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Il Paese del gol

Perché in Italia, da qualche anno a questa parte, si segna così tanto?

Di Alfonso Fasano

L’ultimo articolo, in ordine di tempo, è apparso su Football Italia, un blog internazionale di commento al nostro campionato, ed è firmato da Adam Summerton, collaboratore di Bt Sport, Uefa.com, MUTV – acronimo di Manchester United Television. È un pezzo di analisi, statistica e concettuale, dal titolo: “Future is bright for Serie A”. La parte più significativa del testo: «Il derby pasquale tra Inter e Milan ha offerto un grande spettacolo offensivo, partite del genere sono assolutamente cruciali per la diffusione e la commercializzazione di un prodotto che viene definito e considerato lento, monotono ed estremamente difensivista. Nulla di più falso, in Italia si segna tantissimo: sei calciatori hanno superato i 20 gol stagionali, la media totale è di 2,87 reti per match e sono state realizzate 17 triplette». Il pezzo è datato 25 aprile 2017.

Nel week-end successivo Pietro Iemmello del Sassuolo ha segnato il millesimo gol del campionato in corso. È la milestone statistica e narrativa che serviva perché ci accorgessimo, tutti, che qualcosa sta cambiando. Anzi, è già cambiato: nelle ultime quattro stagioni, tre volte è stata toccata quota 1000. Prima del 2012/13, per trovare un’edizione altrettanto prolifica della Serie A, bisogna risalire al 1951/52 per : 1101 gol in 380 partite, media di 2,89 per match.

I numeri realizzativi dell’annata 2016/17 descrivono una Serie A perfettamente in linea con le tendenze del calcio contemporaneo. Un’analisi dell’osservatorio CIES pubblicata a inizio aprile metteva il nostro campionato subito dietro a quello spagnolo e a quello inglese nel rapporto tra gol fatti e partite giocate. Il dato aggiornato (2,87 gol per match) vede la Serie A al secondo posto tra le cinque leghe più importanti d’Europa, con la Liga in testa (2,89) e la Premier sul terzo gradino del podio (2,77). I sei cannonieri in grado di superare le 20 realizzazioni stagionali – Dzeko (27), Belotti (25), Mertens (25), Higuaín (24), Icardi (24) e Immobile (22) – sono un caso statistico unico nel continente, Premier e Bundes si fermano a quattro attaccanti con oltre 20 gol, ma il loro exploit rientra in quella normalità che caratterizza da circa un lustro tutti i campionati europei. In un pezzo pubblicato su Squawka, Greg Johnson ha analizzato proprio questa dinamica: «Per un attaccante moderno, raggiungere i 40 gol ha assunto lo stesso valore della vecchia quota-20. Sembra che il calcio si sia improvvisamente ritrovato in una golden age di marcatori eccezionali. E non ce ne siamo nemmeno resi conto».

ACF Fiorentina v SS Lazio - Serie A

Rendersene conto vuol dire avviare un’analisi a più livelli, a cominciare da quello relativo all’evoluzione storica delle strategie di gioco. La Serie A è universalmente considerata un luogo di grande avanguardia e sperimentazione tattica, ma in senso soprattutto speculativo. I principi conservativi che hanno sempre caratterizzato il nostro calcio stanno però lasciando spazio a un approccio diverso. È in corso un adattamento necessario alla rivoluzione offensiva che ha caratterizzato l’intero movimento nell’ultimo ventennio, un tentativo di conversione estetica che Conor Dowley, in un articolo su Sb Nations, ha spiegato così: «Il Napoli è una delle squadre che, attraverso una proposta di gioco moderna e brillante, sta provando a scrostare la muffa dall’immagine difensiva della Serie A. Accanto ai partenopei, altre squadre hanno fatto lo stesso tentativo: la Roma, la Fiorentina, il Pescara, così come Inter e Milan, hanno cercato di migliorare i loro risultati attraverso un atteggiamento più offensivo».

Anche la Juventus, a un certo punto della stagione, ha dovuto modificare il suo approccio tattico per esaltare il talento dei suoi giocatori, le loro caratteristiche. Così è cominciata la costruzione della squadra in grado di arrivare fino alla finale di Champions League, ma che ha pure accettato di passare dai 20 gol subiti in tutto il campionato 2015/16 ai 26 incassati alla 36esima della Serie A 2016/17. Un adattamento al contesto, anzi ai contesti: quello interno, riferito alle qualità dell’organico bianconero; quello esterno, che in qualche modo ha reso necessario praticare un calcio «proattivo, piacevole ed efficace anche se orientato alla gestione del ritmo, del pallone, degli avversari» (Claudio Pellecchia su Undici) sulla platea internazionale. La trasformazione e i risultati della Juventus potrebbero essere la perfetta rappresentazione della svolta offensiva che ha contagiato il nostro campionato. Ed è un po’ l’esplicazione nella realtà di una delle frasi più suggestive di Marcelo Bielsa: «Il gioco basato su un lavoro difensivo di cinque o sei uomini è destinato ad esaurirsi, prima o poi. Detti le linee guida, recuperi il pallone e ciao. Il calcio offensivo, invece, è infinito».

Juventus-Milan 2-1, una partita da 24 conclusioni tentate per i bianconeri

Su Undici avevamo già analizzato questa nuova tendenza all’inizio del 2017: «La differenza rispetto al passato sta nell’atteggiamento di molte squadre di Serie A, nell’idea su cui fondare la costruzione tattica. Il new deal del calcio italiano è caratterizzato dalla volontà di creare gioco, che viene prima prima della distruzione o della limitazione di quello altrui. Persino squadre dalla configurazione prevalentemente e fondamentalmente reattiva – ad esempio il Genoa di Juricl’Atalanta di Gasperini o il Chievo di Maran – praticano un football di grande intensità, e per questo riescono a offrire spettacoli spesso gradevoli, altre volte addirittura esaltanti». Queste parole erano fondate su suggestioni, analisi in itinere, o comunque statistiche non definitive. Oggi abbiamo la conferma finale, la verifica sul campo di queste teorie: le 1000 reti superate, i sei attaccanti con più di 20 marcature. Ma anche otto squadre con più di 60 gol segnati, che diventano dieci se si abbassa la quota a 50. Nella scorsa stagione le squadre sopra i 60 gol segnati sono state solo tre: Roma (83), Napoli (80), Juventus (75). La Fiorentina si è fermata a 60.

Oltre al numero dei gol, una possibile correlazione causa/effetto con un’impostazione tattica più offensiva, o comunque meno speculativa rispetto al passato, è individuabile in una statistica laterale, eppure significativa. Le prime dieci squadre per conclusioni dall’interno dell’area nel campionato in corso raggiungono la quota media di 8,13 tentativi per match; la stessa cifra, nel 2015/16, era di 6,92; nel 2009/10 scendeva fino a 6,76. È l’indice di un gioco che via via si è fatto più ricercato, perché la costruzione di un’azione da gol che termina nella sedici metri avversaria è inevitabilmente più complessa rispetto a una manovra che prevede la soluzione del tiro da lontano.

Questa serie di dati giustifica e orienta il discorso, ma finisce per generare l’interrogativo in contrappunto: se in Serie A (e in tutti gli altri campionati europei) si segna così tanto, è anche colpa della scarsa qualità dei difensori e di un’inefficacia diffusa nella fase di non possesso? La risposta potrebbe apparire semplicistica, basterebbe ridurre il tutto a un vuoto generazionale di grandi interpreti difensivi. In realtà, anche questo livello di analisi discende direttamente dall’impostazione offensiva che caratterizza il football europeo da alcuni anni. E che ha portato a un’evoluzione dei compiti e delle caratteristiche, tecniche e fisiche, di tutti i calciatori.

US Sassuolo v AS Roma - Serie A

Questo processo ha riguardato soprattutto i difensori, diventati parte attiva di tutte le fasi del gioco. Jonathan Wilson, su Sports Illustrated, ha cercato di trovare e spiegare una possibile connessione quantitativa tra questo sviluppo storico-tattico e la mappa contemporanea del talento calcistico – che sembra lamentare la mancanza di grandi centrali: «Il ruolo ha subito una trasformazione: anche se sono sempre esistiti difensori eleganti, un tempo c’erano centrali di alto livello dalle caratteristiche limitate, magari solo prestanti dal punto di vista fisico e disciplinati tatticamente. Un profilo del genere, oggi, non è più sufficiente, soprattutto se si guarda alle grandi squadre. L’influenza storica di tecnici come Van Gaal o Bielsa ha portato la maggior parte degli allenatori a utilizzare un uomo arretrato bravo nella costruzione della manovra. Inoltre, una crescente attenzione è stata posta sulla mobilità: oggi un centrale deve avere la velocità e la prontezza di scattare in avanti per anticipare l’avversario, per fare un intercetto. Questo contesto tecnico e tattico rende sempre più difficile trovare calciatori che posseggano tutte queste qualità, tutte insieme». Le due situazioni di gioco descritte nell’articolo di Jonathan Wilson, quelle che servono a individuare i grandi difensori dell’era moderna, corrispondono alle eccellenze di Leonardo Bonucci. E alle motivazioni addotte dal Telegraph per nominarlo, giusto pochi giorni fa, miglior difensore del mondo. Un percorso simile ha modificato anche l’idea del difensore esterno: da una definizione binaria e standardizzata in base alle caratteristiche del singolo – terzino marcatore/terzino fluidificante – il ruolo si è evoluto fino a creare e richiedere calciatori poliedrici, completi, in grado di interpretare tutte le fasi di gioco lungo l’intera corsia laterale.

Questi cambiamenti descrivono le linee guida condivise del calcio moderno, ma sono solo una parte del tutto. Il maggior numero dei gol segnati, infatti, non dipende direttamente dalla mutazione genetica del difensore centrale o del terzino, dalla nuova identità tattica dei calciatori che possono ricoprire quei ruoli. Le due dinamiche, in realtà, sono due facce di una stessa medaglia, sono entrambe conseguenti all’introduzione di un nuovo sistema di concetti, alla revisione del pensiero iniziale. Come scritto da Daniele Adani su Undici, «il difensore di oggi non è più o non è solo un elemento che si comporta di conseguenza all’azione dell’attaccante o della fase offensiva avversaria: è lui a orientare davvero la giocata». È il principio dell’autodeterminazione sul campo, in chiave offensiva: una maggioranza sempre più ampia di squadre vengono pensate, costruite e aggiornate per dare priorità all’imposizione del proprio gioco. Lo sviluppo del talento, la formazione dei nuovi calciatori, avviene seguendo gli stessi principi. In questo modo, diventa via via più difficile trovare gli interpreti e i metodi per opporre la giusta resistenza. Fatalmente, ed inevitabilmente, aumenta anche il numero delle realizzazioni. La consequenzialità logica dell’era contemporanea.

Lazio-Sampdoria 7-3. In Serie A non si realizzavano 10 gol in un solo match dal primo maggio 2005 (Parma-Livorno 6-4)

La Serie A che si lascia sedurre dall’imperante tendenza all’attacco diventa un luogo in cui è più facile costruire record statistici e quindi grandi narrazioni offensive. Il record assoluto di 36 gol siglato da Higuaín nella scorsa stagione e l’affollata corsa al trono dei cannonieri 2017 confermano la nuova configurazione tattica del nostro calcio. E, insieme, dimostrano come le strutture costruite dai nostri tecnici siano orientate a una ricerca costante del gol nonostante le fisiologiche differenze nei principi tattici di riferimento e tra i vari giocatori. Non è un caso che i sei 20’s – intesi come giocatori in grado di superare le 20 marcature in Serie A – siano attaccanti con caratteristiche fisiche, tecniche e identità tattiche molto diverse.

In un articolo pubblicato a marzo sull’evoluzione del centravanti, Undici ha analizzato l’intero spettro delle caratteristiche di questi calciatori: «In corsa per il titolo di re dei marcatori ci sono due centravanti associativi puri, dalla grande capacità tecnica e di regia offensiva (Higuaín e Icardi); una riscrittura della vecchia torre d’area di rigore, dell’English forward adattato al nostro tempo (Dzeko); un falso nueve, pur se con un profilo differente rispetto ai grandi interpreti del ruolo (Mertens); un attaccante di movimento, di grande corsa e freddo in zona gol (Immobile); e una prima punta completa e ibrida, apparentemente centravanti classico – bravo di testa, eccellente nelle scelte di coordinazione e conclusione – ma in realtà protagonista di una crescita assoluta anche in riferimento al contributo offerto alla manovra (Belotti)». Queste parole raccontano la varietà della proposta offensiva, individuale e di squadra, della Serie A. Di un intero movimento che si sta avvicinando, passo passo, al trend internazionale del gioco. Che sta scoprendo il calcio offensivo. Il calcio infinito. Infinito soprattutto nelle possibilità che può offrire.

L’ultimo livello dell’analisi parte dalla Serie A, la definisce, ma in realtà è un discorso ad ampio raggio, che coinvolge l’intero sistema. Il calcio moderno si caratterizza per un gap sempre più elevato tra i club più ricchi e quelli con una situazione finanziaria meno prospera, sia a livello locale che internazionale. Un dato su tutti: secondo il report Uefa Club Licensing Benchmarking, i primi 15 club d’Europa hanno fatturato 1,5 miliardi di euro in sponsorizzazioni e accordi commerciali dal 2009 al 2016. I restanti 700 club presenti nell’analisi non hanno raggiunto i 500 milioni di euro complessivi nello stesso periodo di tempo. Una differenza tanto elevata porta a una tripla conseguenza: la concentrazione del talento in un gruppo ristretto di squadre; la diminuzione automatica e inevitabile della competitività a tutti i livelli; grande difformità di forze in campo e aumento dei gol.

SSC Napoli v Juventus FC - TIM Cup

Secondo un rapporto CIES di aprile, la Champions è la terza manifestazione continentale per numero di partite che si concludono con almeno tre reti di scarto (21%, media gol di 3,02 per match). Fanno meglio (o peggio, a seconda dei punti di vista) solo il campionato cipriota e la Bundesliga austriaca. Le cinque leghe top europee sono sullo stesso livello: dal 16,7% della Bundesliga fino al 17,9% della Ligue 1. In mezzo la Serie A (17,3%), la Liga (17,6%) e la Premier (17,7%). Come dire: non è un caso che la più importante manifestazione continentale presenti un differenziale di 732 milioni tra la rosa più costosa (Real Madrid, 764 mln) e quella più economica (Legia Varsavia, 32 milioni); non è un caso che cinque dei sei calciatori che hanno superato le 20 reti nel nostro campionato appartengano a un club nella top 8 della classifica dei fatturati in Serie A.

Il gol, inteso come fenomeno statistico rilevante e in rilevante aumento, è quindi sintomatico della modernità. È questione di struttura e sovrastruttura: il campo, la tattica, le politiche di mercato e di gestione dei club, la loro dimensione finanziaria. Tutto va in quella direzione, già da un po’. Tutto andrà in quella direzione, ancora per un bel po’. La Serie A che oggi scopre la sua età dell’oro realizzativa non ha fatto altro che avvicinarsi al modello europeo, alle indicazioni tecniche e alle inevitabili influenze economiche che arrivano dall’estero. E che forse potrebbero riscrivere la nostra immagine internazionale, quella nostra definizione di calcio lento, monotono ed estremamente difensivista. I numeri, in realtà, dicono che non è più così. Siamo già cambiati. Abbiamo voluto farlo, abbiamo dovuto farlo.