutivi ad un passo dal chiudere il cerchio della vittoria di tutti i trofei disponibili. Questa Juventus è, inevitabilmente, figlia di quella Juventus: senza l’una non esisterebbe l’altra, nella sublimazione di una capacità unica di rinnovare rinnovandosi (basti pensare che dalla finale di Berlino a quella di Cardiff i bianconeri hanno cambiato 9/11 della formazione titolare: un unicum nell’ultimo ventennio per quel che riguarda le finaliste di Champions League a distanza di due stagioni), mantenendo uno standard di prestazioni qualitativamente molto alto e costantemente tendente all’eccellenza assoluta.

FBL-ITA-SERIEA-JUVENTUS-CROTONE-TROPHY

È come se in corso Galileo Ferraris, al di là di un piano industriale, prima ancora che sportivo, che dovrebbe pagare i dividendi migliori in futuro (internazionalizzazione del brand, sfruttamento dell’area della Continassa), avessero fatto proprio il “tutto cambia perché niente cambi” di lampedusiana memoria, traendo un vantaggio anche da eventi potenzialmente traumatici (l’addio di Conte e la cessione di Pogba su tutti), proseguendo nell’allestimento di rose via via sempre più competitive e bypassando quelle naturali fasi di transizione che altrove si renderebbero, invece, necessarie. Anzi, a ben vedere, senza il distacco da un allenatore così totalizzante e/o da un giocatore potenzialmente irripetibile, la Juve sarebbe ancora alla ricerca di se stessa, di quell’identità che l’ha portata ad essere così forte, così consapevole dei propri mezzi, così apparentemente inscalfibile nei momenti in cui conta davvero. E, riavvolgendo il nastro degli ultimi sei campionati, non si può non notare come ogni stagione abbia aggiunto qualcosa rispetto a quella precedente, con le sconfitte (21 nelle 227 gare di Serie A fin qui disputate) spesso molto più importanti delle vittorie nel fondamentale processo di apprendimento degli errori e miglioramento in funzione degli stessi: ad eccezione del traumatico avvio di 2015/16 (un punto tra Udinese, Roma e Chievo), infatti, la Juventus non ha mai perso due partite in fila nell’arco temporale considerato.

In tal senso, l’importanza del torneo appena concluso, al di là del primato che sarà riportato sugli almanacchi, sta nell’aver racchiuso nel suo microcosmo temporale tutto il trasformismo di cui è stata capace la squadra bianconera nell’ultimo lustro in funzione del successo finale: a un certo punto della stagione, precisamente dopo il ko di Firenze, si è reso necessario adeguarsi ad una nuova mentalità offensiva che, per quanto filosoficamente distante da un’idea di calcio che ha costruito le proprie fortune sulla Bbc e sul concetto di solidità da preferire all’estetica, si è rivelata prodromica ad un miglioramento esponenziale dei risultati e dello sfruttamento delle caratteristiche dei giocatori di punti presenti in rosa. Come ha scritto Alfonso Fasano su Undici, la trasformazione della Juventus è stata figlia di un «adattamento ai contesti: quello interno, riferito alle qualità dell’organico; quello esterno che, in qualche modo, ha reso necessario praticare un calcio proattivo,  piacevole ed efficace, anche se orientato alla gestione del ritmo, del pallone e degli avversari». La squadra opaca, monocorde, limitata nel numero di set offensivi e facilmente neutralizzabile alzando la linea di pressing e intasando gli spazi, dalla partita con la Lazio è finalmente riuscita a sfruttare il terreno di gioco tanto in ampiezza quanto in profondità, alternando al gioco per vie esterne quello per vie centrali sull’asse Bonucci-Pjanic-Dybala-Higuain, incanalando la fisicità e la predisposizione al sacrificio di Mandzukic in un ruolo (quello di esterno sinistro nel 4-2-3-1) rivisitato in chiave antica (come ai tempi del Wolfsburg) e moderna (colmando, seppur con caratteristiche diverse, il vuoto lasciato da Pogba in quella zona di campo).

Juventus – Lazio 2-0 del 22 gennaio 2016 può essere considerato il punto di svolta della stagione bianconera

Il fatto che questo cambio di rotta sia avvenuto in maniera repentina e senza un necessario periodo di fisiologico adattamento da parte del gruppo deve stupire ma fino a un certo punto. Fin dal triennio di Antonio Conte, infatti, la Juventus si è dimostrata perfettamente in grado di (ri)costruirsi per gradi, senza affrettare i tempi, facendo del cambiamento al momento giusto (e con gli uomini giusti) la sua più grande forza.

In principio è stato il passaggio dal 4-3-3 spettacolare ma poco equilibrato degli esordi contiani al 3-5-2 declinato secondo i canoni di compattezza, intensità e ferocia agonistica e in grado di ovviare alle differenze con avversari tecnicamente più dotati; poi è venuta la fase di consolidamento e adattamento dei principi di gioco in relazione al percorso di crescita (anche tecnica, con gli arrivi di Pogba e Tévez) di una squadra che stava imparando a gestirsi nell’arco della stagione e della singola partita, diminuendo l’irruenza per aumentare l’efficacia e limitandosi al necessario per portare a casa risultati, punti e trofei; infine il cambio di guida tecnica, nel momento in cui è venuta meno la predisposizione al cambio di pelle da parte dell’allenatore. Infatti, proprio nell’anno dei 102 punti (e della Roma seconda a -17), la Juventus comincia a mostrare i primi segni di logorio. Siamo al cospetto di una vera e propria macchina che, in quanto tale, difficilmente riesce ad andare oltre il piano partita reimpostato: i movimenti di squadra sono sempre gli stessi, codificati, mandati a memoria e poco suscettibili di variazioni sul tema. Non è un caso che le maggiori difficoltà arrivino contro squadre che si schierano a specchio giocando sui (pochi) punti deboli dei bianconeri, inaridendone le fonti di gioco primarie. E se in campionato l’organizzazione e la resilienza bastano e avanzano per raggiungere il traguardo del terzo scudetto consecutivo, la mancanza di alternative da opporre contro sistemi costruiti per sfruttare a proprio vantaggio la ripetitività di certi schemi costa ai bianconeri una duplice e sanguinosa eliminazione prima ai gironi di Champions e poi alle semifinali di Europa League.

In Juventus-Benfica, semifinale di ritorno di Europa League (0-0), emergono tutti i limiti di un 3-5-2 troppo schematico e monocorde: il sodalizio tecnico con Antonio Conte finisce, di fatto, qui

Non a caso quello che fa Allegri fin dal primo giorno del suo contestato insediamento è rimodulare con i canoni di consapevolezza, maturità e tranquillità un sistema che si autoalimentava grazie a quella fame atavica venuta inevitabilmente meno dopo un triennio di successi ininterrotti. La Juventus del tecnico livornese è una squadra meno tremendista e più attendista, meno affamata ma più consapevole, meno schematica e più tendente all’improvvisazione, meno intensa ma più duratura nel tempo. Principi che si riflettono anche sull’aspetto tattico: Allegri (ri)parte dal 3-5-2 di base apportando alcuni correttivi, concedendo maggiore libertà al Tevéz o Dybala di turno e sviluppando la capacità del cambio di sistema di gioco (che sia il 4-3-1-2 con Vidal/Pereyra trequartisti atipici del 2015 o il 4-2-3-1 attuale, conta fino a un certo punto) anche a partita in corso, senza per questo perdere in solidità ed equilibrio. Libera dalle catene del dogmatismo, nel triennio allegriano la Juve impara come sia possibile esercitare un dominio netto in un modo diverso da quello propugnato dall’ossessività contiana, consolidando quel che già funzionava e migliorando costantemente negli aspetti che, di volta in volta, sono apparsi perfettibili. Ecco perché il sesto scudetto consecutivo può essere considerato il paradigma perfetto di una squadra che, prendendo a prestito le parole di Daniele De Rossi, «sta facendo la storia»: l’aver avuto la forza e la capacità di cambiare ancora in corso d’opera ha permesso di ribadire come la differenza con gli altri stia proprio nell’accettazione e nel superamento dei propri limiti, in un processo (auto)motivazionale continuo.

Il cammino della Juventus fino alla finale di Champions League

In questo video pubblicato sul canale YouTube di Yahoo Sports poco prima della semifinale di ritorno contro il Monaco, venivano esposti i motivi per i quali considerare la Juve la squadra del momento: dopo aver menzionato la personalità di Buffon, la tenuta difensiva (Barcellona e Monaco, attacchi da oltre 320 gol complessivi in stagione, ne hanno fatto uno in 360 minuti), la qualità dei vari Pjanic, Dani Alves e Dybala, il pesante investimento fatto per portare a Torino Gonzalo Higuain, lo speaker utilizza il termine “to evolve” in relazione alla capacità di Allegri di tirar fuori il meglio dalla squadra ereditata da Conte portandola al massimo livello di competitività possibile. “Evolve” come evolvere, come passaggio da una dimensione ad un’altra, come spinta a fare meglio di quanto non si sia già fatto. Perché, in fondo, è questo che fa la Juventus da sei anni a questa parte: migliorare se stessa imparando dal passato per costruire presente e futuro, conscia che quello che si è oggi dipende anche da quel che si è stato ieri. Cambiando tutto per non cambiare niente e non cambiare mai, in una sfida continua alla ricerca della perfezione.


{

Per migliorare la tua esperienza utilizziamo cookie tecnici, statistici e di profilazione, anche di terze parti, per fornire un accesso sicuro al sito, analizzare il traffico sul nostro sito, valutare l’impatto delle campagne e fornire contenuti e annunci pubblicitari personalizzati in base ai tuoi interessi. Chiudendo il banner acconsenti all’uso dei cookie. Maggiori informazioni. Cookie policy