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Il 2020 da rileggere: i migliori articoli di Undici e gli eventi più importanti

Maradona, il Bayern, il Milan e l'Inter; la letteratura sportiva, Steffi Graf e Michael Jordan.

Il calcio senza le persone

Ci sembravano strani, all'inizio a febbraio, gli stadi vuoti. Poi ci siamo un po' abituati, e ora nemmeno ci chiediamo più quando potremo tornare a sentire i cori dei tifosi, le urla dopo un gol, i fischi di tutto lo stadio a un avversario temuto prima del calcio di punizione dal limite dell'area. Ci abbiamo perfino trovato un certo fascino, in questa vuotezza, perché non potevamo fare altro. Tra le cose migliori di questo 2020 di Undici, sicuramente un viaggio di Matteo De Mayda dentro il Marassi vuoto, a Genova, con un piccolo elogio scritto dopo. E poi, una riflessione che non vuole essere una provocazione: forse di tutte quelle migliaia di persone stipate in un catino non ci sarà mai più bisogno?

Piccolo elogio degli stadi vuoti
Il futuro del calcio è a porte chiuse?

Diego Armando Maradona

Certe morti sono attese, per motivi prettamente anagrafici, certe altre sono più come dei crolli improvvisi, delle detonazioni. Quella di Maradona, a novembre, è stata una delle più sconvolgenti di sempre, per i tifosi di calcio, e non soltanto. Aveva appena compiuto 60 anni, soltanto l'anno prima era uscito uno splendido documentario sulla sua vita e la sua carriera del regista premio Oscar Asif Kapadia (qui l'intervista con il regista), e quello che sembrava un normale ricovero è precipitato nel giro di pochi giorni. Noi, in redazione, ricordiamo perfettamente il momento. Il messaggio in chat. In molti di noi si sono commossi. Ne abbiamo parlato, abbiamo ricordato, abbiamo riguardato. Ne abbiamo scritto: un pezzo di Davide Coppo sulla parabola di Maradona come persona, cioè essere umano straordinariamente complesso, impossibile da ingabbiare nei cliché di D10s o in quelli di semplice maledetto. E uno di Alfonso Fasano, anagraficamente non coincidente con l'avvento di Diego a Napoli, che racconta come quegli anni sono ancora, e saranno per un po' di anni a venire, una presenza e assenza “tangibile” nelle vite di tutti i tifosi del Napoli – e non solo tifosi.

Fossi stato Maradona, avrei vissuto come lui
Napoli, l'amore e l'assenza di Diego Maradona

Il Bayern Monaco che non ci aspettavamo, e che è invece un modello

La Champions League più strana di sempre è stata però anche quella in cui abbiamo visto, stupiti, quella squadra che ogni anno sottovalutiamo, e che puntualmente ci stupisce: il Bayern Monaco, che con un mostruoso Lewandowski e un sorprendenthe Alphonso Davies, guidato da Flick, è riuscito a vincere il suo quinto trofeo della storia. Perché cambiano i decenni, finiscono i cicli, ma il Bayern rimane sempre lì? L'abbiamo chiesto a un esperto di analisi calcistiche e culturali, una delle migliori firme italiane non soltanto sportive: Sandro Modeo. In questo articolo ci ha guidato nell'anima profonda dei bavaresi, quella che chiamiamo “dna”. Il Bayern è quindi una squadra dell'establishment ma mai del potere, che fin dal primo Novecento mostra un'identità originale, prima in chiave (per quanto possibile) antinazista, poi mutuando modelli di innovazione tattica. Il calcio totale olandese, quello di Guardiola. Ma che riesce sempre a integrarli senza cambiare nei connotati più fondamentali. Quali sono? Quelli che hanno caratterizzato il Bauhaus di Walter Gropius, scrive Modeo, nato infatti proprio a Monaco: la forma che segue la funzione.

Perché il Bayern vince sempre?
Alphonso Davies, una forza della natura

Il Milan, e chi se lo aspettava

Dire che il Milan è una rivelazione italiana è fare un eccessivo understatement. È una rivelazione europea, anzi, forse mondiale per il peso che il brand rossonero ha nella storia del calcio (quelle 7 Champions League, secondo soltanto al Real Madrid). Il Milan veniva da anni tremendi, funesti, e Stefano Pioli non sembrava certo un nuovo Ancelotti. E non lo è, certamente. Ma è qualcosa di diverso, che è riuscito a creare una ricetta con ingredienti che prima non legavano. Il lavoro l'ha fatto lui, e l'ha fatto poi Zlatan Ibrahimovic, tornato a Milano nel 2020 e capace di segnare con una media mostruosa e, soprattutto, di dare una fiducia mai vista prima a una squadra che, guarda un po', di talento ne ha eccome. Dell'impatto di Ibra ha scritto Francesco Paolo Giordano, evidenziando come sia evidente – ed è una prima volta – che se un giocatore sa fare anche lo psicologo, il motivatore, il modello, l'allenatore, è un vantaggio che ancora non è stato stimato a sufficienza.

Potevamo aspettarci una Serie A bullizzata da un quarantenne?
Dove può arrivare il Milan di Pioli e Ibrahimovic?

Per un calcio più aperto non c'è più tempo da perdere

Una cosa che il Covid ha certamente rallentato, sia nei media che nelle economie dello sport globale, è l'apertura di un mondo conservatore come il calcio al “mondo reale”. Con mondo reale intendiamo le spinte che modificano e animano la società da decenni, e che nel piccolo mondo talvolta assurdo del pallone sono ancora troppo poco presenti. La diversità di genere, per esempio: incredibile, per non dire di peggio, che non ci siano calciatori omosessuali in attività, segno che lo stigma è ancora fortissimo, e che non si fa abbastanza per combatterlo. Per noi ne ha scritto Jonathan Bazzi, che sulla lotta contro gli stigmi ha fatto girare tutto il suo acclamato romanzo d'esordio, Febbre (Fandango), finalista al Premio Strega. Ma c'è anche il calcio femminile, che dopo l'exploit del 2019 ha dovuto fronteggiare un inaspettato stop. Naomi Accardi, invece, ha scritto delle manovre necessarie per garantire un futuro al calcio femminile.

Per un calcio dei corpi nuovi
Garantire un futuro al calcio femminile
La comunità nera del calcio non è rappresentata abbastanza fuori dal campo

La Juventus, il nono scudetto e la scommessa

La Juventus di Sarri è stata una delle squadre più criticate, spesso ingiustamente, degli ultimi anni. Da alcuni tifosi, e anche da molti altri non appassionati bianconeri. Eppure il compito dell'ex Napoli non era certo facile: prendere una di quelle squadre che, come si dice nell'ambiente, “si allena da sola” e provare a trasformarla in funzione del calcio che aveva mostrato a Napoli e, in parte, a Londra. Missione riuscita a metà: Sarri è comunque riuscito a conquistare uno scudetto per nulla scontato, considerate le avversarie sempre più agguerrite, ma in Europa è stato un fallimento. C'erano molte attenuanti, certo, ma la decisione della dirigenza è stata quella di interrompere il rapporto. L'età di quella squadra, d'altra parte, era piuttosto elevata, ed era evidente che ci fosse bisogno di una rivoluzione. Ecco, allora, la scommessa: un nuovo ciclo comandato da Andrea Pirlo, alla sua prima esperienza in panchina, affiancato da un'equipe quasi ministeriale. Un ciclo che non passa soltanto per il campo, ma anche per il mercato e un nuovo appeal dei bianconeri. Un esempio? La pista di giovani scontati, low-budget e capaci di stupire in campo e fuori. Come Weston McKennie.

Juventus, la leggenda degli uomini staordinari
Andrea Pirlo cambierà il concetto di allenatore?
Come mi sono innamorato di Weston McKennie

Il 2020 dei nuovi talenti

Il 2020 avrà anche fatto crollare i budget di tutte le squadre, ma se vogliamo guardare al bicchiere mezzo pieno questo significa anche una novità positiva: più spazi per i giovani. A Undici siamo da sempre attenti ai giocatori “under” o poco più che ventenni, per capire se in quegli exploit di talento si possano ravvisare indizi del calcio del futuro, e così anche quest'anno abbiamo cercato un po' di novità. Sia in gente che vedevamo in giro da qualche anno, e che nel 2020 è definitivamente esplosa, sia in chi, invece, ha mosso i primi ottimi passi tra i professionisti.

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Un anno di Conte, un anno di Eriksen: un anno di Inter

Per l'Inter è stato l'anno dei secondi posti: seconda classificata in Europa League, seconda classificata in Serie A. Tutto sommato bene, no? E invece il 2020 dell'Inter, nonostante l'exploit della coppia d'attacco Lukaku-Lautaro, nonostante la fioritura del talento purissimo di Nicolò Barella, è stato molto burrascoso. Merito, o colpa, soprattutto del suo allenatore: Antonio Conte, nella primavera, è sembrato costantemente sull'orlo delle dimissioni, oppure del licenziamento, di sicuro del litigio costante con tutti, società, giocatori, il famoso “ambiente” anche mediatico che circonda le squadre – tifosi inclusi. E poi, certo, il caso Eriksen: quello che ci sembrava (a noi, e a tutti) un acquisto importantissimo non solo per l'Inter ma per tutta la Serie A si è rivelato un “pacco” da vendere al più presto – e cioè in questo mercato invernale – con grande tristezza di tutti. Tifosi e appassionati. Forse non di Antonio Conte.

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Nicolò Barella e le promesse mantenute

Lo sport da leggere

Non sarà stato un buon anno per un sacco di motivi, ma di libri belli ne sono usciti eccome. Per esempio, qui una selezione dei dieci migliori di narrativa scelti da Rivista Studio, mentre noi ci occuperemo di quelli più legati agli sport. E quindi, quando si parla di letture e sport, impossibile non citare 66thand2nd, l'editore italiano che ha rivoluzionato questo accoppiamento. Stefano Ciavatta, per noi, è andato a trovare Isabella Ferretti, la fondatrice, e ne è uscita una bella chiacchierata su sport, letteratura e coraggio. Una delle migliori sorprese è sicuramente Le canaglie di Angelo Carotenuto, un modo nuovo di raccontare la Lazione raccontatissima degli anni Settanta, uscito per Sellerio; ma ci sono state anche inaspetate incursioni nella poesia con la passione (nerazzurra) di Vittorio Sereni, la biografia di Steffi Graff scritta da Elena Marinelli, e poi quello che è forse il miglior libro di sempre, quando si parla di raccontare lo sport e tutto quello che ci gira intorno: Friday Night Lights.

La letteratura sportiva in Italia
Le canaglie della Lazio negli anni Settanta
Vittorio Sereni, il poeta del calcio
Steffi Graff, l'arte della solitudine
Friday Night Lights è la Bibbia della letteratura sportiva

L'epopea di Michael Jordan

Di serie tv ne abbiamo guardate eccome, in poltrona o sui divani durante le lunghe settimane di lockdown. E meno male che la primavera 2020 ci ha offerto uno straordinario documento sportivo come The Last Dance, racconto non solo dell'ultima stagione ai Bulls di Michael Jordan, ma della squadra probabilmente più di culto della storia del basket. Ogni puntata è un romanzo a se stante, nella complessità di Scottie Pippen, eterno scudiero, nella bizzarria eppure bontà di Dennis Rodman, nella saggezza di Phil Jackson, mentre da sopra tutto è dominato da Michael, larger than life ma anche troppo egotico e paranoico per potercisi immedesimare completamente. È questa la grandezza di The Last Dance: mostrare senza remore uno dei più grandi eroi sportivi di sempre, con le sue moltissime luci, straordinarie, e le sue inquietanti ombre. Ne abbiamo parlato in più occasioni: prima con un esperto di media come Francesco Caldarola, e poi con un esperto invece di basket, di certo uno dei migliori. Federico Buffa.

Federico Buffa e il mito dei Bulls di Jordan
Tutti i motivi per cui The Last Dance è un capolavoro

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